Maccio Capatonda

Mariottide - La sitcom più triste del mondo

capa

“È meglio male, sempre meglio male”. Un inno più che una canzone. Il suo cantore è Mariottide, uno dei personaggi più celebri di Marcello Macchia, in arte Maccio Capatonda. E Maccio ha preso gli esperimenti fatti sul web qualche anno fa e ha trasportato la sitcom più triste del mondo in tv, o meglio su Infinity, il servizio on demand di Mediaset che punta anche grazie alle produzioni originali a rosicchiare qualche utente a Netflix.

Abbiamo incontrato Maccio/Marcello a Roma per la Festa del Cinema dove ha presentato nella sezione “Alice nella città” le prime quattro puntate della serie: un esperimento curioso, seppure un po’ accidentato, in cui l’energia di Capatonda si sposa con la struttura e il linguaggio tipico delle situation comedy.

Innanzitutto, perché una sitcom?
È una scelta dettata dal personaggio stesso di Mariottide, che si presta a essere raccontato giornalmente, in modo situazionale, perché è molto ben caratterizzato. Ci è venuto abbastanza spontaneo, anche perché avevamo già lavorato su questo formato in radio e web con Casa Mariottide. E ora abbiamo fatto una “siccomme” con tutti i crismi.

Infatti anche il linguaggio registico è quello della tradizionale situation comedy, però poi c’è anche un lato di decontrazione del linguaggio.
Esatto, abbiamo voluto realizzare un prodotto che seguisse le linee guida, con le risate registrate per esempio, ma allo stesso tempo la mia deformazione mi porta ogni volta che realizzo qualcosa a prendere in giro il linguaggio con cui sto lavorando. Per esempio, volevamo inserire i pianti al posto delle risate, ma poi nonostante ci credevamo tutti, non funzionavano, non si capivano, stonavano con tutto il resto. E poi con tutta la tragicità di Mariottide, un alleggerimento ci voleva.

La serie è piena di ospiti e guest star: come hai lavorato con gli attori esterni al tuo universo, come Nino Frassica, Ale e Franz eccetera?
Frassica ormai è quasi un interno, visto che ha già fatto varie apparizioni nei miei prodotti, per esempio in Italiano medio, per cui ormai ci capiamo al volo. E poi io sono un suo fan, anche lui mi apprezza per cui siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Con gli altri invece era importante aver ben chiaro come regista cosa volessi da loro e cosa potessero darmi, dopo di che abbiamo lavorato insieme ai personaggi cercando anche di sputtanarli un po’ qua e là, ed è stato facile visto che sono tutti bravi attori.

Come si lavora alla sceneggiatura di un tuo prodotto? Perché si ha l’impressione che dentro ci sia un continuo flusso di idee impazzite e che invece sono dentro una struttura precisa.
Quando scrivo sento proprio l’esigenza di riempire i vuoti, anche sbagliando ovviamente. L’intento è creare qualcosa che abbia un contenuto comico che non si afflosci durante la visione; parto ovviamente da una scaletta in cui c’è il tema e ci sono le prime linee guida, per esempio inizio e finale. Poi lavoro ad arricchire, approfondire il tema, cercare le cose che sembrano più divertenti attorno a quei personaggi. Non è un lavoro del tutto metodico, perché è importante che nascano nuove idee anche durante le riprese. E poi io sento molto l’ansia da creazione, il peso di dover inventare cose divertenti e originali e mi sembra che non ci riesca mai del tutto, che ci sia sempre qualcosa da migliorare.

Infinity è una piattaforma che è tv ma non è davvero televisione. Come ci si lavora dentro?
Loro mi hanno dato molta libertà: mi hanno proposto il progetto, ho mandato loro le sceneggiature, sulle quali hanno avuto poco da dire se non qualche piccolo appunto e per il resto ho avuto la loro fiducia. Personalmente non ho pensato al mezzo, al pubblico o al linguaggio, ma solo all’obiettivo: realizzare puntate da 12 minuti l’una, che facessero ridere e che mi soddisfacessero, ispirandomi al classico e facendolo a modo mio.

Hai fatto radio, tv, web e cinema: quale di questi mezzi ti stimola di più o ti mette più a tuo agio?
Ti dirò: tutti. Fortunatamente il mio è un lavoro molto vario, sempre lo stesso ma che si sviluppa in modi sempre diversi. E questa varietà la amo perché mi permette di cambiarmi di continuo, reinventarmi ed essere sempre originale. Per questo amo tutti questi mezzi di comunicazione.

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