Michaël Dudok de Wit

Intervista al regista premio Oscar

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L’olandese Michaël Dudok de Wit, già premio Oscar per il corto animato Father and Daughter (2000), è l’autore del più bel film animato dell’anno, La tartaruga rossa, uscito per tre giorni soltanto lo scorso fine marzo nelle sale grazie a BiM. È la storia di un naufrago che trova se stesso in mezzo al nulla, in un’isola deserta, separato dal mondo civilizzato da un oceano azzurro e sterminato. Interamente realizzato a mano, con pochissime integrazioni in CGI, il film è fatto di silenzi assordanti e splendide immagini frutto della migliore scuola artistica europea. Prodotto dallo Studio Ghibli, ha avuto come anfitrione nientemeno che il regista Isao Takahata, maestro e collega del più celebre Hayao Miyazaki. Un film animato (finalmente) bello da vedere e con un cuore grande così.

Il primo pensiero che scaturisce vedendo il suo film è che si tratta di un’opera compassionevole verso il genere umano.
È così. Per dirla semplicemente, nutro un profondo rispetto per gli esseri umani.

I più recenti film animati presentano personaggi in ruoli cool e simpatici. Suona come se non vi fossero altre opzioni in animazione se non procurare risate e divertimento al pubblico. Un bel film animato non dovrebbe soprattutto raccontare buone storie, come quella di La tartaruga rossa, capaci di restare nel cuore del pubblico?
Io spero solo che vedendo La tartaruga rossa, le persone riconoscano tranquillamente il proprio amore per la vita. Questo sarebbe un risultato davvero meraviglioso.

La tartaruga rossa mi ha fatto pensare a un film per spiriti liberi, senza un messaggio in particolare…
Concordo, questo film non ha grandi messaggi da recapitare al pubblico.

Quanto di mitologico c’è nel suo film? Una delle scene più suggestive è il primo incontro tra il naufrago e la tartaruga: era già presente nella sceneggiatura?
L’incontro tra l’uomo e la tartaruga era davvero presente nello script e quando ho scritto la storia sono stato profondamente influenzato dai miti, dalle leggende e dalle favole, in particolare la mitologia greca e giapponese.

Perché ha voluto inserire un elemento distruttivo come lo tsunami?
Lo tsunami ha svariate funzioni nella storia. Esso ricorda allo spettatore che la natura non è sempre gentile e che l’isola del film non è un paradiso. Inoltre, e dico questo con il massimo rispetto, perché sono consapevole che gli tsunami hanno causato la morte di innumerevoli esseri umani e animali, c’è una bellezza visiva di fondo nei grandi fenomeni naturali come gli tsunami. Nella storia del film, lo tsunami crea un forte elemento di suspense e la sequenza con il mare che si ingrossa indica anche un’evoluzione nel processo di crescita del figlio.

Ci parla dei personaggi del film: rispondono a qualcosa di più puro o sono semplicemente più realistici?
Direi entrambe. Non è chiaramente una storia su un ricco profilo psicologico ed emotivo di ogni essere umano. Se quella dimensione narrativa fosse stato il mio obiettivo, il film sarebbe stato troppo lungo. Invece, il film si concentra sulle caratteristiche umane che sono essenziali per la storia e al tempo stesso ho sperato che il comportamento delle persone sarebbe stato sufficientemente a misura d’uomo per attirare l’empatia dello spettatore.

Il film è prodotto dallo Studio Ghibli. Il loro produttore Toshio Suzuki è sempre stato un uomo intelligente, capace di riunire arte, spettacolo e business. C’è lui dietro l’esposizione mediatica della coppia Isao Takahata e Hayao Miyazaki. In che modo l’ha avvicinata?
Toshio Suzuki e Isao Takahata mi hanno semplicemente scritto una mail dicendo: lavoriamo insieme. Si trattò di una mail davvero inaspettata. Ero in estasi e ho immediatamente risposto positivamente, aggiungendo domande tipo: mi volete lì con voi a Tokyo e desiderate un film nello stile delle opere dello Studio Ghibli? Mi risposero che avrei realizzato il film in Europa e che avrei dovuto proporre uno mio stile visivo.

Takahata ha fatto da consulente artistico? Che tipo di collaborazione c’è stata con il Ghibli?
Toshio Suzuki ha avuto per primo l’idea di una cooperazione tra lo Studio Ghibli e me. Isao Takahata si è unito a lui in seguito e hanno subito chiesto a Vincent Maraval di Wild Bunch, il loro distributore in Europa, di affiancarli in veste di co-produttore nel progetto. Per inciso, Hayao Miyazaki, anche lui tra i fondatori del Ghibli, non è stato coinvolto nella cosa. Quindi, una volta che Vincent Maraval accettò, mi hanno contattato per la prima volta. Quando ho iniziato a lavorare sulla storia, discutendone con lo Studio Ghibli a intervalli regolari, ho parlato principalmente con Takahata, soprattutto in base alla sua immensa esperienza nella realizzazione di film e per la sua grande cultura; inoltre faceva da portavoce per Suzuki e il Ghibli. In seguito è stato accreditato come produttore artistico, un titolo che gli ha fatto storcere un po’ il naso, perché lui è un uomo con un forte pudore.

Ci sono particolari riferimenti pittorici nel suo film? Gli alberi dell’isola ricordano quelli di certa pittura giapponese.
L’isola è ricoperta da una foresta di bambù e in questo senso potrebbe ricordare alcune opere dell’arte giapponese o cinese. Per le immagini ho effettuato tante ricerche, scovando altri artisti, come per esempio Hasui Kawase e Moebius, o collezionando immagini da Internet, da altri film, giornali, eccetera. Ma ho anche scattato personalmente foto nel corso dei miei viaggi. Per esempio, mentre facevo ricerche per le ambientazioni, ho trascorso dieci giorni su un’isola tropicale dell’Oceano Indiano, una delle isole Seychelles, mentre per la foresta di bambù ne ho fotografato alcune in Francia e Giappone.

Le musiche del film sono meravigliose. Ho saputo tuttavia che questo aspetto della pellicola le ha creato qualche grattacapo, me ne parla?
Di solito ho un’idea precisa della musica fin dalle prime fasi di lavorazione di un film; intendo: la melodia, la scelta degli strumenti e lo stile, ma non con questo film. Si è trattato di un problema non da poco, dal momento che i tempi delle musiche così come la qualità emozionale delle immagini sono di solito una grande fonte di ispirazione per l’animazione. Quando finalmente fu scelto un compositore, quasi alla fine della lavorazione, mi sono sentito molto vulnerabile. Mi sono chiesto: e se la musica non avesse funzionato a dovere con i sentimenti rappresentati nel film? Per nostra fortuna abbiamo scelto il compositore perfetto. Io e Laurent Perez abbiamo avuto una buona comprensione reciproca e sono contento del suo lavoro.

In Francia, alcuni mesi fa, lei ha presentato il film assieme a Takahata. Appartenete entrambi a diverse generazioni di artisti, ma avete una visione e una sensibilità artistica molto simile.  Qual è il suo giudizio su Takahata e qual è stato il giudizio del regista giapponese sul suo film?
Vorrei descriverlo come una persona molto sensibile, di grande cultura, rispettoso e modesto. Takahata, come Miyazaki e molti di noi, nutre un profondo rispetto per la Natura e per la natura umana. Inoltre ha studiato letteratura francese, parla francese e ha compiuto spesso viaggi in Europa, rivelando una grande curiosità per la cultura e le tradizioni europee. Cosa pensa lui del mio film? Subito dopo il completamento della pellicola, Takahata ha scritto il seguente testo per la stampa internazionale: “Vorrei esprimere il mio massimo rispetto per il modo in cui Michaël è rimasto fedele alla sua identità. Egli ha creato un meraviglioso capolavoro che ci dà un forte senso sulla vita e sulla natura umana”. Come potete immaginare, mi sono sentito profondamente onorato da un tale riconoscimento.

Il fatto che lo Studio Ghibli ha prodotto il film ha in qualche modo cambiato la sua vita?
I produttori dello Studio Ghibli si sono dimostrati molto fiduciosi, hanno riposto grande affidamento nel mio talento e io, in cambio, ho avuto profonda fiducia nel loro sostegno. Per molti anni non abbiamo avuto alcun contratto, per esempio, la qual cosa è incredibile, e io non ho un agente. Il nostro rapporto si è fondato su una base normale, di rispetto amichevole. Questa esperienza con lo Studio Ghibli mi ha confermato con vigore che nel settore della cinematografia, dove ci sono tanta concorrenza, un sacco di gente con ego gonfiati a dismisura e i progetti costano milioni, è possibile lavorare facendo affidamento sulle persone. Quindi, no, non ha cambiato davvero la mia vita, piuttosto ha rafforzato una qualità essenziale che ammiro così tanto.

La tartaruga rossa ha ricevuto una nomination come miglior film d’animazione agli Oscar 2017. I film realizzati a mano restano tuttavia una minoranza rispetto alle produzioni digitali. Non è un po’ scoraggiante per animatori vecchio stampo come lei?
Un po’ lo è, sì. Anche perché non credo che farò mai film in CG, per il semplice fatto che amo l’animazione tradizionale. Tuttavia quando capita di vedere un film con una storia fantastica, realizzato molto bene, non mi curo di quale tecnica i registi abbiano usato.

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