Nicolas Winding Refn

Il principio della violenza

Fiammeggianti, violenti, estremi sono i suoi film. Pacato, distaccato, quasi sornione lui, il regista.
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Nicolas Winding Refn, personaggio di culto del cinema contemporaneo, sembra l’opposto di quel Quentin Tarantino a cui spesso l’hanno paragonato e l’incontro che abbiamo avuto con lui conferma l’impressione.

Lei ha dichiarato “Penso sempre di fare film sulle donne, ma finisco per fare film su uomini violenti”. Che succede tra pensiero e azione?
Devo dire che tendenzialmente i maschi non mi piacciono. Non mi piace fare quello che fanno tutti gli uomini, andare per bar, la birra, il poker, lo sport. Amo le donne, mi piacciono le donne e ciò che fanno. Eppure non posso fare a meno di raccontare gli uomini e i loro comportamenti violenti. Non so rispondere davvero a questa domanda: per esempio, il personaggio di Kristin Scott-Thomas in Solo Dio perdona mi è piaciuto molto. Forse faccio film al maschile perché è ciò che essenzialmente sono, un maschio. Ma sono sicuro che prima o poi farò un film di donne, con molte donne, anche se non so se mi divertirò altrettanto.

Lo spaghetti western è tra le sue fonti di ispirazione. Vista l’ambientazione orientale di Solo Dio perdona io aggiungerei anche i corrispettivi giapponesi, come Kitano Takeshi e Kurosawa Akira.
A me piacciono tutti i tipi di registi e tutti i tipi di film, e di solito siamo figli di ciò che ci ha cresciuto e nutrito, come film, libri e dischi. C’è sempre un canale che ci riporta a quelle che sono le nostre fonti d’ispirazione: amo Kurosawa, amo Suzuki, amo Ozu e in generale il cinema asiatico, perché lo sento alieno, estraneo, e mi permette di volare nello spazio. Ma mi piacciono anche i registi moderni e contemporanei, peccato che ricordi i film e non i titoli, a parte Le lacrime della tigre nera, un western thailandese straordinario.

Quanta libertà le ha dato il successo di Drive per poter poi realizzare Solo Dio perdona?
Sono sempre stato molto fortunato finora, perché ho sempre potuto godere di libertà creativa nel realizzare i film. Ed è anche il motivo per cui non ho mai firmato un progetto con un grosso studio, con una major, anche se ci sono andato vicino molte volte: finora ho ritenuto che la libertà fosse più importante della quantità di soldi che sono in grado di darti. Poi magari arriverà il momento di accettare anche una proposta di questo tipo. La libertà, però, è anche qualcosa che prendi, che ti conquisti, perché sono tante le persone che cercano di influenzarti, di farti cambiare o dirti ciò che dovresti fare, e fare un film è spesso come scendere in guerra.

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Una scena di Drive

Visti i ringraziamenti del film, qual è il suo rapporto con Alejandro Jodorowski?
Jodorowski è uno di quegli artisti che ha influenzato il cinema molto più di quanto non si creda comunemente. Un po’ come Kenneth Anger o Dreyer, Ford o Godard, registi che hanno esercitato un’influenza molto più forte di quanto poi non se ne riconosca effettivamente loro. Per quanto riguarda Jodorowski in particolare, negli anni 90, quando le videocassette erano l’unico modo per vedere film oscuri, nascosti che non circolavano, lui era un mito, una leggenda. Quando sono riuscito a vedere El topo e La montagna sacra mi sono reso conto che era esattamente quello il cinema che avrei voluto fare, qualcosa che non fosse semplicemente un film, ma un’esperienza. Qualcosa che era oltre quello a cui eravamo abituati. La struttura di Solo Dio perdona, in un certo senso, si rifà a questa idea, non è lineare, è episodica e frammentaria, che però poi si unisce e racconta una storia. Non puoi prendere le parti separatamente, ma non puoi nemmeno prenderlo come un’unità classica. Recentemente ho avuto la possibilità di incontrare Jodorowski e l’ho ringraziato per le sue opere; ogni volta che mi sento in una posizione troppo comoda e sicura mi chiedo: “Che cosa farebbe Jodorowski?”. E ho finito anche col fare cose abbastanza ridicole.

Come le è venuta in mente l’idea di Kristin Scott-Thomas per un personaggio del genere e come lo avete costruito?
Avevo sentito dire che aveva letto la sceneggiatura e voleva lavorare con me. Ovviamente i miei film non hanno grandi budget per cui ero alla ricerca di attrici meno affermate, ma lei era affascinata dalla storia per cui ci siamo incontrati a Parigi. La conoscevo nei ruoli che l’hanno resa famosa, l’aristocratica, la borghese acida, oppure la donna fragile, ricordandomi spesso mia madre. Poi però, all’inizio della cena, mi sono accorto che come attrice non avrebbe avuto alcun problema a trasformarsi nella strega stronza e un po’ “cafona”. E’ una donna anche molto sexy e questa caratteristica mi ha attirato ancora di più, visto che il film si basa su un rapporto madre-figlio molto complicato, stratificato. E’ una donna borghese e raffinata che vive a Parigi, lei stessa si è descritta così, legge Wilde e simili però al contempo si diceva pronta a provare qualcosa di completamente diverso. E allora ho pensato “Fantastico, non ti pagherò molto, ma possiamo lavorare”.

Da ragazzo lei è stato cacciato dall’accademia drammatica. Quanto era ribelle allora e quanto lo è adesso?
Diciamo che ho un odio piuttosto radicato nei confronti dell’autorità, che ritengo sia il nemico della creatività e del buon gusto. E ancora ho voglia di spaccare porte e scrivanie: l’attitudine punk non si è mai spenta. Ho solo trovato un modo più intelligente per gestirla.

Cosa ha significato girare un lungometraggio a soli 24 anni?
Quando ho girato il mio primo film l’ho fatto con l’arroganza tipica di quegli anni: ed è un modo fantastico per cominciare.

Il film indugia spesso sulle mani di Gosling, è un’immagine ricorrente. Per lei che significato hanno?
E’ l’immagine da cui sono partito per realizzare il film. Le mani sono sempre state la mia ossessione, ho sempre cercato di proteggerle. Le mani hanno profondamente a che fare con l’aspetto della violenza maschile insito nel film. Privando un uomo delle mani, lo privi del suo istinto violento. Oltre all’evidente significato sessuale: mostrando le mani si mostrano tanto l’eccitazione quanto l’impotenza. E si arriva così al rapporto madre-figlio, al ritorno subconscio al grembo materno e le mani maledette di Julian lo portano a compimento.

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Sul set di Solo Dio perdona con Ryan Gosling

Ha dichiarato di aver amato la lezione del cinema di Jacopetti, la violenza agli angoli del mondo: il suo cinema quanto è vicino ai Mondo movie? E quanto è importante l’aspetto sensoriale nel suo cinema?
Adoro Jacopetti e Franco Prosperi, i demoni legati al suo cinema che lo rendono maledetto. Sono un suo collezionista e ci sono aspetti che lo accumunano a Jodorowski, l’esperienza delle singole scene e il modo di ammantarle di mistero. Sono registi che hanno un forte impatto sui sensi dello spettatore che per me è fondante: penso anche ai film di Gaspar Noé, un regista con cui mi confronto spesso e che mi è anche venuto a trovare a Bangkok mentre giravo Solo Dio perdona.

Com’è andata a Cannes? Soprattutto, come ha preso le reazioni contraddittoria dopo il trionfo di Drive?
Io mi sono divertito tantissimo, soprattutto a vedere le reazioni ai poli opposti del gradimento. E mi ha dato l’impressione di aver colpito nel segno. Leggere, capire e sentire i commenti e le idee sul mio film, i significati che gli attribuivano e a cui io non avevo pensato, ma anche comprendere i percorsi mentali che avevano fatto durante il film, questa è la grandezza del cinema. Il cinema deve penetrare il pubblico, scioccarlo, colpirlo perché è l’unico modo per coinvolgerlo davvero: il disagio, la rabbia, la sorpresa o il disprezzo sono sensazioni che rimangono. Può essere la peggiore esperienza della sua vita, ma di sicuro non la dimenticherà.

Quale sarà il suo prossimo film?
Intanto sto girando il pilot per una serie tratta da Barbarella. Mi piacerebbe, poi, dedicarmi ad un film dell’orrore o ad una commedia. Strano, vero? Per questo vorrei farla.

 2020, il brano dei Suuns tratto dall’album Images du Futur fa a colonna sonora al trailer inglese di Solo Dio Perdona. Qui il video:

 

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