Pablo Larraìn

"Il cinema è un atto di compassione"

Incontro con il regista cileno Pablo Larraìn. Il suo "Neruda" uscirà il 13 ottobre e oggi scopriamo che il chiacchierato "Jackie", biopic con Natalie Portman nei panni di Jacqueline Kennedy, sarà al prossimo festival di Venezia. In attesa di queste date torniamo indietro di qualche mese, quando il durissimo "Il Club" veniva distribuito in sordina nelle nostre sale.
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«Ma noi siamo, non so come, doppi in noi stessi, e questo fa sì che quello che crediamo, non lo crediamo; e non possiamo liberarci di ciò che condanniamo», così scriveva Montaigne. Nel suo film, Il Club, il cineasta cileno Pablo Larraìn fa sua questa riflessione, mostrandoci come vittime e carnefici abitino non solo nella stessa dimora, una casa di uno sperduto villaggio sul mare dove vengono inviati preti e suore colpevoli di aver peccato, ma anche nello stesso corpo. All’orizzonte luce e tenebre convivono, il mattino si confonde con la notte e una nebbia sottile – un’atmosfera plumbea ottenuta dal regista grazie all’uso di filtri e vecchie lenti russe – avvolge questi uomini senza pace. La chiesa intanto tace, e quest’oblio diventa il silenzio di Dio per chi alla parola “amore” non può associare ormai che ricordi d’orrore.

Credi in Dio?
Non sono cattolico e onestamente non so se sono credente.

In questa storia, che parla di colpa e redenzione, delitto e castigo, non c’è un giudizio morale sui personaggi. Anzi, lo sguardo è compassionevole.
Credo mi piaccia più Cristo che i cristiani, questo è sicuro. Ma sono cresciuto e sono stato educato in scuole cattoliche e questo ti rimane nella struttura, è qualcosa di cui non ci si può liberare. E forse è proprio questo il paradosso che m’interessa, vedere come un’organizzazione grande e potente qual è la Chiesa, che vuole diffondere il messaggio di amore e compassione di Cristo, finisca per comportarsi diversamente quando deve applicare questo messaggio a se stessa. La Chiesa, infatti, crede che i suoi membri debbano rispondere dei loro atti davanti a Dio e non davanti all’uomo, per questo ritengono d’avere la possibilità di non essere giudicati dalla giustizia civile e trovano moralmente rispettabile nascondere un sacerdote che ha commesso un delitto. Questo ha generato una discussione umana e teologica molto ampia e dal grande valore artistico: un materiale molto prezioso per il cinema. Perché il cinema è un atto di compassione.

La nuova chiesa, rappresentata nel film dal personaggio del gesuita, sembra essere realmente spaventata solo dal ruolo dei media. È così?
Se vai a guardare, tutti gli scandali della Chiesa coinvolgono vescovi o membri dell’élite, persone che hanno contatti con il potere, perché per i media sono i soggetti più interessanti. Ma questo film non parla di quei grandi vescovi bensì del prete di paese. I grandi sacerdoti sono più pericolosi in termini mediatici, tuttavia il pericolo effettivo che creano è uguale a quello di chi commette questi atti contro un bambino in un piccolo villaggio sperduto. Ora nella Chiesa c’è un nuovo paradigma, per questo credo che il film sia assolutamente attuale e contingente, perché i mezzi di comunicazione sono diventati la minaccia principale della Chiesa, che sembra avere più paura della stampa che dell’inferno. Tutto ormai viene fatto secondo le conseguenze mediatiche che avrà, ed è come se la Chiesa si fosse trasformata in un account di Twitter.

A un certo punto della storia, il personaggio interpretato da Alfredo Castro, il tuo attore feticcio, parla dell’omosessualità come di una forma di amore più pura, perché svincolata dalla riproduzione. Non hai paura che qualcuno possa fraintendere lo spirito del film alimentando lo stereotipo che lega l’omosessualità alla pedofilia? 
No, non credo che le cose stiano così. Diciamo che è molto pericoloso stabilire un rapporto tra omosessualità e pedofilia, perché la pedofilia è una malattia, mentre l’omosessualità è un orientamento sessuale. Ovviamente fare un film così, che tratta degli abusi dei sacerdoti, senza parlare però dei loro rapporti con i bambini sarebbe stato come negare un’evidenza. Non volevo trovare una risposta a tutto, così come essere politicamente corretto, però la domanda era: esiste l’abuso sessuale di sacerdoti verso bambini? Sì. Quest’abuso è una conseguenza dell’omosessualità? No.

Ma la sessualità è molto presente nella vita di questi personaggi, che a loro tempo hanno fatto voto di celibato. Quanto conta, secondo te, la castità nelle vite dei sacerdoti?
Se fai vivere un uomo o una donna in condizioni di desiderio soffocato, alla fine il corpo esplode. Il problema nasce prima, è quello del desiderio e della sua repressione, che è un ideale molto pericoloso.

Per certi versi il film mi ha ricordato Post Mortem. In quel caso si parlava di ciò che faceva la giunta militare con i nemici politici, i cui corpi scomparivano per non essere mai più ritrovati, stavolta, invece, la Chiesa fa sparire i colpevoli confinandoli in una casa. Perché se una cosa non si vede, forse sembra non esistere?
Post Mortem è la storia di un uomo che è il risultato di un processo sociale e politico, e il film osserva l’universo che l’ha generato attraverso il suo sguardo. Allo stesso modo, anche le persone chiuse in questa casa sono il risultato di un processo umano, sociale e religioso che vuole gestire l’umanità in un certo modo. Stiamo parlando di una struttura di potere, dove alcuni hanno privilegi e altri no, una struttura che prevede l’impunità. E in questa situazione tutti sono uguali davanti alla legge? No. Tutti sono uguali davanti a Dio? Questo non lo so e forse è proprio questo ciò che il film indaga. Ma questi processi sociali e religiosi hanno conseguenze molto pericolose e queste conseguenze sono pagate dalle vere vittime, che sono i bambini.

I tuoi film precedenti raccontavano il Cile del passato, questo sembra essere ambientato in un luogo senza spazio e senza tempo. E’ una scelta precisa quella di non raccontare mai il presente in maniera diretta?
Juan Barros Madrid, vescovo della diocesi di Osorno, è accusato di aver coperto questi gesti e deve andare in tribunale, e tutto questo succede oggi. Probabilmente quello che accade nel film sembra atemporale, però questo è un film sul presente. Tanto che alla fine del film si vede un’automobile – la mia automobile! – ed è immatricolata 2013, quindi c’è una data esatta. Anche se questa sensazione di atemporalità rimane, perché si parla di una violenza che è esistita sempre.

So che stai preparando un film su Neruda e da qualche tempo si dice tu stia scrivendo un remake di Scarface. A che punto sono questi progetti?
Neruda è stato girato e lo sto montando in questi giorni. Si tratta di un film poliziesco, con Gael Garcìa Bernal nel cast, un noir con elementi da commedia nera in cui si parla di politica e letteratura. Scarface? Non esiste, e preferisco parlare solo di film che esistono.

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