Sophie Fiennes

Incontro con la regista di "Grace Jones: Bloodlight and Bami"

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La costruzione dell’icona, la narrazione spettacolare di un corpo e di una voce e il suo retroterra familiare e spirituale. Sono questi i piani in cui si muove Grace Jones: Bloodlight and Bami, il documentario di Sophie Fiennes su uno dei simboli del pop-soul d’avanguardia negli anni ’80 che la ritrae oggi, fiera dei suoi 70 anni e della sua attività. La regista inglese era presente al Festival di Torino, dove il film è stato presentato prima dell’uscita in sala il 30 e 31 gennaio, e ha raccontato meglio il suo rapporto con Jones e con il film.

“L’idea di realizzare un film su Grace è venuta dalla stessa Grace: avevo realizzato un film su suo fratello, vescovo pentacostale e a lei era piaciuto molto, le piaceva ‘l’odore’ del film. Siamo diventate amiche e 18 mesi dopo il primo incontro mi ha chiamato dicendomi che le avevano proposto un documentario, ma che non voleva fare ciò che le chiedevano di fare e mi ha proposto di girare, di farlo secondo le nostre volontà, senza pressioni. È stata artefice del suo destino e così era giusto mostrarla. È stato un lavoro molto complesso, quasi tutto di osservazione del suo mondo, artistico o familiare, di unione di materiali diversi per darne uno sguardo complessivo. Grace è stata una collaboratrice creativa molto efficace, che ha dato piacere a un esperimento che non sapremmo dove sarebbe andato. La cosa migliore da documentarista è che Grace si è mostrata completamente, in modo radicale per me, senza voler controllare la sua immagine nello schermo nonostante sia performativa in ogni lato della sua vita, riempie le stanze e lo sguardo ovunque”.

Il film ha avuto una gestazione lunghissima cominciata dalla prima chiamata nel 2005 e dopo 4 o 5 anni Fiennes ha avuto la possibilità di mettere insieme tutti i materiali “come un’orchestrazione, con tutte le differenti tonalità”. Una parte consistente della realizzazione riguarda poi le performance teatrali, immaginifiche e affascinanti di Jones, ma anche quelle hanno dovuto far attendere la regista: “L’industria musicale molto spesso si basa su festival e lì con arene enormi e palchi che non si possono cambiare era impossibile creare l’impatto scenico giusto per Grace e cercare l’intimità con lo spettatore che lei preferisce”. Infatti alcune delle performance sono state create appositamente per la macchina da presa, mentre in altre Fiennes è riuscita a catturare lo spirito del momento colto sul palco, prendendosi i rischi di calcare un palco mai creato prima, con un light design, coreografia e costumi diversi per ogni canzone, creando spazi e figure differenti solo con gli elementi minimi per esaltare il racconto della canzone e la sua performance fisica.

È anche un film “family-oriented” in cui si racconta attraverso un viaggio in Giamaica il suo rapporto con i parenti e con le sue radici, anche spirituali e musicali, come la chiesa e il gospel che hanno segnato in modo imprevedibile la crescita di Jones: “Grace è una persona che ha una gamma enorme di sfumature e ognuna di queste entra a far parte della sua vita, delle sue performance, ma non ne sono mai la totalità. Il rapporto con lei a volte è come avere a che fare con Serena Williams mentre ti spara addosso i suoi servizi, ma questa vulcanicità è il suo carisma”. E questo carisma è stato fondamentale per non dover raccontare il momento culmine della sua carriera, ovvero gli anni ’80, ma poterne raccontare le scelte e i percorsi adesso, quando la vera essenza della sua arte possono emergere senza le luci della ribalta.

Ma su un palco, sotto quelle luci, Jones esplode e il film si pone a metà tra un documentario umano e un film-concerto, scegliendo una serie di canzoni e performance mostrate nella loro interezza, dando particolare risalto al contenuto di quelle canzoni, come se raccontassero in un’altra prospettiva ciò che il film raccontava sentendola parlare. “Ho deciso di usare le canzoni anche per non usare i modi tipici del documentario, con la voce fuori campo che si confessa allo spettatore, oppure con intervista in cui l’artista spiega le sue opere. Come in un musical o in un’opera abbiamo fatto in modo che le canzoni parlassero delle persone e dei temi stessi del film. Abbiamo scelto le canzoni con cura, le abbiamo montate per 6 mesi circa, sfruttando il carattere auto-biografico delle canzoni stesse”.

Bloodlight and Bami è anche il ritratto di una donna che usato in modo modernissimo e personale il corpo come mezzo di auto-determinazione e auto-narrazione, tanto sulla scena quanto nella vita privata: “Di solito le persone si sentono esposte quando sono nude, se sanno che in molti possono vedere il loro corpo: Grace invece si sente potente quando è nuda. Il suo corpo parla di lei e parla in generale, attraverso il corpo lei crea la sua musica”. Ma il suo corpo è anche uno dei baluardi dell’androginia, della transizione e della fluidità sessuale, della costruzione dell’identità personale: “Le persone si possono dividere in performer e non performer. Se come Grace si è una performer, anche quando non si è sul palco si immagina sempre il proprio corpo e la propria identità, si pensa sempre a come si sta apparendo o si potrebbe apparire e nel film Grace lo fa di continuo: immagina e costruisce la sua identità di continuo, sfidando il patriarcato della sua famiglia e della sua società, quella giamaicana, anche nel rifiutare apparenze e identità precostituite, giocando spesso su riferimenti mitologici e archetipici, come la Medusa, le Arpie”. La sua abilità nell’essere fiera, sensuale e rude, nell’utilizzare elementi mascolini per creare un fascino tra(n)sversale: nella sua icona, si trova tutta la personalità possibile di una donna.

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