What Difference Does It Makes?

Il lavoro del musicista

Nell'epoca di talent show di varia natura e qualità, ma di relativo valore formativo, che differenza può fare la musica, lo studio, la sua creazione e composizione?
What Difference Does It Makes?
Il lavoro del musicista nel film della Red Bull Academy

Se lo è chiesto Ralf Schemberg assieme al collettivo Mindpirates, autori di What Difference Does It Make, documentario che racconta il lavoro di musicisti del calibro di Giorgio Moroder, Erykah Badu, Brian Eno, Lee Scratch Perry, Nile Rodgers e molti altri, a partire dall’esperienza della Red Bull Music Academy (che lo distribuisce direttamente sul suo sito. Noi, a nostra volta lo abbiamo chiesto a lui, cortese, al telefono.

Da dove nasce l’idea di questo film e il rapporto con l’Accademia?
Nasce in maniera molto semplice: siamo stati chiamati, io e i Mindpirates, il gruppo artistico con cui lavoro, da Red Bull per raccontare il tour dell’Accademia con i vari musicisti che hanno collaborato. Mi hanno dato carta bianca e così ho pensato che mi sarebbe piaciuto raccontare il lavoro, la fatica, la dedizione, di giovani e professionisti, nella creazione della musica, perché l’arte non è solo ispirazione e talento. È anche fatica.

Come è stato il lavoro sul campo?
Ho lavorato come sempre da indipendente, macchina a spalla e portatile, per cercare di catturare lo spirito di ciò che mi accadeva intorno, per poter cogliere l’arte in ogni minuto e soprattutto per poter essere a mio agio. Durante il film ci siamo spostati molto, per cui un tipo di bagaglio leggero come questo era più facile. E mi dà più soddisfazione quando poi vedo il prodotto finito: credo sia il modo migliore per cogliere i talenti che ho a fianco nella lavorazione e di fronte, più che mai in questo caso. Credo che in ogni film in cui la musica è al centro serva un’apertura di mente superiore al solito, e per questo devo ringraziare i ragazzi con cui ho montato il film, che sono stati fondamentali.

Il rapporto con i fantastici musicisti che compongono il documentario com’è stato?
Dal punto di vista logistico un po’ complicati, perché erano tanti e dovevamo incontrarli tra le lezioni e i viaggi, ma poi si sono rivelati delle vere fonti d’ispirazione in campi diversi dell’industria musicale. Intervistare due figure di riferimento come Giorgio Moroder e Nile Rodgers nel pieno del revival dovuto al disco dei Daft Punk è stato davvero illuminante: sono gesti e parole di chi un pezzo di storia della musica l’ha realizzato in prima persona.

Quali sono state le scoperte più belle durante questo viaggio?
Per il tipo di film e di lavorazione così libera e in un certo senso imprevedibile, abbiamo fatto scoperte ogni momento. Non ci sono stati attimi migliori di altri, perché questo viaggio alla scoperta della musica e della sua creazione è stato bello e divertente ma anche faticoso. È stata come una fiaba, e come nelle fiabe ognuno può trovare il suo personaggio o momento preferito.

Un film del genere sembra anche una risposta al predominio dei talent show in campo musicale.
I talent show sono qualcosa che ha a che fare con i media e la tv, non con la musica o l’arte. Sono due campi fortunatamente molto diversi: io non ho voluto fare un film in cui la musica fosse usate per fare spettacolo, ma volevo creare spettacolo attraverso la musica, raccontare anche la fatica, il sudore e l’importanza di una scuola che sappia coltivare il talento, non solo metterlo in mostra.

Sembra che il film abbia un suo messaggio preciso e che sappia a chi rivolgersi: è così o sbaglio?
In realtà non proprio. Ossia: non ho un messaggio da comunicare, ma ho delle idee da far vedere, da mettere in immagini e parole sperando che il pubblico le capisca. Comprendo ciò che dici riguardo al pubblico, essendo il film un ritratto di un’accademia potrebbe rivolgersi solo ai ragazzi: ma quando cerco di raccontare la necessità di abbandonare paure e timori per seguire desideri e passioni, mi rivolgo a tutti e non solo nel campo della musica. Certo, facendo questo discorso attraverso aspiranti musicisti e professionisti, funziona in un verso preciso, ma non volevo chiudere il film in un’unica direzione. Anzi, più si aprono strade, nel cinema e nella vita, meglio è.

 

 

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