Yoshiki

Il leader degli X-Japan presenta il film "We Are X"

wearex

locandinaSembra fragilissimo, efebico, sul punto di rompersi da un momento all’altro. Nel corpo (il polso ben fasciato), nella voce. Eppure è una delle più grandi rockstar viventi: Yoshiki, leader e batterista degli X-Japan, la più grande band della storia della musica giapponese, si è raccontato nel documentario We Are X diretto da Stephen Kijak e ha raccontato limiti e determinazione sua e dei compagni della band, che vantano alcuni record pazzeschi ma che hanno fatto difficoltà a superare i confini patri se non per una nicchia di appassionati. Il film, dopo l’anteprima al Festival dei popoli di Firenze, sarà nelle sale come evento dal 30 ottobre per pochi giorni e abbiamo incontrato Yoshiki a Roma, poco prima della sua partenza per la Toscana.

Il film ha come filo conduttore la preparazione del grande concerto di reunion degli X Japan, al Madison Square Garden di New York. Com’è stata quella notte?
Una delle più memorabili della mia vita. Il Madison Square Garden è l’arena per eccellenza, il più famoso luogo per concerti del mondo. È stata un’occasione speciale per noi esibirsi lì, un sogno che si è avverato.

Il film la racconta come artista e come uomo, ma anche come enigma. Lei stesso dice che deve indossare una maschera diversa per ogni situazione. Com’è vivere con questa maschera?
Qualche volta devi recitare, per esempio devi fare finta di sentirti molto forte, mentre in realtà sei molto debole. Ci si può sentire molto fragili, ma quando sei una rockstar deve travestirti sempre, perché la maschera, il personaggio è parte integrante del rock. In realtà chiunque di noi nel mondo, per camuffare le proprie fragilità, indossa quella maschera e non so se è la cosa giusta da fare, ma la gente, la società si aspetta che tu sia in un certo modo. E così li accontentiamo. E’ una sensazione strana ma è anche grazie a questa maschera che riesco a capire meglio il mio vero io e scrivere canzoni migliori.

È stato difficile quindi togliersi questa maschera di fronte alla macchina da presa?
Un po’ ci sono abituato a dire il vero, mi sono abbastanza divertito. Forse anche perché le interviste le abbiamo fatte nel backstage, il posto dove sono più a mio agio.

Come è stato il rapporto con il regista del film?
All’inizio pensavo d’istinto fosse il regista giusto per il film, ma poi al momento di realizzare le interviste ho provato una specie di imbarazzo nel parlare di morte e delle situazioni difficili della storia mia e del gruppo. Poi ho cominciato ad aprire meglio il mio cuore ed è stato come andare da uno psichiatra, una sorta di terapia. L’intero processo è stato per me terapeutico.

La sua carriera ha segnato 30 anni di rock in Giappone e nel mondo, ha fatto rock, metal, ma anche musica classica. C’è altro che vorrebbe fare?
Tutto ciò che ho fatto nella vita è stato musica. Non ho mai sciato, per esempio, ho fatto solo musica, per cui, se penso al futuro, continuo a pensare di fare musica. Ultimamente sono molto concentrato sulla musica classica, mi piace scrivere sinfonie, ma amo ogni genere di musica, come per esempio il pop, il jazz o l’EDM. Dipende dal momento.

Quindi che momento è questo? Su cosa sta lavorando?
Adesso stiamo finendo il nuovo album degli X-Japan, che sarà il primo album del gruppo in più di 20 anni. Ed è come fosse il nostro primo disco livello di attesa e di atmosfera. Speriamo di finirlo per la prossima primavera.

Verette in Italia per un concerto?
Penso proprio di sì. C’è un motivo se sono qui a promuovere il film e la band, significa che stiamo lavorando per questo. Sono abbastanza sicuro che verremo qui per suonare.

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