Alessandro Gazzi

Ascolti da serie A

Gruppo preferito "My Bloody Valentine", film preferito "La sottile linea rossa", sogno nel cassetto: incontrare Terrence Malick. Alessandro Gazzi da Feltre (Belluno), 29 anni, una vita da mediano, attualmente al Torino. Potevamo lasciarcelo sfuggire?
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Era l’aprile 2005 quando sulla posta del Mucchio comparve l’accorato appello di un giovane calciatore professionista appassionato di post-rock: “Come posso fermare la devastante ignoranza musicale dei miei compagni, accecati dalle nobili parole della Pausini? Come posso fare a sentirmi meno drogato?”. Sette anni dopo, estate 2012, quel calciatore viene acquistato dal Torino.

 

Aggiorniamo la situazione. È sempre Laura Pausini la dominatrix musicale in spogliatoio, come ai tempi della tua email?

Oggi si ascolta più roba da discoteca e parecchio hip hop. Comunque non me la ricordo bene quella email, giuro.

 

Ah, revisionismo! Adesso negherai anche di essere un lettore del Mucchio e di voler conoscere Malick?

No, no, solo non ricordo il momento esatto in cui l’ho scritta. Deve essere stato un impulso. Il Mucchio lo leggo da più di dieci anni, figurati. ››

 

Risaliamo alle origini della tua passione per il rock. 

Credo che il percorso sia lo stesso di qualsiasi appassionato. Fino alle medie, ascoltavo quello che ascoltavano tutti i miei compagni di scuola, gli 883 e giù di lì. Il cambiamento è avvenuto verso i 13/14 anni, quando frequentavo l’ITIS a Feltre. Più o meno alla fine degli anni 90, mi è venuta voglia di cercare qualcosa di nuovo.

 

Hai avuto qualche mentore particolare? Un Obi-Wan che ti ha indicato la retta via?

In parte, i miei genitori. Loro ascoltavano Neil Young e Bruce Springsteen. Un giorno mi hanno mostrato la loro collezione di vinili e mi hanno detto di sceglierne uno. Sono rimasto affascinato dalla copertina di Dark Side Of The Moon. E non solo da quella, visto che rimane uno dei miei dischi preferiti. Poi c’è stato un amico di Feltre, uno davvero appassionato, con migliaia di album, che per anni mi ha rifornito di roba nuova. Infine sono arrivate le riviste.

 

Ecco, veniamo alle cose importanti: il Mucchio.

Prima del Mucchio, a dire il vero “Rockstar” e “Jam”. All’inizio seguivo i loro consigli. Ricordo di aver comprato Pop degli U2, Ultra dei Depeche Mode e Bury The Hatchet dei Cranberries, quello con un uomo nudo in copertina e un occhio che lo guarda. Il Mucchio è arrivato quando avevo già diciassette o diciotto anni, dopo il 2000. Era ancora settimanale, ci ho messo un po’ a prendere le misure, ma poi sono diventato un lettore fedelissimo. Quanti dischi mi avete fatto comprare, anche con le vostre liste, tipo i 500 album fondamentali.

 

C’entriamo anche con i My Bloody Valentine?

Non ricordo, ma è molto probabile. Gruppo pazzesco, con un suono alieno. Ancora oggi quando li ascolti sembra che escano direttamente dal futuro.

 

Divoratore di dischi e frequentatore di concerti?

No, in tutta la vita ne ho visto solo uno, Bruce Springsteen a San Siro nel 2003. Non so come mai. Un po’ perché non ho mai avuto qualcuno con cui andare: né a Feltre, né in tutti gli anni che ho trascorso a Bari. Un po’ perché adesso ho famiglia, due bambine di tre e cinque anni, e le priorità cambiano.

 

Io ci provo: venerdì sera qui suonano i Wilco (l’intervista risale all’inizio di ottobre, NdI).

Ho visto, ci ho fatto anche un pensierino. Ma il giorno dopo abbiamo un’amichevole con una squadra croata.

 

Ecco, torniamo alla vera ragione di questa intervista: gli ascolti negli spogliatoi di Serie A. Come vanno le cose? In questi anni sei riuscito a trovare almeno un collega con cui parlare dei My Bloody Valentine?

Uno sì, Luigi Giorgi. Un grande! L’anno scorso abbiamo giocato assieme a Siena, eravamo pure vicini nello spogliatoio e ci siamo scambiati un sacco di musica. Anzi, la prossima settimana andiamo a Palermo – lui adesso gioca lì – e devo ricordarmi di riportargli un po’ di dischi. Tra l’altro, a differenza del sottoscritto, lui è pure un animale da concerti.

 

Nessun altro?

Forse qualche punto di contatto c’è, ma in genere negli spogliatoi si ascolta musica diversa da quella che piace a me. Credo sia così un po’ in tutte le squadre. Con qualche differenza tecnica: a Siena per esempio non c’era lo stereo nello spogliatoio, qui a Torino c’è ed è monopolizzato dalla radio o dagli iPod.

 

Tecnologia. A giudicare da ciò che si vede quando scendete dai pullman per entrare nello stadio o dalle ricognizioni prepartita in campo, nel calcio non mancano certo iPod, iPad e affini. 

Sì, la tecnologia non manca. Quasi tutti hanno l’iPad, per esempio. Io credo di essere stato tra i primi a comprare un lettore MP3, un Muvo della Creative, assomigliava a una pennina USB. Ora ho un iPod da 160 gigabyte, ma non è che lo aggiorni molto spesso. E in ritiro scarico spesso album da iTunes, sabato ho preso gli A.R.Kane, l’ultimo di Nathan Fake, William Basinski.

 

Hai qualche rito d’ascolto particolare prima delle partite? C’è qualche gruppo o album che ascolti per caricarti?

Non più. Lo facevo da ragazzino, adesso è già tanto se ascolto una o due canzoni. E il più delle volte non lo faccio per caricarmi, ma per rilassarmi. Roba tranquilla. L’ultima volta credo fosse Richard Skelton.

 

Qual è il tuo rapporto con Internet?

Lo uso molto per informarmi. Se certe cose non le ho scoperte sul Mucchio o su “Blow Up”, vuol dire che le ho trovate su siti come Onda Rock o SentireAscoltare. Ecco, forse l’unica vostra pecca è che vi manca un buon sito (eccoci online, Alessandro! Che ne pensi?, NdR). Poi, c’è YouTube. Qualche giorno fa ho letto un articolo in cui si sosteneva che la maggior parte della musica ormai viene fruita attraverso i video. Ogni tanto compro ancora vinili, però è vero, quello è il mezzo più semplice.

 

Veniamo al sogno della tua vita. 

Piccola premessa: per un paio d’anni, ho studiato al DAMS di Roma. L’intenzione era proprio di proseguire nella musica o nel cinema, poi ho preso altre strade. La sottile linea rossa l’ho scoperto su Tele+, credo di aver registrato la videocassetta: sembrava un film di guerra, ma era qualcosa di più.

 

Ma se lo incontrassi davvero, Malick, cosa gli diresti?

Timido come sono, mi limiterei a chiedergli di scattare assieme una fotografia. Lui mi direbbe di no. E finirebbe tutto lì.

 

Se non lui, chi…?

David Lynch.

 

Con il cinema come va nello spogliatoio?

Rispetto alla musica, i punti di contatto sono maggiori. Ci sono film hollywoodiani che mettono d’accordo tutti, come quelli di Nolan: Inception, Il cavaliere oscuro – Il ritorno

 

Ti capita di andare al cinema con i compagni?

Raramente. A Bari era diverso. C’è stato un periodo in cui l’allenatore Antonio Conte ci portava tutti assieme, in tuta, il giorno prima delle partite.

 

La squadra in comitiva al cinema? 

Andavamo il venerdì pomeriggio alle cinque, dopo l’allenamento, in una grande multisala a Bari: praticamente c’eravamo solo noi. Però è stato divertente: lo abbiamo fatto più o meno per tutto l’anno, passando da grandi film a incredibili fesserie.

 

Sei anche un buon lettore?

Penso di sì, soprattutto in ritiro, quando abbiamo il sabato pomeriggio libero. Di recente ho letto Cosmopolis di De Lillo: mi è piaciuto, ma Underworld è dieci spanne superiore. Ho trovato splendido Il senso di una fine di Julian Barnes. E adesso che sono a Torino dovrò riprendere in mano Elogio dell’invecchiamento di Andrea Scanzi.

 

Un ex-Mucchio! È bello, ma non colgo il nesso. 

Ho iniziato a leggerlo l’anno scorso, quando ho frequentato un corso di sommelier. Solo che i primi capitoli erano dedicati al barbera e ai vini del Piemonte, mentre io stavo in Toscana. Ora posso gustarmeli meglio, comprendendo anche i riferimenti geografici.

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