Alice Wheeler

Quando ho fotografato i Nirvana

Un’amica comune fu il tramite, l’obbiettivo della sua macchina il mezzo. Alice conobbe Kurt per gli scatti di Love Buzz. Era il 1988, ecco come andò.
Alice Wheeler
Quando ho fotografato i Nirvana

Qual è il mio lavoro? Documento la società attraverso la mia fotografia”. Alice Wheeler te lo dice con la stessa tranquillità con cui un carrozziere descriverebbe il suo mettere mano alle automobili o un dottore racconterebbe che si alza alla mattina consapevole che dovrà curare qualcuno. Alice è una fotografa, specie nello spirito, ma, come non direbbero alla Bocconi, non se la tira per niente. Anzi. È autrice di scatti memorabili nonché di alcuni dei più famosi ritratti su carta emulsionata dei Nirvana, ma è troppo intelligente per non capire che anche il caso aiuta ad avere successo nella vita e che quindi prendersi troppo sul serio è sbagliato al pari di buttarsi giù senza rialziarsi.
Alice è troppo intelligente anche per non sapere che è fondamentale conoscere il posto dove fanno il miglior fish and chips della città che, in questo caso, è Seattle. Ed è proprio in quel fish and chips che la incontro per una lunga chiacchierata, con vista Space Needle e spruzzi del Puget Sound quasi a sfiorare il vassoio. Cadevano, quel giorno, quasi i diciotto anni dal suicidio di Cobain. Ecco, forse serviva il lasso di una nuova maggiore età per rendere più “adulta” Seattle, per placare un po’ di quella rabbia e disperazione. Alice, che viene dal Midwest e che di posti ne ha girati parecchi, come molti altri ha trovato qui la propria dimensione.

Alice, cosa intendi con “fotografia”?
Il momento. Niente prima e niente dopo, ma solo quell’attimo che viene catturato. Una bella foto parla da sé e cattura l’immaginazione di chi la guarda, tutto il contrario della maggior parte delle foto delle attuali
band o celebrità: mi pare di rivedere sempre lo stesso scatto, ancora e ancora. E poi la gente viene ritoccata così tante volte che diventa persino difficile da riconoscere.

Quanto è cambiato il tuo mestiere negli anni?
Parecchio, prima a causa di Internet e poi della crisi. Basti pensare che la maggioranza delle riviste e dei quotidiani cartacei ha chiuso oppure è passata in Rete. Per molti editori tagliare i costi sulle foto è diventato “il” modo di risparmiare: spesso si lascia che siano i giornalisti a fare gli scatti ma, al contrario, non si lascia mai che siano i fotografi a scrivere i pezzi. Come se la fotografia fosse materia per tutti e la scrittura, invece, solo per i più in gamba… Molte riviste utilizzano foto prese dalla Rete oppure si accontentano di comprarle a pochissimo prezzo da siti di stock validi per tutte le situazioni, con scatti che, se ci fai caso, capita c’entrino poco o nulla con la notizia di cui si scrive.

Che in termini di guadagni significa…
…che come la maggioranza dei fotografi non sono più in grado di sostenermi solo col mestiere. Ho fatto questo lavoro a tempo pieno dal ’93 al 2012 e sono certa che tornerò a farlo in piena regola quando l’economia lo permetterà. Nel frattempo ho deciso di guadagnarmi da vivere in altra maniera (presso un’agenzia che aiuta chi ha perso la casa, NdR), conservando il tempo di fare gli scatti che mi piacciono, a modo mio. Paradossalmente, è probabilmente il periodo della mia vita in cui fotografo di più. Continuo a esporre in due gallerie ma più che altro per tenere un canale commerciale aperto.

Internet ha cambiato l’idea di foto business.
Il modello di Google e simili è di trarre profitto dalla distribuzione di immagini gratis… Va da sé quanto sia difficile per un fotografo poter vendere, dato che tutto finisce in Rete. Ho avuto 1993molte discussioni relative al fatto che prendere foto dalla Rete sia equiparabile ad un furto. Per me è rubare, senza dubbio, e rende difficile la vita ai fotografi. Occorre un cambio di prospettiva: l’industria discografica è riuscita a far passare l’idea che scaricare le canzoni sia un furto; appropriarsi delle foto, invece, sembra che non lo sia… Che poi la Rete permetta meraviglie come poter stare seduta nel mio studio di Seattle e condividere, ad esempio, il punto di vista delle rivoluzioni in Egitto, è un altro discorso.

Sei ottimista sul futuro?
Se il passato insegna qualcosa, magari il lavoro fotografico che sto facendo ora interesserà qualcuno nel futuro. L’esperienza mi dice che la gente di solito apprezza il mio lavoro solo a posteriori, dopo tanti anni, quando ormai si può classificare come “storico”: adesso ho tantissime richieste per scatti realizzati quindici o venti anni fa, scatti che ai tempi venivano giudicati come non abbastanza buoni. Credo sia perché vedo il mondo in maniera particolare, differente, e penso che alla gente occorra un po’ di tempo per comprendere il mio punto di vista.

Alice Wheeler Fotografare Cobain
Alice Wheeler

Di dove sei originaria?
Sono cresciuta a Omaha, Nebraska, con tanti amici cattolici di origine irlandese e italiana. Mia madre era una pittrice e insegnante di arte mentre mio padre era un professore di Sociologia all’Università. Erano entrambi talentuosi e in gamba ma anche molto disfunzionali. Hanno passato un sacco di tempo litigando e si sono trascinati per anni problemi mentali mai risolti. Hanno divorziato quando ero al college. Mi hanno avuta da quarantenni e ora sono entrambi morti.

Quando sei arrivata a Seattle?
Ho lasciato il Midwest nel 1979 e ho vissuto in Texas, New Mexico, Los Angeles, San Francisco, Portland per poi fermarmi prima a Olympia e poi a Seattle. Finalmente. La prima volta che ci ho messo piede mi sono sentita come nel Selvaggio West. Era davvero diversa dal posto tanto conservatore dove ero cresciuta, al di là del clima piovoso, delle montagne innevate e dell’acqua abbondante e pura rispetto alle secche praterie alle quali ero abituata. Quella del 1981, comunque, non era la Seattle dei Novanta:
era una città piccola, calma e pulita. Diversa dal Nebraska ma anche lontana dalla confusione della California. I primi tempi vivevo in un hotel da 45 dollari a notte e campavo facendo sondaggi telefonici. Conobbi presto alcuni punk della band degli U-Men e iniziai a frequentare i loro giri. A Seattle tutti i punk si conoscevano fin dalle superiori, per questo ero vista come un’outsider, a differenza di quando vivevo a Hollywood dove tutti i punkettoni venivano da fuori.

Cosa accadde nei Novanta?
Cambiò un po’ tutto. Rapidamente. Tanti cervelli informatici arrivarono qui da tutto il mondo specie per la Microsoft e Amazon e con loro un sacco di altra gente. La fisionomia della scena musicale passò dal conoscersi tutti all’includere un sacco di persone che arrivavano vogliose di far parte di un nuovo fermento. Tanti sostengono che Seattle sia un posto speciale. Rispetto al resto degli Stati Uniti, è la città più liberale ed è anche la più attenta alla cultura. La gente, però, tende ad essere un po’ fredda qui: è la cosiddetta Seattle Syndrome o la Seattle Freeze, che alcuni fanno risalire, tra l’altro, al retaggio della cultura Nordeuropea, al meteo o alla natura passivo-aggressiva della gente. Seattle è nata sotto il segno dello Scorpione: si allunga e ti punge. In realtà resta anche oggi una città dove è stato possibile arricchirsi in fretta: è così fin dai tempi della corsa all’oro alaskiana dell’ultima parte dell’800, le navi partivano da qui.

Come sei entrata in contatto con la scena musicale?
Per cominciare anch’io da giovane sono stata una musicista, ho fatto parte di diverse band punk: quella di maggior successo si chiamava The Anemics, a Los Angeles. Io ero la cantante, Eva O dei Christian Death suonava la chitarra, Killer delle Third Sex stava alla batterista e Sandra, la prima bassista delle Hole, era la nostra bassista. Tutte donne.

Eri una riot grrrl?
Ero amica delle ragazze che iniziarono il movimento riot grrrl, ma non sono mai stata una di loro. Ero una loro fan, questo sì. Avevo qualche anno in più, avevo già finito con il college e mi ero già spostata a Seattle quando il movimento riot grrrl esplose a Olympia dove avevo frequentato la scuola.

A proposito, è stato proprio al college che hai cononosciuto personaggi poi divenuti noti.
Sono stata fortunata a frequentare l’Evergreen State College di Olympia: per loro educare significa insegnare a essere un libero pensatore. Ho passato un anno intero a studiare il senso della vita. Ho conosciuto tantissime persone in gamba, molte delle quali hanno poi fatto parte della scena di Seattle o del North West: Kathleen Hanna (Bikini Kill, Le Tigre), Slim Moon (Kill Rock Stars), Calvin Johnson (K Records), Bruce Pavitt (Sub Pop)… Ho incrociato anche Matt Groening.

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Quando hai conosciuto Kurt Cobain?
Durante le sessioni fotografiche per il loro primo singolo, Love Buzz, nell’estate del 1988. Ero amica di Tracy Marander fin dai tempi del college. Lei viveva in una casa nota come The Alamo, dove, tra l’altro, abitava anche Slim Moon con i membri della band Danger Mouse. Prima di quella sessione, Tracy mi aveva parlato di questo suo nuovo fidanzato, un certo Kurt, di Aberdeen.

Ti piaceva la musica dei Nirvana?
Sono una delle mia band preferite, adoro un sacco di pezzi: About A Girl perché parla di Tracy, All Apologies dove il passaggio “everyone is gay” venne ripreso da un modo di dire di un nostro amico comune, Aneurysm, Radio Friendly Unit Shifter, Come As You Are, Negative Creep, Rape Me, Lithium, In Bloom, che parla di Dylan, Something In The Way, You Know You’re Right e Moist Vagina che inneggia alla marijuana.

Avendoli vissuti in prima persona che idea ti sei fatta delle biografie più importanti uscite su Kurt e gli altri?
Ho sentimenti contrastanti. Credo che Come As You Are di Michael Azerrad sia stata scritta prima della morte di Kurt da un tizio a cui in realtà della band interessava poco. Ricordo che, non appena uscì, io e Tracy ci mettemmo, riga per riga, a segnare tutti gli errori. Era stata realizzata con l’intenzione di vincere la sfida commerciale con il “tabloid style book” che stavano scrivendo due autrici inglesi e per contrastare la stampa negativa che seguì alla dichiarazione di Courtney a “Vanity Fair” in cui ammetteva di avere consumato eroina durante la gravidanza. Heavier Than Heaven di Charlie Cross lo trovo un libro deprimente. È sicuramente più accurato di quello di Azerrad ma l’autore è completamente perso nel suo punto divista e tralascia tutto quanto c’è stato di divertente nella vita del gruppo e di Kurt, che aveva un gran senso dell’ironia. Charlie non è mai stato un punk ma un uomo ricco di qualche anno più grande di noi che non capì e apprezzò i Nirvana finché il resto del mondo non li fece diventare importanti. Non è riuscito a catturare l’energia del movimento punk. La maggior parte delle altre biografie è davvero approssimativa… Ad esempio: sono citata in libri senza nemmeno avere mai parlato con gli autori. Una volta mi è capitato
di incontrarne uno che non prendeva appunti durante la conversazione: quando è uscito il libro c’era scritto l’opposto di quanto gli avevo detto. A volte credo che gli scrittori vogliano far andare a parare la storia dove hanno già deciso e che usino tutto il resto a loro piacimento. Alla fine il libro che mi ricorda meglio Cobain è Diari (in Italia edito da Mondadori nel 2004, NdR).

Hai definito Kurt “heart on his sleeve”, un bellissimo modo di dire anglosassone che arriva dal Medioevo.
Intendevo dire che Kurt indossava “il suo cuore sulla manica”, esplicitando e non nascondendo i suoi intenti (così come i cavalieri cucivano orgogliosamente lo stemma del loro casato sulla divisa, NdR). Riusciva a sentire le cose davvero in profondità e aveva uno spirito curioso e una mente aperta. Kurt era capace di incalanare i suoi intensi sentimenti nella musica e raccontava lì la sua verità. Credo che l’arte autentica sia un riflesso dell’anima di chi la crea e del modo in cui essi vedono il mondo. Quella mediocre, invece, è il riflesso dei meccanismi di un processo che l’artista pensa possa portarlo a vendere, senza nulla di personale o rivelatorio in sé. È questo che ha reso la musica dei Nirvana così potente, oltre al fatto di essersi trovati nel posto giusto al momento giusto.

Ho letto da qualche parte che hai paragonato Cobain a Lennon, in che senso?
Per me, fan di Lennon, Kurt era artista e genio musicale di pari grado. Jagger, invece, mi pare un pavone che recita un ruolo.

Credi che Cobain si montò la testa per il denaro guadagnato?
Non credo. Mi ricordo che soli quattro mesi prima di morire era orgoglioso di potersi permettere vestiti nuovi da Sears, un discount. E ricordo casa sua il giorno del suo funerale: non c’erano molti mobili e il poco che c’era era vecchio o rovinato. Al posto delle tende c’erano lenzuola arrotolate. “Heart on his sleeve”, fino alla fine.

Pubblicato sul Mucchio 708/709

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