La guerra dei droni

Intervista al generale Fabio Mini

Da micidiali e discussi mezzi stanaterroristi, dal 2015 i velivoli militari senza piloti sorvoleranno strade e città degli Stati Uniti, aggiungendosi ai sistemi di videosorveglianza ormai disseminati dappertutto. Una decisione per la sicurezza che mette in allarme: chi controllerà i guardiani?
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Se lo chiedeva Giovenale e pure Alan Moore in Watchmen: chi vigila affinché chi è deputato a controllare agisca secondo le regole? Nel fumetto l’autore inglese inseriva non a caso All Along The Watchtower di Bob Dylan. Il brano è anche il tema portante di  Battlestar Galactica la serie tv di fantascienza in cui i robot cyloni un bel giorno si ribellano e annientano il genere umano. Nient’altro che una variante dei Replicanti di Blade Runner e di altre specie create dalla nostra fantasia con lo scopo di facilitare la vita degli uomini o di rappresentarne un’estensione davanti alle nostre limitate capacità, salvo poi, vuoi o non vuoi, perderne il controllo.
Fu Isaac Asimov a codificare nelle leggi della robotica la strada per un’etica delle macchine, tema da cui sono ripartiti i vertici militari americani in attesa di un software che porti una spanna avanti l’intelligenza artificiale. Prima di sferrare un attacco, qualunque sia l’arma, il diritto umanitario dispone che si debba essere in grado di riconoscere con ragionevole certezza l’obiettivo come militare, prendendo le dovute precauzioni per salvaguardare i civili. In un futuro prossimo potrebbe essere possibile delegare queste valutazioni ad una macchina? Un robot potrà decidere autonomamente se sganciare o meno una bomba su una casa, un cortile, un avamposto? Forse, ha risposto il Ministro della Difesa Inglese.

I primi droni sono già atterrati in Italia. Dallo scorso giugno la base militare di Sigonella, in Sicilia, ospita i velivoli comandati a distanza. Negli ultimi nove anni sono diventati la risorsa di punta dell’esercito americano oltreché l’articolo su cui l’industria delle armi sta investendo forsennatamente. Sotto la presidenza Obama, che su questo tema si gioca parte della campagna elettorale, si conta una missione telecomandata ogni quattro giorni. Che sia diretta in Pakistan, Afghanistan, Iraq, Yemen nella guerra contro al-Quaeda o che sia servita in Libia contro Gheddafi poco cambia. Qualcuno seduto al sicuro in una base a chilometri e chilometri di distanza dall’obiettivo, segue su uno schermo la rotta del velivolo fino al compimento del comando assegnato. Può trattarsi di una semplice ricognizione per raccogliere informazioni, oppure di far saltare in aria un bersaglio, ma l’imperativo per chi manovra il joystick è sempre lo stesso: minimizzare le perdite in termini di denaro e di vite umane, soprattutto tra i civili. Finora, però, non è andata esattamente così. Anche perché i droni non fanno prigionieri e diversi innocenti – tali dovremmo considerare anche i sospettati fino a che non siano riconosciuti colpevoli dopo un regolare processo – hanno inquinato le operazioni. Lo sostiene Amnesty International oltre a fonti poco autorevoli, leggi anche nemiche dell’Occidente. Come se non bastasse recentemente nel corso di esercitazioni in vista di un massiccio uso civile di questi velivoli alcuni ricercatori hanno dimostrato come sia possibile dirottarli sfruttando la vulnerabilità del segnale GPS. Un bug non trascurabile come pure una serie di questioni etiche che abbiamo affrontato con il generale della NATO Fabio Mini, un signore che ha ricoperto ruoli di primissimo piano nei Balcani e che ha appena scritto Perché siamo così ipocriti sulla guerra?, un libricino che si legge in due ore e ti dà da riflettere per un bel po’.

Alcuni strateghi moderni hanno cercato di trovare nella tecnologia e nella scienza, oltre che nello spionaggio, chiavi diverse per la vittoria, risparmiando la pena del combattimento o almeno riducendola all’indispensabile. È in questo dominio che dovremmo inserire i droni?
Non direi proprio. I droni non fanno risparmiare, non rendono inutile il combattimento, non evitano perdite e non portano alla vittoria senza lo scontro. A parte i velivoli senza pilota per scopi di mera sorveglianza e acquisizione d’informazioni, che costano comunque tanti soldi sia in termini di acquisto del sistema sia per l’esercizio e l’elaborazione e la verifica dei dati, i droni a cui fa riferimento l’orientamento moderno sono armati. Sono strumenti di guerra in grado di intervenire immediatamente con le armi nel momento in cui l’informazione è acquisita. È un mezzo di lotta asimmetrica che dà il vantaggio di non far rischiare la pelle a chi li possiede ma di fare molte vittime tra chi li subisce.

Partendo dal presupposto che nessuno strumento è buono o cattivo di per sé ma tutto dipende dall’uso che se ne fa, siamo all’alba di una nuova rivoluzione nel modo di fare la guerra?
No. È un ritorno al passato della Prima guerra del Golfo, nel 1990, quando fu adottata la cosiddetta opzione “zero morti” (la cancellazione visiva della morte, Ndr). Bisogna però ricordare che quella opzione non fece finire la guerra ma si tradusse in un conflitto latente che poi fornì il pretesto per un altro conflitto aperto in cui, abbandonata l’opzione zero morti, si ottenne una vittoria militare ed una “non vittoria” morale, sociale e politica al modico prezzo di 4000 morti, enormi spese, un debito crescente e la destabilizzazione permanente di un’area strategica.

I droni oltre a solleticare paure ataviche come quella della rivolta delle macchine o del grande fratello, sollevano diverse problematiche: non solo la condivisione dello spazio aereo civile, alcuni buchi nella trasmissione via satellite e il tempo di risposta nel reagire ad un imprevisto, ma anche questioni etiche che andrebbero sviscerate.
I droni rispondono alla logica di evitare perdite umane a chi li possiede e soprattutto alla logica di disumanizzare il combattimento. Chi guida un drone lo fa a distanza e da una console: non ha contatto con l’avversario e agisce come in un videogioco. Il suo avversario è una rappresentazione grafica. Niente di più. La disumanizzazione porta inevitabilmente alla perdita di dignità umana. Il nemico non ha né diritti né doveri e, inoltre, i droni non fanno prigionieri, ma solo vittime. In un quadro di generalizzazione dell’impiego dei droni il rischio maggiore è l’esarcebazione della violenza gratuita e ludica da parte di chi li usa e la repulsione profonda da parte di chi li subisce. La pace, intesa come contatto non ostile tra i contendenti, non è più possibile.  Il conflitto è perciò destinato ad evolvere o regredire a forme ancora più dure, asimmetriche e disumane.

In un ipotetico futuro la guerra potrebbe risolversi tra scontri tra droni come già raccontato dalla fantascienza?
Un drone è utile soltanto in un ambito asimmetrico: dove l’avversario non ha le stesse potenzialità e capacità tecnologiche e militari. Se si arrivasse ad una guerra tra droni significherebbe la guerra tra potenze paritetiche e quindi simmetriche. In questo caso il conflitto potrebbe avere una fase iniziale di puro scontro fra droni o robot per l’acquisizione dello spazio aereo o di manovra. Poi però chi conseguisse la superiorità la sfrutterebbe per condurre le distruzioni strutturali dell’avversario, delle sue difese, delle sue risorse e delle sue capacità di comando e controllo delle stesse macchine. I risultati di una simile fase li abbiamo già visti nella Seconda Guerra Mondiale con i bombardamenti a tappeto e l’impiego delle atomiche.  E non è stato uno spettacolo gratificante. Non a caso nelle guerre tra robot della fantascienza l’ambiente naturale è sempre devastato, arido, già sottoposto ad una catastrofe. Mentre le macchine combattono guidate da uomini che vivono in una realtà virtuale, gli uomini veri sono ridotti a sopravvissuti disperati o a topi che vivono nelle fogne delle metropoli semidistrutte.  Chi spera che la guerra possa limitarsi alla distruzione tra macchine senza toccare gli uomini o non conosce il cinismo umano o vuole far credere nella possibilità di non coinvolgere gli uomini soltanto per costruire e vendere macchine. Ma questo già succede oggi e non è fantascienza.

Mettere insieme le parole “etica” e “guerra” sembra un ossimoro eppure c’è differenza tra uccidere un uomo e torturarlo fino a farlo morire. Il codice, il diritto serve per umanizzare la guerra? Non è anche questo un’ipocrisia?
La stessa idea che la guerra voluta dagli uomini possa non coinvolgerli e possa anzi riservare loro il ruolo di spettatori da una tribuna di uno stadio è un’ipocrisia. Ma è già successo anche questo. Nelle guerre del recente passato miliardi di persone hanno partecipato guardando un teleschermo. Si sono eccitate o depresse davanti ai televisori. Mentre attaccavamo con un aereo ogni dieci minuti la Serbia, sulle nostre spiagge la gente andava tranquillamente a fare il bagno e le batterie missilistiche dovevano mimetizzarsi in modo da non turbare il flusso turistico. Le nostre navi da sbarco in Libano hanno scaricato uomini in pieno assetto di guerra a dieci metri dagli stessi libanesi che si bevevano il cocktail sulla spiaggia. Per questo l’ipocrisia del combattimento a distanza può reggere, ma non regge l’etica. L’etica militare è l’etica del combattimento tra uomini che l’accettano e la condividono. Sulla base di questa etica si è misurata la stessa civiltà. Si chiamavano barbari non tanto quelli che ammazzavano donne e bambini ma quelli che avevano regole diverse. Le regole servono perciò ad umanizzare ma soprattutto a civilizzare lo scontro. Per questo le guerre più civili sono quelle che si vincono e perdono a tavolino, quelle che si vincono perché si evitano, quelle che si limitano e quelle che limitano i danni agli innocenti e ai non combattenti. Secoli di diritto internazionale sono stati spesi per cercare di regolare la guerra e per far conservare ai combattenti la dignità di uomini. Sono stati creati dei veri e propri artifizi come la guerra giusta, il nemico giusto, la suddivisione del diritto bellico in diritto alla guerra e diritto in guerra. Sono state stabilite convenzioni per regolare la guerra e inventate altre ipocrisie come la guerra umanitaria o l’operazione di polizia internazionale per giustificare i conflitti armati. In ogni caso il massimo della civiltà della guerra si è espresso quando è stata intesa come un rito e si è svolta sul piano prettamente simbolico, tra campioni, in un quadro di regole condivise.

Appellarsi alla “non violenza” o alla richiesta di tagliare al massimo le spese militari, è facile populismo o sono strade per certi versi percorribili?
Per quanto riguarda la non violenza non escludo che possa esistere, ma non mi è mai capitato di vederne un’applicazione pratica. Quella che ho visto spacciata per non violenza nei teatri di guerra o di conflitto sociale è un’ipocrisia che non elimina la violenza come strumento di lotta, ma la esercita in forme diverse dalle armi convenzionali. Nel quadro della guerra moderna sono previste molte forme di violenza psicologica, influenza, asservimento e plagio simili alle cosiddette forme non violente.  Ci sono armi costituite da “non armi”, armi non letali o meno che letali, ci sono forme di restrizioni sociali e individuali molto più crudeli delle armi. C’è la violenza giuridica che prevede lo status di “non-persona” per qualcuno che si ritiene un avversario asimmetrico. Non so se sia possibile condurre una battaglia per un ideale o una difesa della propria dignità senza ricorrere ad una forma qualsiasi di violenza attiva o passiva. Lo stesso Gandhi nei suoi ultimi giorni era sconsolato: “più penso alla non violenza e più mi rendo conto di esserne lontano”. Di certo la non violenza è diventata un abusato mezzo d’ipocrisia: spesso simula un buon sentimento ma si esprime con una violenza profonda. La riduzione dei bilanci o delle risorse militari è senz’altro un modo populistico di affrontare il problema della guerra. Tuttavia anche nell’ambito militare esiste il corporativismo che attraverso i pretesti o le minacce della guerra tende esclusivamente a salvaguardare interessi politici, profitti economici, posizioni di potere, privilegi di casta, una gerarchia, un modo di pensare. Per questo in un sistema democratico, a risorse ed ambizioni  limitate, è necessario un controllo costante sull’efficienza e la capacità degli strumenti militari. È necessaria una periodica revisione dei compiti e dei risultati ottenuti ed è necessario il controllo sulla spesa: può e deve essere fatto. Se questo non avviene si può allora fantasticare di guerra tra macchine. Sarebbe però opportuno rinunciare all’ipocrisia di credere che questa guerra serva alla civiltà e preservi la dignità umana. Oppure che con le macchine si possano evitare le regole: il codice etico per i robot è stato già inventato da Isaac Asimov.

Pubblicato sul Mucchio 698

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