Céline Minard

Passaggio ad ovest

Per incontrare nuovamente una carovana persa sulle piste polverose d’America bisogna leggere una scrittrice francese.
Minard

 

minardSono passati una settantina d’anni dal viaggio disperato (con echi biblico/apocalittici) della famiglia Joad, immortalato nel romanzo di John Steinbeck simbolo dell’America immiserita dei primi anni Trenta; Minard, classe 1969, filosofa di formazione e inevitabilmente cresciuta con tutta un’epica western trasfigurata dal pop e dal pulp, ha costruito un libro (Per poco non ci lascio le penne, 66thand2nd, 248 pagine, 18 euro) che con ironia e citazionismo e senza mai perdere un ottimo ritmo ricalca una tradizione nuovamente in rampa di lancio, almeno a giudicare dai romanzi western in uscita – e dalla riscoperta hollywoodiana del genere, ormai da qualche anno.

Una storia di cavalli al galoppo, carovane, indiani, decisamente poco “francese”. Al di là dei cliché (del resto in Italia abbiamo avuto Sergio Leone e Tex Willer), cosa l’ha spinta a scrivere questa storia?
Cavalli al galoppo ma anche buoi al passo, carovane di un solo carro, indiani scaltri e sciamani solitari. E’ molto poco francese, glielo concedo e tuttavia il western fa parte di un fondo di cultura europea, quasi dell’inconscio collettivo, che non è tanto il segno della dominazione americana quanto quello dell’ultimo grande racconto cosmogonico occidentale. La mia infanzia è stata immersa nel western, come quella di due o tre generazioni di francesi. E’ perciò una cultura “di mia proprietà”, attraverso il doppiaggio al cinema e la traduzione in letteratura. Così come appartiene agli italiani che l’hanno reinventato.

A proposito di cliché, sembra che un suo sforzo sia stato quello di non fare in modo che il suo racconto restasse troppo impantanato nella tradizione western “canonica”, lasciando spazio a una certa dose di ironia.
C’è uno scarto, in effetti, tra il mio western e il western canonico. Ed è questa distanza, quella del gioco, che mi interessa in massima parte. Non si tratta di parodia né d’ironia – per parlare come si deve – ma d’humour, di sottrazione costruttiva. Amo rivisitare i generi e i luoghi comuni come si ama reinvestire nelle case della nostra infanzia, a costo di abbattere qualche muro e cambiare di posto ai mobili. E’ il solo modo del resto, di abitarle veramente. C’è necessariamente una parte distruttiva nell’indagine o nella ricostruzione dei luoghi comuni. Non si può rimettere un corpo fermo in movimento senza dargli un calcio!

Come sono nati i suoi personaggi, ha avuto fonti di ispirazione particolari?
Calamity Jane è uno dei miei personaggi western preferiti. Il personaggio di Piccolo Grande Uomo che, pure lui, sa mentire come un cavatore di denti e reinventa la sua vita rispetto al gradimento degli interessi dei suoi interlocutori, mi piace molto. Questa dimensione di finzione, imbroglio e malizia ha sicuramente giocato a favore dei miei personaggi. Le mie fonti d’ispirazione sono state numerose ed eclettiche: da Dorothy Johnson, a Parkman e il suo viaggio nell’Oregon, passando dai libri popolari di Karl May, le storie indiane, le preghiere degli sciamani, i racconti dei prigionieri, dei cacciatori di bisonti, ma anche la poesia concreta americana come quella di Charles Reznikoff o di William Carlos William, che cercano anche loro di costruire il grande romanzo d’America. Senza dimenticare ovviamente il cinema con John Ford, Sergio Leone, i western tailandesi in cartapesta, i western crepuscolari come Pat Garett e Billy The Kid e il western contemporaneo Le tre sepolture (regia di Tommy Lee Jones, 2005, NdR).

Quanto ha contato, invece, il ruolo dell’atmosfera circostante, intendo i suoni, l’ambiente, il vento, la terra?
Enormemente. L’ambiente naturale è una delle strutture e delle azioni del mio romanzo, che considero più come un “romanzo della prateria” che come un western come si deve. La geografia è viva, agisce sui movimenti degli uomini e degli animali, allontana un avanzamento, suggerisce le pause, impone le partenze e la velocità. La prateria nasconde o rivela, un albero è un nascondiglio o il segno di un mercato indiano. Il fiume vi cura o vi ruba lo stivale, un temporale decide del vostro avvenire. Tutto si mescola, il percorso degli uomini  in mezzo all’erba disegna la prateria come territorio e paese, quando è proprio lei  che li educa e li fa crescere.

Josh ama viaggiare, “andare avanti”, mentre suo padre Brad desidera arrivare “a destinazione”; un bivio filosofico/generazionale che trascende i momenti storici…
Certo, come esistono motivi diversi per l’esilio, ci sono anche diverse ragioni e diversi modi d’avanzare. Abitare il viaggio non è una cosa facile per un sedentario. Brad è un contadino il cui fine è di ritrovare la sua estensione fisica, una materia, per lavorarla come lui sa fare, lavorare con lei. Josh non era sufficientemente radicato nel suo paese d’origine per vivere questa migrazione nello stesso modo del padre. Il movimento in sé lo soddisfa. L’esplorazione, la scoperta, il fatto di passare senza stabilirsi, di avere abitudini di corta durata.
In effetti forse è meno generazionale che filosofico. La domanda è sapere se essere a casa abbia un qualunque senso, se esista una modalità leggera di attraversare la terra e la vita, se bisogna scavare una tana, accantonare delle riserve oppure essere come un uccello e accontentarsi dell’abbozzo di un nido. E’ al tempo stesso una questione di architettura, di senso e di forma di vita.

Viviamo un momento apparentemente regressivo, di chiusura delle nostre società, a dispetto della ricerca di una nuova frontiera o di nuove opportunità. Secondo lei è anche per questo se le storie western stanno rivivendo un buon momento, in letteratura e al cinema?
Il western ritorna come gusto del momento perché descrive una non-società o una società aperta. Viviamo con restrizioni sociali e legali talmente forti che lo spazio del western, fuorilegge, autonomo, fragile, appare come una panacea. Indubbiamente molte poche persone nel nostro tempo hanno l’impressione di avere un destino. Nel western, il personaggio più piccolo è già un’avventura. L’ambiente la rende inevitabile. Il nostro ambiente la rende quasi impossibile. Così come il rischio.

Come si inserisce “Per poco non ci lascio le penne” nella sua produzione? Pensa che sia un genere a cui darà seguito? 
Non do seguito a nessun genere particolare, li mischio e li confondo il più possibile. Se ho una carriera, è quella del trapianto, dell’ibrido. E se dovesse esserci un seguito a questo romanzo,  potrebbe prendere la forma di un’epopea in cinquemila versi giambici. Non si sa mai.

 

(traduzione di Francesca Ciarcianelli)

 

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