D. T. Max

Una versione di Wallace

Intervista a DT Max, autore di Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi, prima biografia dello scrittore americano David Foster Wallace (1962 - 2008)
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978880621462MEDScrivendone la biografia, non deve essere stato semplice fare i conti con il suicidio di Wallace. Si correva il rischio di ricostruirne la vita in funzione di quel gesto, di interpretare tutta la storia attraverso la lente di quel finale. Credo che tu sia riuscito a evitare questo rischio come meglio non si poteva. Come hai fatto?
Non so bene cosa dire ma hai ragione: questo rischio era sempre in agguato. Ci ho pensato molto e ho dovuto fare non pochi sforzi per evitarlo. Lo stile del libro in parte ha aiutato, nel senso che la piattezza della voce narrante e l’assenza voluta di qualsiasi dettaglio melodrammatico mi è servita come strumento per scongiurare il rischio di presentare la morte di Wallace come un evento in qualche modo predestinato. Comunque sia, scrivendo ho sempre dovuto tenere a mente che il suicido non era l’unica maniera in cui le cose avrebbero potuto finire, che in un’altra versione della storia Wallace avrebbe potuto essere ancora vivo oggi. Adesso avrebbe avuto solo cinquantuno anni, praticamente la metà della vita davanti a sé.

Credi che il compito di un biografo sia quello di scomparire per lasciare spazio all’oggetto del proprio racconto? In tutto il libro mi sembra che l’unica considerazione personale riconducibile alla tua voce sia la frase di chiusura (“non era l’epilogo che ci si aspettava da lui, ma è l’epilogo che ha scelto”), e anche questa è una dichiarazione di sospensione del giudizio.
Penso che sia vero in parte. Da un lato è importante per un biografo non occupare tutta la scena a propria disposizione, ma dall’altro lato è anche vero che un biografo è pur sempre uno scrittore, vale a dire un essere imperfetto con i suoi pregiudizi, e che di conseguenza non giudicare è impossibile. La frase che citi è un esempio, ma credo che la mia presenza in quanto scrittore si riveli anche in altre parti del libro. Ad esempio penso alla scena in cui Franzen e Wallace vanno in macchina verso Swarthmore, e in cui Franzen si stupisce della quantità di liquido tergicristalli utilizzato da Wallace. Ecco, dettagli di questo tipo di solito non si trovano in questo genere di libri. È più, direi, il tipo di dettaglio che apprezza un romanziere.

Essere il primo biografo di Wallace comporta anche una responsabilità: la tua versione della storia diventerà quella con cui fare i conti. Penso anche a Marguerite Yourcenar, che sosteneva che ogni biografia “costruisce” un essere umano. Come è riuscito a fare i conti con questa responsabilità?
Mettiamola così: preferisco sempre essere il primo piuttosto che fare i conti con una tradizione. Da un certo punto di vista è più facile, perché non c’è nessuno che ti possa contraddire, ma sicuramente è anche più rischioso. Naturalmente c’è molta più paura di fare degli errori, perché appunto non hai una tradizione con cui confrontarti. Ma è stato stupendo, una sensazione davvero piacevole, essere presente nel momento esatto in cui una delle persone che ho intervistato ha trovato per la prima volta la sua versione della storia, il suo sguardo sugli avvenimenti. Man mano che passerà il tempo queste persone cominceranno a ripetere la loro storia, che andrà via via stabilizzandosi, facendosi statica. Adesso è ancora tutto fresco, fluido, in movimento.

Per il libro hai scelto un titolo bellissimo, che a mio parere si ricollega con quanto dice nella sezione dedicata ai ringraziamenti riguardo alla biografia come “opera collettiva”: si sente il peso di tutte queste voci che definiscono quella che in fondo è un’assenza, una vita che non c’è più. Anche una biografia è una storia di fantasmi, in fondo?
Sì, credo che in fondo il compito del biografo sia un po’ quello del cacciatore di fantasmi. La cosa interessante è che per quel che mi riguarda questo è vero anche a livello letterale. Ho già detto diverse volte che di solito il computer portatile si apre solo dopo la chiusura della bara, nel senso che nella maggior parte dei casi le biografie sono quei libri che vengono scritti su persone ormai morte. E sì, credo sia giusto dire, come hai detto tu, che la pluralità di voci che si sente parlare nel libro ha lo scopo preciso di sottolineare l’assenza del centro, quella cosa che è, o dovrebbe essere, Wallace.

Dal tuo libro scopriamo che da ragazzo Wallace “affisse un’immagine di Kafka trovata in un giornale alla lavagnetta di sughero dedicata alle star del tennis, corredandola della didascalia: ‘La malattia è la vita stessa’”. Cosa lega Wallace a Kafka? Sappiamo del suo rapporto con l’umorismo kafkiano, ma anche il culto della malattia mi sembra un fattore importante.
Sicuramente Wallace aveva un’immaginazione molto attiva, e poi aveva un sacco di fobie: due caratteristiche che lo accomunano a Kafka. Tuttavia a me pare importante anche ricordare il debito letterario che Wallace aveva nei confronti di Pynchon e Barthelme. Non ha mai apprezzato davvero la letteratura realista e questo, ne sono quasi certo, perché non percepiva il mondo come “realistico”: “la realtà non è più reale“, erano queste le sue parole d’ordine. Per questo poteva parlare di Infinite Jest come di “un melodramma contemporaneo alla Henry James” in quella importantissima lettera che scrisse al grande critico Sven Birkerts dall’aeroporto nel novembre del 1993, mentre aspettava un volo da Chicago, quando aveva scritto poco più della metà del romanzo.

Nella prima fase della sua produzione Wallace parla spesso di se stesso come di una macchina a cui vengono richieste elevatissime performance. Credi che il conflitto tra performance letteraria e autenticità emotiva possa essere una buona chiave di lettura critica dell’opera di Wallace?
Direi che è sicuramente una lettura possibile e personalmente la condivido. L’ansia da prestazione, un’espressione che non a caso ha una forte implicazione sessuale, è sempre stato un grosso problema per Wallace, e questo è abbastanza evidente non solo a livello della sua vita ma anche nella sua opera. Non voglio implicare che avesse disturbi sessuali, ovviamente: ma fin da ragazzo era molto ansioso, e questa forma di ansia credo traspaia dai suoi libri, soprattutto nella prima fase.

Nel libro si accenna al superamento dell’ironia come strumento epistemologico postmoderno, tuttavia, l’impressione è che Wallace non sia mai riuscito a portare fino in fondo le proprie posizioni, troppo affascinato dalle manifestazioni dell’assurdo contemporaneo (la crociera, il rap, il porno). Crede che in questo paradosso risieda un punto di limite o un punto di forza della scrittura di Wallace?
Sicuramente un punto di forza. Probabilmente a Wallace sarebbe piaciuto riuscire a spiegare la propria opera in termini di un’opposizione binaria tra letteratura ironica e anti-ironica, ma la verità è che una versione così manichea della storia non è sufficiente. Prendi ad esempio Brevi interviste con uomini schifosi, che risale a una fase tarda dell’opera di Wallace, quando stava già lavorando per superare l’approccio ironico postmoderno al mondo e alla letteratura: di sicuro non è un libro anti-ironico. E quindi come dovremmo definirlo? Possiamo dire che è “post-ironico”? Oppure prendi Il re pallido: è pieno di momenti di assoluta sincerità, ma di sicuro non assomiglia a un romanzo di Franzen. Tutto questo per dire che per comprendere un uomo profondo e complesso come è stato Wallace a volte le categorie della critica letteraria non solo si rivelano poco funzionali, ma andrebbero decisamente ignorate.

Una versione ridotta di questa intervista è stata pubblicata sul Mucchio 708/709

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