Deborah Willis

A metà non c'è niente

Un esordio di racconti per una scrittrice degna erede del minimalismo.
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13539455876098-SvanireDeborah Willis è canadese, classe 1982. Al suo esordio, con la raccolta di racconti Svanire (Del Vecchio, 2013 – tradotto da Anna Baldini e Paola del Zoppo) dà prova di una scrittura asciutta, cruda ed essenziale, ma carica di una vitalità rara. Degna erede del grande minimalismo.

Io vivrei di racconti o di grandi romanzi, per me non esiste una via di mezzo. Carver o Franzen, Nugent o Ford, a metà non c’è niente. Perché utilizzi la forma racconto?
È una teoria affascinante – a metà non c’è niente – mi colpisce perché richiama l’attenzione sul fatto che gli scrittori abbiano alcuni punti di forza e alcune limitazioni. Per me, in questo momento, il racconto è la forma alla quale tendo sempre a ritornare. Naturalmente, anche se soltanto per mere questioni di mercato, vorrei saper scrivere un romanzone in stile Franzen, ma ho letto un sacco di forme brevi e mi sembra di averne fatto mio lo scopo e la struttura. Immagino che sia per questo che ho scelto il racconto. Anche se, in tutta onestà, non è stata nemmeno una scelta. Ho scritto quello che volevo scrivere.

Il tuo è uno stile ridotto all’osso, più minimalista del minimalista. È il tuo modo, o hai dovuto lavorarci?
Come non ho scelto la forma racconto, non ho scelto coscientemente nemmeno lo stile. Spesso penso che mi piacerebbe scrivere in un altro modo – essere più divertente, più assurda, più politica. Non penso mai a me stessa come a una scrittrice minimalista, anche se lavoro sul testo pesantemente.  Mentre scrivo cerco di cogliere la giusta voce e trovare il passo più adatto per raccontare la storia che ho in mente al meglio. Comunque, recentemente ho letto un libro che si chiama Attack of the copula spiders (di Douglas Glover, raccolta di saggi brevi sulla scrittura, ancora inedito in italiano, NdR) che include una brillante analisi su quanto frasi e paragrafi funzionino nella narrativa. Quindi, ultimamente sono più cosciente riguardo alla costruzione delle frasi e quanto queste influiscano sui temi che tratto.

So che non ti sei seduta alla scrivania con l’idea di fare un libro di racconti che avessero come tema comune la scomparsa, ma che è stata un’intuizione successiva dell’editore, ciononostante le tue tematiche sono gravi. Dove peschi le tue storie (se effettivamente esiste una fonte univoca)?
Vorrei saperlo! Le idee di trama sono la mia più grande sfida – spesso non ho idea di dove andare a portare la storia che ho appena iniziato, i primi passi sono i più difficili. Ma le persone sono affascinanti, strane e adorabili, quindi cerco solamente di ascoltare il mondo che mi circonda, di ricordare quello che ho sentito per strada, cose che ho letto o che penso tra me e me e in qualche modo le storie vengono fuori. Una degli aspetti più belli della scrittura, e l’unica cosa che so funzionare puntualmente, è che le storie vivono di una vita propria che io non avrei mai potuto prevedere e normalmente arrivano in fondo condividendo solo poco di quello che era l’idea originale.

Nei tuoi racconti rilevo la gravità, la brutalità, ma anche una grande ricchezza di spunti e tematiche, resa più evidente da uno stile asciutto e tagliente. In fin dei conti: è veramente un libro che parla di assenza?
Che bella domanda, è bella perché non so rispondere. Ho scoperto che i racconti significano cose enormemente diverse per i diversi lettori – ecco cosa li rende così potenti. Ma per cercare di rispondere direttamente alla tua domanda, penso che tu abbia ragione: il mio libro è anche un libro che parla di presenza. Non si può scrivere di assenza, senza scrivere di quello che ricordiamo e delle cose che abbiamo perso.

Sono d’accordo con Paolo Cognetti quando dice che nei tuoi racconti c’è moltissimo della vostra  – nostra – generazione, in particolare riguardo alle questioni familiari, quelle che poi troviamo nei grandi romanzi dei primi anni 2000. Divorzi, crisi, necessità di affrontare problemi che prima stavano semplicemente sotto il tappeto. È così?
Incontrare Paolo è stato bellissimo per me, perché ha saputo articolare molto chiaramente qualcosa che io non ero mai stata in grado di spiegare a me stessa, che è esattamente quello di cui parli nella tua domanda: scrivo di quelle famiglie e di quei problemi familiari con i quali la mia generazione ha dovuto fare i conti. Per me non c’è niente di più bello, divertente o commovente che scrivere di argomenti familiari.

Ci sono dei capitoli (o forse dei paragrafi) che lasciano trasparire una ricerca immensa (penso all’ornitologia, ad esempio), una cura e un’affezione per i particolari che va oltre il semplice lavoro del narratore e sfocia quasi nella divulgazione. Come funziona, metti nei racconti le tue passioni, o ti lasci appassionare da quello che studi per scrivere?
È una strada a doppio senso. Scrivo di cose che mi interessano ma, ovviamente, più le approfondisco più le trovo interessanti. Uno dei più grandi piaceri della scrittura è quello di poter incarnare altre vite, e questo include il fatto di mettere insieme conoscenze che normalmente sarebbero appartenute a qualcun altro. Quindi, quando scrivo di un personaggio che ama gli uccelli, parte del mio lavoro di scrittrice consiste nell’imparare il più possibile riguardo questo suo interesse e trasformarlo in una mia passione.

Leggendo Svanire, e altro della tua produzione, è inevitabile pensare a Alice Munro. Ed è inevitabile pensare che lei sia, se non il tuo principale modello, uno dei più presenti. È così? Cosa ti ha dato e, nel caso io stessi prendendo un granchio, chi sono e cosa ti danno i tuoi modelli?
Hai ragione, Alice Munro è senz’altro il mio modello più presente. Quello che più ho amato della sua produzione è la maniera estremamente abile, discreta ma allo stesso tempo determinata in cui si muovono i sui racconti. E si muovono, per davvero. Di solito sono drammi domestici, scritti senza pretese stilistiche, ma così pieni di tensione, desiderio, ironia, dolore e un articolata esplorazione delle dinamiche sessuali da essere irresistibili.
A parte questo, Alice mi ha dato l’idea che diventare una scrittrice fosse possibile. Un po’ perché è stata leale alla forma racconto per tutta la vita, che per scrittori come me è un conforto, e poi perché non ha vissuto una vita particolarmente straordinaria, che è un conforto per gente noiosa come me!

Mi sembra che i tuoi siano racconti, come per Carver, che ruotano attorno al personaggio, come se lo avessi piazzato su un piedistallo e gli avessi dipinto un mondo intorno, senza mai perdere di vista la sua centralità. Cosa (o chi) sono per te i tuoi personaggi?
Spero di scrivere di persone normali in un modo che sia il più autentico e interessante possibile per i lettori. In questo momento sto cercando di scrivere di una giovane donna che lavora a tempo pieno, legge giornali scandalistici, è fidanzata con l’uomo giusto, ama il cibo take-away e guarda le serie su Netflix. In qualche modo è più difficile scrivere di una vita tanto ordinaria, ma voglio che i miei racconti dichiarino, spassionatamente, che viviamo tutti una complicata vita interiore.

Tornando a Alice Munro: pare che qualche tempo fa abbia annunciato il suo ritiro. Tu ti trovi invece diametralmente all’opposto, all’esordio. Come vedi il tuo futuro?
Il mio futuro non è mai stato più terrificante e magnificamente aperto! Ho lavorato, negli ultimi anni, alla University Of Calgary come writer-in-residence, e adesso non sono più in questa invidiabile posizione. Viaggerò, e cercherò di trovare un lavoro che vada bene per una scrittrice (una sfida enorme). Per quanto riguarda il mio futuro di autrice, spero solo di essere abbastanza fortunata da riuscire a scrivere qualcosa che mi metta alla prova, qualcosa di cui possa andare fiera per il resto della mia vita.

 

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