Fabio Stassi

Sfida con la musica

Fabio Stassi
La mia sfida con la musica. Tutto sul nuovo romanzo.

Fabio Stassi, classe ’62, ha da poco pubblicato con Sellerio il romanzo “Come un respiro interrotto”, dopo aver scritto, tra gli altri, “La rivincita di Casablanca” e “L’ultimo ballo di Charlot”. Lo abbiamo intervistato, esplorando con lui i toni, lo stile e i contenuti della sua ultima fatica letteraria.

Perché hai scelto di raccontare la storia di Soledad?
Ho sempre avuto a che fare con la musica: è stata, insieme alla letteratura, la più grande passione della mia vita. Ho suonato a lungo, ho conosciuto molti musicisti, diverse cantanti; e ho conosciuto un po’ quel mondo. Uno dei miei ricordi più importanti risale a quando suonai al Folkstudio. Pensavo che la musica potesse essere una chiave, poiché penso che ogni storia, per essere raccontata, abbia bisogno di una chiave. E che in questo caso, potesse essere la chiave per raccontare tante cose insieme: da un lato, cose intime e personali; dall’altro, storie corali, che appartengono a tante persone. Quindi, ho scelto di raccontare la storia di una cantante proprio perché è molto difficile mettere esattamente a fuoco quello che abbiamo perso: però sicuramente tutti sappiamo che abbiamo perso qualcosa. Una cantante mi dava modo di lavorare sulla suggestione musicale, piuttosto che su altri aspetti.

La tua narrazione si svolge in maniera corale. Perché?
Sono partito da questa frase di John Coltrane: “volevo che chi ascoltasse i miei assoli avesse la sensazione di mettere il piede nel vano vuoto di un ascensore”. È la frase di un musicista, però per me è un manifesto di poetica: il mio sogno è riuscire a scrivere dando al lettore l’impressione di stare nel vuoto. Più che raccontargli una storia, vorrei suonargli un brano musicale.
Ho pensato a una struttura musicale senza la nota fondamentale, per dare al lettore un senso di smarrimento: per spezzargli il fiato, come recita il titolo del libro. E ho pensato a una struttura non lineare. La prima cosa che ho tolto è stata la linearità cronologica, cercando poi di dar voce a più personaggi: alcuni capitoli sono in prima persona, altri in terza, altri ancora in seconda. Questa è una storia che appartiene anche a me, perché dentro vi sono elementi molto personali; ma appartiene anche ai miei amici, alla gente che l’ha vissuta. È comunque un pezzo di storia d’Italia: non tanto rivolta al passato, quanto al presente, a quello che proviamo ora.
Ho usato tutta la tecnica possibile, e mi sarebbe piaciuto improvvisare in diverse tonalità; poiché niente ha una sola tonalità. Se L’Ultimo ballo di Charlot aveva rappresentato una sfida col cinema, Come un respiro interrotto è stato invece una sfida azzardata e incosciente con la musica. Ho voluto scrivere una storia in levare, sugli accenti deboli, dando la sensazione di una prosa che non si muovesse in modo normale. I capitoli sono ventisei, come le lettere di un alfabeto, ma è come se fosse un alfabeto disordinato, scompaginato come quello della nostra memoria, con una musica di fondo. Io spero che il lettore possa ascoltare questa musica. Per me la musica è stata importante quanto la letteratura; per questo amo uno scrittore come Jean-Claude Izzo, i cui romanzi sono infarciti di rimandi musicali.

C’è un personaggio del romanzo che ti rappresenta in maniera particolare, oltre alla protagonista?
La protagonista è un po’ la voce di tutti. In un capitolo, ho giocato con la storia di Amleto:  Soledad sarà sia Ophelia sia Amleto, proprio perché rappresenta più persone. Lei possiede un’identità assai sfuggente; ma quando canta, lo fa per tutti. Il personaggio a cui sono più affezionato è comunque Matteo, ma anche lo Zapatero mi piace molto.

Qual è il tuo legame con la Sicilia e con gli scrittori della tua terra d’origine?
Il mio legame con la Sicilia è profondissimo. È la terra dove non ho mai abitato, ma è la terra alla quale appartengo. Sono cresciuto e mi sono formato con quella lingua. Il rapporto con gli autori siciliani è fondamentale perché, essendo figlio di migranti e non avendo potuto vivere in Sicilia, io la mia isola me la sono dovuta andare a cercare. Su una carta geografica, la mia Sicilia compare come un’isola dove al posto dei nomi delle città ci sono i nomi degli scrittori. La grande letteratura siciliana ha raccontato meglio di tutti la storia del nostro paese. Gli scrittori siciliani si sono sempre passati un testimone: prima Verga, De Roberto, Pirandello; e poi Brancati, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Bufalino e Consolo. Il loro sguardo era profondo, originale e disincantato. Ho studiato la storia, sui loro libri; e grazie a loro sono sempre tornato a casa.
Bufalino e Consolo sono quelli che ho conosciuto. Consolo mi voleva bene, ed era il presidente del Premio Vittorini quando io scrissi il primo libro. Bufalino, invece, lesse le mie prime cose. Gli dissi che mi fidavo così tanto di lui che se mi avesse detto di smettere, io l’avrei fatto. Non è andata così, e ci siamo sentiti e scritti per diverso tempo.
Per quanto riguarda la famiglia di Soledad, ci sono sia degli elementi autobiografici sia inventati. Questo romanzo si potrebbe leggere come un romanzo familiare, anche se non è solo questo. Di recente, un lettore mi ha detto una cosa che mi ha fatto molto piacere, ossia che questo libro è il Lessico familiare di una generazione.

La tua prosa è molto ricca e presenta periodi molto lunghi e articolati. Pensi che per una scrittura così sia ancora possibile immaginare un presente, ma soprattutto un futuro?
Io lavoro moltissimo sullo stile. Amo scrittori asciuttissimi, ma allo stesso modo amo quelli un po’ barocchi. Il mio obiettivo sarebbe quello di raggiungere un periodare dal lungo respiro, ma che resti asciutto, senza perdere nella forza delle immagini, nell’inventiva, nell’originalità della metafora e nell’eleganza della forma. Penso che la forma sia importantissima e che venga prima di qualsiasi cosa. In fondo, tra un autore e l’altro, le differenze stanno proprio nella scrittura. È un fatto di timbro, di ricerca della propria voce: è un fatto musicale anche questo. Ci sono storie che vogliono uno stile più asciutto, mentre ce ne sono altre che lo vogliono più “largo”. La mia non è però l’idea di una scrittura difficile. Nel libro, mi sono divertito con quel capitolo di quindici pagine, quello sull’occupazione della cattedrale, in cui non ho messo neanche un punto. Visto che il romanzo l’ho immaginato polifonicamente, anche la scrittura è stata modellata su questa idea.

 

 

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