Francesco Bianconi

La vita a morsi

Al suo secondo romanzo, “La resurrezione della carne”, il leader dei Baustelle ci parla di zombie e cibo, buio e luce, poesia e nuove forme di comunicazione.
Francesco Bianconi
Il nuovo romanzo

Ivan Sacchi – il protagonista del tuo libro, che diviene celebre grazie alla sceneggiatura del primo telefilm italiano sui morti viventi – aveva appena quattro anni quando, nel 1978, Zombi di George Romero uscì nei nostri cinema. Tu quanti ne avevi? Sei davvero appassionato di zombie movie?
All’epoca avevo più o meno la stessa età. Zombi di Romero è del ’78, io sono del ’73. Sono appassionato di zombie e di horror in generale. La loro nascita legata al voodoo mi intriga meno, ma da La notte dei morti viventi di Romero in poi è stato istituito un nuovo archetipo di morto vivente, legato alla contemporaneità, che mi ha sempre affascinato. Gli zombi di Romero per la prima volta sono dei soggetti politici: OK, non hanno coscienza, mangiano soltanto e si muovono lentamente, quindi non voglio dire che siano dei rivoluzionari, ma hanno come antagonisti i rappresentanti vivi della società, che fanno più pena di loro. Alla fine lo spettatore si ritrova quasi a tifare per gli zombie, che si contrappongono a una società autoritaria e conservatrice, fatta di poliziotti, consumismo e così via. C’è un forte messaggio politico fatto passare attraverso il film cosiddetto di genere. Se vuoi, è ancora più interessante della politica di per sé.

Come accenni qui e là nel romanzo, negli ultimi anni la figura dello zombie è tornata a essere utilizzata moltissimo. Penso non solo alla TV (su tutti, il successo di The Walking Dead) o al cinema (nel remake di Zombi di Zack Snyder i morti viventi erano tra l’altro velocissimi come quelli de La resurrezione della carne), ma anche in letteratura (da L’estate dei morti viventi di John Ajvide Lindqvist a Cell di Stephen King). Secondo te, perché?
Mi chiedo anch’io come mai gli zombie non siano mai passati di moda e adesso lo siano prepotentemente ancora di più. Forse perché sono una metafora costante di quello che siamo: nella figura del morto vivente ci riconosciamo quasi tutti perché il mondo in cui viviamo ci rende automatici e bramosi di qualcosa che magari non riusciamo ad afferrare. Mi è piaciuta moltissimo la serie televisiva francese Les Revenants, una versione più elegante e poetica, forse meno gore, rispetto a The Walkind Dead, anche perché centrata sulla psicologia dei personaggi, dove gli zombie tornano in vita apparentemente nelle stesse condizioni in cui la vita l’avevano lasciata.

Ho trovato geniale il semplice cortocircuito che hai messo in atto fra gli zombie e il cibo, descritto ormai come uno status symbol, uno spettacolarizzato riflesso delle differenze di classe.
Beh, gli zombie evocano l’atto del mangiare allo stato puro. Dal loro cervello parte uno stimolo che li fa mangiare per sopravvivere. Gli zombie siamo noi un po’ di stati evolutivi fa, quando gli esseri umani nella giungla mangiavano appunto per sopravvivere. Mi piaceva contrapporre questa idea primordiale a ciò che oggigiorno è diventato mangiare. La storia si svolge in una città in cui c’è effettivamente un’ossessione per il cibo, che non è più quello mangiato bensì quello comunicato. Dal mangiare per sopravvivere si è passati alla fase del mangiare per provare piacere, mentre nella Milano post-Expo del romanzo si parla del piacere di mangiare. È come se ci allontanassimo sempre più dal rapporto diretto fra l’uomo e l’oggetto del mangiare. È una storia di un futuro prossimo pseudo-fantascientifico, ma in realtà tutto ciò sta già accadendo: il cibo e la cucina sono ovunque. A Milano aprono ristoranti uno dietro l’altro, posti spesso assurdi: ieri sono passato davanti a un negozio e l’insegna, “Gelati artigianali allo stecco”, mi ha incuriosito. Io non sono contrario alla qualità del cibo o al fatto che si discuta di esso con maggior attenzione, perché sono assolutamente uno a cui piace mangiare bene. Sono favorevole al fatto che una delle risorse culturali di questo paese, come la gastronomia, sia sfruttata e promossa, però come sempre succede dalle nostre parti si prende un’idea buona e la si trasforma in moda, la si involgarisce con il business a tutti i costi.

Quali sono i tuoi piatti preferiti?
Qualsiasi piatto abbia a che vedere col pesce. Mangio infatti soprattutto pesce e verdure. Se proprio devo sceglierne uno, un piatto ben eseguito di spaghetti con le vongole.

La seconda parte de La resurrezione della carne racconta la nascita del figlio di Ivan e della compagna Giovanna e si collega a un finale naturalistico, che mi ha vagamente ricordato La strada di Cormac McCarthy. Immagino che tutto ciò rifletta la tua esperienza di paternità.
Sì, il momento del parto è dettagliato, anche perché l’ho vissuto. Quando ero in sala parto, ovviamente non è che stessi attento perché pensavo l’esperienza mi potesse servire per un romanzo… Insomma, non ho preso appunti ma una roba talmente forte evidentemente ti rimane dentro. È una parte che ho scritto in maniera molto veloce, perché mi faceva piacere raccontarla, ed è giusto che nell’economia del libro abbia un ruolo rilevante, proprio in termini di spazio, perché è un punto di snodo fondamentale della trama. Corrisponde al primo cambiamento di Ivan, che vive una situazione di stasi da tanto tempo: nonostante sia diventato famoso, lo è diventato con qualcosa che gli fa un po’ schifo perché aveva velleità più artistiche rispetto a scrivere una serie TV sugli zombie. Ha i soldi, il successo e tutte le donne che vuole, è un bell’uomo di mezza età ma non fa che lamentarsi ed esercita questa sua professione di cinico snob… Quando incontra la “donna della sua vita” e hanno un figlio, comincia la sua trasformazione – che viene però bloccata, congelata da un evento tragico che gli accade subito dopo.

Ecco, c’è una sorta di altalena emotiva: dal lucido cinismo iniziale alla fase empatica, sino a quella tragica che fa scoppiare in lacrime il lettore. La successione di stati emotivi è forte e repentina.
In tanti mi dicono di aver pianto. Mi sa che non ho scritto un romanzo, bensì un film tipo quelli con Amedeo Nazzari, degli anni 50, che piacevano tanto a mia nonna: non si sa se erano belli o brutti, però facevano piangere (ride, NdR). Volevo mettere in scena un cambio radicale: c’è un protagonista immobile e anaffettivo, al quale succedono due fatti in rapida successione che sono praticamente il contrario l’uno dell’altro: un episodio di felicità assoluta legato alla vita, uno legato alla morte. Ivan è costretto a fare un tuffo, come una doccia molto fredda niente affatto programmata. Si trova sprofondato in una specie di incubo, dove per la prima volta deve fare i conti con i propri sentimenti e il dolore.

DSC_1795_taglio

La vicenda è appunto ambientata nella Milano in cui vivi, mi verrebbe da dire tua croce e delizia poiché talvolta ne cogli degli squarci di bellezza atipica, ma in altri passaggi la assurgi a simbolo di sfacelo culturale.
È un po’ così, Milano. È filtrata attraverso la prospettiva del protagonista, che non è sempre la mia, ma su certe cose la pensiamo allo stesso modo. È una città in cui la bellezza è nascosta e, scoprendola, possono arrivare delle illuminazioni. D’altro canto, è anche una città che può deluderti molto perché ha sempre messo in scena dei modelli di futuro. Lo fa adesso con l’Expo, con il cibo e via proseguendo. È come se dicesse “Ecco, il futuro è questo” e tutto si adeguasse nell’apparenza a tale modello, ma spesso non mantiene le promesse e fa degli scivoloni poco eleganti. Per esempio, persino la Milano da bere degli anni 80 provava a mettere in scena un modello di futuro che poi non ha retto o perlomeno ha rivelato delle crepe spaventose.

Ivan è un autore – di poesie prima, di sceneggiature poi – e Alberto de Il regno animale, il tuo precedente libro, era un giornalista. Si parla sempre di persone creative, in qualche modo.
Sì, c’è un punto di contatto. Il regno animale era quasi un romanzo di formazione e Alberto era un giovane con delle aspirazioni, mentre La resurrezione della carne inizia con le aspirazioni già deluse, o per meglio dire soffocate, di uno un po’ più in su con l’età. Sono comunque due esseri umani con ideali alti, che la vita porta a mutare direzione.

Rispetto a Il regno animale, La resurrezione della carne presenta un unico filo narrativo.
Guarda, è così. Il regno animale nasceva dal progetto di scrivere dei racconti che avessero lo stesso protagonista, che poi si è modificato in corso d’opera e si è trasformato in romanzo vero e proprio. Rimaneva però una sorta di pastiche, di libro moderno, in cui si susseguono tante avventure. Avevo preso gusto nel mantenere la struttura frammentaria, i cambi continui di punti di vista, le citazioni false, le note a piè di pagina che diventano ulteriori racconti. Insomma, era una forma strana e per certi versi informe. Ne ero molto soddisfatto, ma mi rendo conto che forse  la fruizione per un lettore medio poteva risultare un po’ appesantita. La resurrezione della carne nasce stavolta come una storia in sé, con una trama. È un romanzo più organico e unitario, se vuoi anche più classico nel senso conservatore del termine. Mi è venuta un’idea narrativa e pian piano l’ho elaborata.

Ivan gioca con le parole, in una “Era della comunicazione” che oppone poesie e SMS. Da grande comunicatore ad ampio aggio quale sei, quanto ti interessa questo tema?
Molto. Ho letto di recente un articolo che prospetta arriveremo a comunicare via telefono soltanto con gli emoticon, in una sorta di annullamento del linguaggio verbale, di ritorno ai disegni dell’uomo primitivo nella caverna. L’uomo che continua a comunicare è l’uomo che evolve. Sono sempre stato possibilista e poco critico sulle nuove forme di comunicazione legate ai telefonini, come SMS e WhatsApp, o i social network: OK, hanno grossi difetti ma se non altro fanno sì che i ragazzi continuino a scrivere. Nel romanzo ho voluto riportare questa ambivalenza, contrapponendo le nuove tecnologie, apparentemente stupide come i messaggi degli smartphone, al vecchio ideale massimo della scrittura di Ivan, cioè la poesia.

Anche la canzone, un tempo considerata inferiore, nella concezione comune è ormai stata nobilitata.
Non c’è gerarchia, ci sono canzoni che hanno valore non inferiore a certa letteratura o poesia. Voglio che i testi delle canzoni siano considerati testi di canzoni, ma questo non significa che siano una forma d’arte minore.

Leggendo La resurrezione della carne, ho pensato nello specifico a due canzoni dei Baustelle come potenziale colonna sonora: Monumentale e Antropophagus, per il cimitero di Milano, il contesto metropolitano, i “cannibali”. Possiamo dire che nel tuo immaginario ci sono elementi ricorrenti.
Sì, è vero. Penso sia un fatto naturale e che per tanti altri colleghi sia lo stesso. Anzi, è una buona cosa se ci sono rimandi e fili che passano da un’opera all’altra.

Concludiamo parlando proprio di Baustelle: dopo l’ep da solista di Rachele (Bastreghi, NdR) e il tuo libro, cosa prevede il futuro?
Oltre al romanzo, ultimamente ho scritto tante canzoni per altri, per tutti tranne che per me stesso e per la mia band. Ho voglia di tornare a comporre cose baustelliane. Credo che succederà presto.

 

Commenti

Altri contenuti Letture / Libri
1

Toni Bruno

Il fumettista cosmonauta

"Un giorno mi capitò di leggere un articolo su Jurij Gagarin e le conseguenze psicologiche dovute al...
bunker

Edward Bunker

Ritratto di un maestro del genere noir e crime

All’inizio del film Le iene di Quentin Tarantino, quando tutti i personaggi sono seduti intorno a un...
foto_yasmin

Intervista a Yasmin Incretolli

In libreria con "Mescolo tutto"

Un nuovo esordio per la casa editrice Tunuè: "ho provato a ribaltare il romanzo adolescenziale"
kerry

Intervista a Kerry Hudson

La scrittura come esperienza catartica

La scrittrice scozzese ci parla di "Tutti gli uomini di mia madre", appena tradotto per minimum fax
hasbun

Rodrigo Hasbún

Intervista allo scrittore boliviano, autore di "Andarsene"

Un romanzo breve intenso e affascinante, capace di combinare con grazia storia del Novecento e biografie individuali
ward

Colazione con Robert Ward

Viaggio con l'autore di "Io sono Red Baker"

Lo scrittore americano in Italia per presentare il suo nuovo romanzo “Hollywood Requiem"
viola

Intervista a Viola Di Grado

Incontro con Viola Di Grado a proposito di "Bambini di ferro", il suo nuovo romanzo

Dopo il successo di Settanta acrilico trenta lana la giovane autrice torna alla scrittura con un libro...
Processed with VSCO with c3 preset

Intervista a Mauro Tetti

L'autore di "A pietre rovesciate"

Un incontro con Mauro Tetti per raccontare il suo romanzo d’esordio "A pietre rovesciate", pubblicato nella collana...
gato-cortzar

Sulle tracce di Charlie Parker

Cortázar e L'inseguitore

Una nuova traduzione del racconto classico del grande scrittore argentino, l'indagine impossibile sull'inventore del bebop
classics

100 classici

Sul Mucchio di Marzo

Questa volta abbiamo deciso di fare un gioco: buttare giù una lista con i nostri 100 classici...
socrates_gazetas

Raccontare Sócrates

In ricordo del "Dottore"

Intervista con Lorenzo Iervolino, autore di Un giorno triste così felice (66thand2nd), dedicato al grande calciatore brasiliano,...
bianciardi

Perché Bianciardi

Ricordando Luciano Bianciardi, nell'anniversario della sua nascita

Il 14 dicembre 1922 nasceva Luciano Bianciardi: lo ricordiamo con due pezzi di Liborio Conca e Marco...