Intervista a Kerry Hudson

La scrittura come esperienza catartica

La scrittrice scozzese ci parla di "Tutti gli uomini di mia madre", appena tradotto per minimum fax
kerry

di Valeria Calò

Ci accoglie con un grande sorriso, il pizzo della camicetta a cerchiarle il collo, due ballerine vellutate di nero a fasciarle i piedi.  

Attraverso la sua corporeità esalta la vicinanza alla protagonista del suo nuovo libro e ci ricorda come Tutti gli uomini di mia madre sia un romanzo fortemente autobiografico. Un romanzo allo stesso tempo crudele e delicato, capace di una carezza dopo ogni porzione abbondante di morsi alla pancia. Una storia narrata attraverso lo sguardo e le parole della piccola Janie Ryan, una bambina che – per sopravvivere ad un infanzia irrequieta fatta di appartamenti fatiscenti,  alcol e droghe, al traino di una madre instabile – si rifugia in una dimensione esclusiva in cui i bruchi sono luminosi, i libri rendono tutto possibile, e i primi fiocchi di neve sono dedicati a chi si sporge dalla finestra del diciannovesimo piano con la bocca aperta.

Un libro scritto in Vietnam durante un viaggio di sei mesi, e finalmente pubblicato in Italia tra i Sotterranei minimum fax, nella traduzione di Federica Aceto.

Nel romanzo le protagoniste si spostano continuamente spinte dal desiderio di ricominciare, di poter credere che da domani sarà tutto diverso e ciascuno potrà reinventarsi. Per scrivere questo libro hai deciso di allontanarti da casa e intraprendere un lungo viaggio diretta in Vietnam. Dunque a cosa è legata questa partenza e cosa ha rappresentato nello specifico questa meta?

Ho scelto il Vietnam spinta dal desiderio di visitare questo posto; inoltre non essendo molto costoso era adeguato ad un soggiorno che si preannunciava essere molto lungo.

Sperimentare un’ambientazione tanto diversa da quella a cui ero abituata e in cui sono cresciuta ha portato alla scrittura dei benefici dati da questa distanza, assolutamente necessaria. E ovviamente é stato un viaggio importante, ma molto diverso dai precedenti dal momento in cui l’obiettivo non era quello di riscoprire me stessa. Ho invece scoperto non solo che potevo scrivere, ma anche che potevo scrivere della mia infanzia, che potevo farlo in Vietnam, e che potevo farlo divertendomi. Un’esperienza catartica in cui sono state messe in ballo davvero tante, troppe cose; tanto che una volta tornata a Londra e concluso il lavoro di editing, mi sono sorpresa a non essere in grado di cominciare un nuovo libro.

Una caratteristica della tua narrazione è quella di descrivere la natura umana dei personaggi attraverso il rapporto che hanno con gli oggetti: il modo in cui li usano, li toccano, li percepiscono. Come vivi nella tua quotidianità una sensibilità tanto particolare?

In qualche modo mi sento molto simile al personaggio di Janie, la protagonista: ho avuto la sua stessa infanzia, sono cresciuta in questo ambiente non troppo favorevole, a volte pericoloso, di certo non adatto ai bambini. Quindi ho sviluppato fin da piccola questa forma di attenzione alle cose, che è stata dapprima una strategia di tutela, per poi diventare in età adulta un modo per soddisfare una curiosità spasmodica verso le persone e verso i dettagli, che esercitano su di me una fascinazione fortissima.

Centrale anche l’evoluzione del rapporto con la madre: inizialmente un’adorazione cieca, data da un’osservazione della realtà che per quanto lucida e clinica manca degli strumenti che le permettono di comprenderla; poi una prima forma di consapevolezza, raggiunta osservando il suo corpo svilito, comincia a manifestarsi e a fare male; infine un profondo rancore e la voglia di fuggire resa possibile solo dalla riconciliazione…

In principio non ne ero consapevole, semplicemente ho iniziato a scrivere e assistito all’evolversi della storia.

La cosa essenziale della relazione tra questi due personaggi è che ad un certo punto i ruoli sono completamente capovolti: ti accorgi che il genitore non può più proteggerti, che non sarà lui ad accompagnarti nella comprensione degli errori; l’inversione dei ruoli degenera velocemente finché la madre non matura una forma di dipendenza verso l’assistenza della figlia.

La piccola Janie ha saputo creare un mondo tutto suo, un luogo esclusivo dove tutto le era dedicato: non solo gli oggetti e i fiocchi di neve, ma anche e soprattutto i libri. “Mentre mamma si mordeva il labbro io imparavo che le storie erano in grado di farmi sentire al riparo da qualsiasi cosa”. Cos’è per te oggi la lettura?

Da bambina era ancora un rifugio dove potermi sentire al sicuro. Poi, da adulta, ho accresciuto il mio senso critico perché so bene come viene costruito un testo, in tutte le sue fasi. Ciononostante, continuo a credere che la lettura abbia il potere di allargare i tuoi orizzonti. Io poi sono cresciuta in un posto in cui tutto era molto stretto, pieno di limiti, e la lettura, insieme al viaggio, mi ha permesso di accrescere gli spazi, moltiplicarne gli scenari possibili.

Due libri che hanno un posto speciale nella tua libreria…

Il buio oltre la siepe, letto a tredici anni in una delle case popolari in cui abbiamo vissuto. Un posto molto speciale è dedicato anche ai libri di  Elena Ferrante, capaci di dare una descrizione stupenda di come la donna dovrebbe essere. 

Esprimi due desideri: uno da scrittrice, uno da donna …

Da scrittrice donna ne esprimo uno solo: vorrei che la figura della donna fosse meno marginale, che avesse la libertà di esprimere le proprie esperienze, che non fosse punita dal mondo della lettura.

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