Intervista a Mauro Tetti

L'autore di "A pietre rovesciate"

Un incontro con Mauro Tetti per raccontare il suo romanzo d’esordio "A pietre rovesciate", pubblicato nella collana narrativa Tunuè
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di Valeria Calò

Dopo il monologo teatrale di Adynaton, il giovane autore torna a tracciare i luoghi dell’immaginario nella falda in cui si incontrano la realtà e la finzione, e in cui il passato si mischia alla leggenda. Siamo in qualche parte dell’isola, in quella città chiamata Nur. Storie di desiderio e di maledizione, di antiche pietre e ricchezze nascoste, vengono narrate dalle labbra dell’anziana Dora. Ad ascoltarlo Giana e il suo innamorato, che mentre ascoltano e fantasticano si sentono protagonisti di ogni fiaba, si confidano segreti innocenti, si lanciano sfide impossibili; e si confrontano con la feroce realtà del paese, dove non esistono cavalieri e gli orchi hanno sembianze di uomini.

La protagonista del libro, nonché narratrice indiretta delle vicende di Nur, è l’anziana Dora, una donna “con il tempo negli occhi” che in questa vita dice di aver visto tutto. Come nasce questo personaggio?

È un personaggio inventato, sintesi di esperienze letterarie e personali diverse. Il nome deriva dal termine greco dòron, che significa “dono” e coincide con il nome di mia nonna materna, una persona dolce e gentile che non corrisponde affatto alla descrizione del mio personaggio. La Dora del romanzo invece è priva della minima delicatezza, disillusa a causa delle tragedie della vita. Ha solamente la pazienza di inventare storie e raccontarle ai bambini.

Il romanzo assume spesso le fattezze delle fiaba, della leggenda popolare. Esiste nello specifico un personaggio, un episodio, o una condizione che più di altre hanno determinato l’accesso alla realtà che racconti?

Un sogno. Un uomo si avvicina, mi parla in dialetto, dice che non riesce a dormire; abita in un posto isolato e le finestre della camera da letto danno sulla campagna buia. Il vento fischia così forte sugli alberi che non lo fa dormire. È convinto che tale fischio sia il lamento delle anime in pena, così mi dice. Al risveglio l’unica cosa che voglio è descrivere quella scena di alberi, e riprodurre quel fischio. Solo successivamente è venuta la fiaba. Alcune donne mi hanno raccontato più volte di una gallina che covava monete d’oro, tanti anni fa, nel quartiere delle “case vecchie” in un paese del Campidano. Solo un uomo aveva avuto il coraggio di raccogliere queste monete, ma per una strana coincidenza dopo tre giorni l’uomo era morto cadendo da cavallo. Alla mia prima resistenza, tutti i narratori di questa storia si sono difesi con un classico “me l’ha detto mia cugina”, come se questo passaggio orale assicurasse in qualche modo una certa attendibilità della storia.

A pietre rovesciate è anche un’opera dedicata alla memoria storica, alla tradizione orale. Dunque cosa ha significato per te confrontarti con la parola degli anziani?

Mi ha arricchito molto. Già da bambino ascoltavo i vecchi raccontare e cercavo di capire perché lo facessero con tanta teatralità. Cosa c’era sotto? Una delle storie più interessanti che ho sentito riguarda il mio trisavolo Bernardino. Era il calzolaio di un piccolo paese della provincia di Oristano. Era stato accusato di omicidio e condannato. Dopo dieci anni di carcere il vero colpevole aveva confessato il delitto discolpandolo completamente. Un parente mi aveva raccontato della guerra e di come Bernardino si rifiutasse, ormai anziano, di nascondersi nei rifugi durante i bombardamenti aerei. Diceva che dentro una buca sarebbe morto come un topo in gabbia, e lui invece voleva morire come un uomo libero. Ancora oggi mi chiedo se quest’uomo sia esistito veramente o sia soltanto un’altra invenzione. Ma ho capito che non fa molta differenza quando si tratta di trasmissione orale, o più in generale di letteratura in senso stretto: non possiamo pretendere che il narratore sia in buonafede, né che possa non omettere parte della storia o rigirarla a proprio piacimento. È il suo momento di raccontare e fa un po’ quello che vuole.

Le storie riproposte nel libro provengono tutte da narrazioni che ti sono state riportate oralmente?

C’è anche un libro a cui sono particolarmente legato, si chiama Leggende e tradizioni di Sardegna, edito nel 1922 da Leo S. Olschky e scritto dal glottologo Gino Bottiglioni. Per rendere omaggio alla terra in cui insegnava, nelle Regie scuole Normali di Cagliari, raccolse in grafia fonetica numerose testimonianze fiabesche raccontate dagli anziani. Molte volte si tratta solamente di piccoli frammenti, ma l’intera raccolta dà un’idea generale di quello che era il patrimonio culturale tramandato oralmente.

E si nota subito che è minima la presenza di fiabe preromane. Il periodo cristiano ha segnato notevolmente i racconti fiabeschi, i protagonisti sono diventati santi e la presenza del demonio è endemica. Il mio primo lavoro è stato quello di eliminare in parte questi elementi cristiani e ricercare delle forme più arcaiche. Ma è difficile, nonostante la numerosità dei reperti preistorici presenti, ritrovare nella fantasia del popolo elementi romani o preromani.

Inutile dire quale mondo si apra e quanti possibili sentieri narrativi nascano in seguito a letture di questo tipo.

Quello di Nur, con le sue peculiarità, sembra essere un mondo chiuso, dal quale nessuno ha scampo. In quale misura questo aspetto potrebbe essere riconducibile al rapporto che hai maturato con la tua terra, la Sardegna?

Non credo sia riconducibile al rapporto maturato con la Sardegna in particolare, piuttosto al fatto che sono cresciuto in un piccolo paese di provincia. C’è una genesi nel primo capitolo in cui il primo uomo sulla faccia della terra è anche il primo abitante dell’isola. Perché l’isola è il mondo. Per questo non c’è scampo: per un certo atteggiamento di alcune persone a considerare il luogo in cui vivono, specie se in provincia, come l’unico mondo possibile. Altri invece, pur provenendo dalla stessa regione, non riescono a stare fermi, e pare che qualsiasi posto gli vada stretto; sentono la necessità di viaggiare e di muoversi continuamente, come se il pianeta intero fosse troppo piccolo per il loro desiderio di ricerca. Non è certamente così per gli abitanti di Nur, che vivono in un mondo senza vie d’uscita; si immaginano altri luoghi misteriosi, oltre il mare, lungo la linea su cui tramonta il sole, i luoghi misteriosi da cui giungono i mercanti o i marinai; si immaginano altri luoghi lontani, ma nessuno è davvero interessato a scoprire se questi luoghi esistano realmente. Il mio scopo era quello di descrivere solo una parte della mia terra, alcuni modi di pensare e dunque una parte di me, con la consapevolezza che “raccontando il mio villaggio avrei raccontato il mondo”.

Come nel tuo precedente Adynaton,  il monologo teatrale messo in scena da Riverrun teatro, il confine tra sogno e realtà torna a farsi labile, confuso. Una scelta stilistica ormai consolidata nella tua scrittura …

La necessità di questa scelta stilistica viene dall’essere prima di tutto ascoltatore e lettore affascinato, dall’aver seguito con attenzione la narrazione orale di storie che galleggiano tra il sogno e la realtà. “Intanto adesso ci colpisce l’indeterminatezza”, dice la voce narrante a un certo punto. È quello che volevo. Non essere approssimativo, ma preciso nella scelta delle parole vaghe. Il tempo è segnato da albe e tramonti, l’architettura è offuscata…  In un certo senso le parole che esprimono vaghezza sono più piacevoli perché ci avvicinano all’indefinito. In parole come buionotteantico, il piacere è dato dall’incertezza, dal non sapere cosa c’è dietro, dal fatto che lascino spazio all’immaginazione.

Continuo e ossessivo anche il confronto con la morte, e in modo particolare con la morte del personaggio di Giana. Il libro si può considerare l’elaborazione di un lutto?

Il processo di formazione è anche una sorta di elaborazione del lutto del protagonista, ma evidentemente questa non si conclude con l’accettazione della morte, bensì con uno stato confusionale e un aumento della sofferenza. Ma voglio dire una cosa sulla scelta narrativa, e devo parlare nuovamente di Leopardi, perché è con la lettura de Il Sogno che mi sono reso conto di come alcune scelte diano più o meno forza alla narrazione. Accostare la morte alla donna amata, ancor più se prematura, è scelta difficile per diverse ragioni. Ma non potevo farne a meno, era un’idea iniziale che non mi ha abbandonato negli anni. Mi vien quasi da dire che di tutte le letture notturne, i momenti per me più malinconici e allo stesso tempo più significativi siano quelli legati alla Beatrice della Vita nova, agli amori “scritti con ali di farfalla” di Carlo Dossi, a Rosa Pinelli, e così via.
Quindi Giana era destinata a morire già prima di nascere; mancava solo di capire come. E dopo aver letto Leopardi, ho intuito che l’avrei sognata dopo la morte, avrei immaginato la sua vita prima della dipartita, ma ben conscio del fatto che non sarebbe potuta tornare.

Come le pietre, anche la dimensione spirituale appare “rovesciata”, tanto che gli abitanti di Nur sembrano non credere più in niente. Tu in cosa credi?

Con questa domanda mi viene in mente un noto credo di Ballard che inizia così: “Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli”.

Al contrario degli abitanti di Nur io non mi sono ancora rassegnato. Credo negli uomini dotati d’immaginazione e nella letteratura. Negli infiniti mondi latenti che la letteratura aiuta a liberare. Nelle stelle. Negli uomini che guardano le stelle e si pongono delle domande.

Un libro che sa valorizzare il candore dell’infanzia: “I segreti innocenti sono cose che ognuno deve avere, la vita stessa è un segreto briciolo, e se non c’è esso non c’è vita”. Ne custodisci molti? 

Uno certamente ma non riesco a trattenermi. Il racconto che accennavo prima, quello sul mio trisavolo Bernardino il calzolaio, accusato di omicidio e poi scagionato dopo dieci anni, ecco: nessuno mi ha raccontato quella storia, me la sono inventata di sana pianta. Era una bugia. Anche nel capitolo da cui è ripresa la citazione il protagonista promette di mantenere il segreto fino alla fine, ma suo malgrado è spinto da una forza incontenibile che lo costringe a raccontare tutto.

Tornano spesso quelli che potremmo considerare gli elementi primari del creato: da temere quando il sole acceca, il vento spinge, la pietra uccide; da inseguire e possedere quando la tua amata li chiede in dono. Paura e desiderio, cosa rappresenta questa dualità?

Penso che i bambini di Nur siano piuttosto coraggiosi. Nonostante le raccomandazioni della nonna, guardano il sole fino a diventare ciechi, si sporgono dal burrone nonostante il forte maestrale, giocano al lancio della pietra fino a farsi male. Quindi la dualità è forse tra il desiderio e la sua palese impossibilità di realizzazione. Per questo compare una figura classica tipica della fiaba, l’adynaton, in cui un evento possibile è subordinato a un evento impossibile. Per il protagonista diventa difficile catturare il vento (evento impossibile), per far felice la sua innamorata (evento possibile). L’adynaton compare anche perché è presente nell’italiano popolare di Sardegna o nei modi di dire in lingua: ci si manda spesso a raccogliere un po’ di ombra di campanile, a tirare pietre al sole, a imbustare il vento, in maniera scherzosa, a fare qualcosa di impossibile.

La paura è certo presente, ma credo in maniera diversa. L’anziana nonna mette in guardia i bambini dagli elementi primari del creato. La fiaba stessa crea figure di streghe e animali orrendi, immagini che incutono timore ma che sono memorabili. Così il sole nella leggenda è una strega malvagia, il pozzo una madre nera, il vento un essere crudele che ti spinge giù.

Nel romanzo omaggi Le città invisibili di Calvino con un riferimento alle dodici copie perfette di Nur. Se dovessi parlare delle tue letture quali altre coordinate daresti?

Le mie letture sono molto eterogenee, perché sono disordinato e non c’è modo di rimediare. Dovrei dunque elencare molti titoli a me cari, e dopo questi altri ancora che si collegano ai precedenti. Perché, come ho detto, ogni opera è in rapporto a opere anteriori o successive. Faccio qualche nome. Dico che Kafka e Federigo Tozzi sono stati fondamentali. E Marlowe, Shakespeare, Rimbaud, Melville, Fante, Borges, Hernández, Pasolini, Calvino, eccetera. Poi ci sono gli scrittori sardi che per me occupano uno scaffale a parte, forse quello più importante. Faccio solo tre nomi: Dessì, Lobina, Atzeni. Gli ultimi due libri che ho letto sono entrambi del 1976: La sconclusione di Giorgio Manganelli e I vermi e il formaggio di Carlo Ginzburg.

Esprimi due desideri: uno da lettore, uno da scrittore.

Non ho desideri particolari, soltanto voglia di scrivere. E poi mi piacerebbe non perdere i momenti temporanei in cui le parole, che siano lette o scritte, ti danno quella sensazione di leggerezza.

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