Stephen Graham Jones

L'orrore in letteratura

Lo scrittore americano autore di "Albero di carne", pubblicato in in Italia da Racconti edizioni.
jones

I tuoi racconti oscillano nel calderone dei generi «orrifici» (dal gotico all’horror senza dimenticare il grottesco). Tuttavia, mi pare ci sia anche una evidente influenza da parte di due scrittori del Southern Gothic: Cormac McCarthy e Flannery O’Connor.
Ti ringrazio, sono paragoni davvero alti. Non riesco nemmeno a immaginarmi all’altezza dei piedistalli su cui poggiano quei due, ma sì, il loro lavoro è nel mio Dna. O meglio: dico «lavoro», ma ciò che voglio dire, credo, è «fegato». Sia McCarthy sia O’Connor, invece di mettersi in riga nella direzione in cui si stavano muovendo tutti gli altri scrittori e gli altri libri un passettino alla volta, hanno semplicemente tagliato attraverso il deserto e hanno detto: «Chi vuole, salga su questo treno. Ma io vado laggiù con o senza di voi». È una cosa che rispetto, davvero.

Quali sono state le letture fondamentali che ti hanno «iniziato» alla scrittura?
Probabilmente tutti quei Louis L’Amour che ho letto, a partire da quando avevo… dieci, undici anni? A dodici mi ero già letto tutti i novantacinque western che aveva scritto fino ad allora. Ma dovrei tirare dentro anche National Geographic. Da lì non avrò appreso come narrare o descrivere un personaggio, ma quelle immagini, quegli articoli, hanno acceso la scintilla della mia immaginazione in una maniera che la fa ancora bruciare. Ogni numero che avevo lo studiavo come se fosse stato contrabbandato da qualche altro reame. E lo era. Vivevo nei pascoli del Texas occidentale, vedevo solo macchia e polvere e cielo a perdita d’occhio, al massimo un’occasionale pompa petrolifera o un coyote. Ma in quelle pagine c’erano posti così spettacolari che dovevano essere inventati. Ecco cosa faccio ancora oggi: cerco di ambientare le mie cose in quei posti incantevoli. Di scrivere tutto me stesso dentro quei posti.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?
È un pozzo comune a cui ci abbeveriamo tutti. È un pozzo di cui tutti abbiamo bisogno. Senza letteratura – se non ci passiamo le storie tra di noi, se non ci elettrizziamo, se non le decodifichiamo, continuando a cambiarle – be’, non sono nemmeno sicuro che ci si possa dire umani. Non fraintendermi, credo nella matematica e nella scienza, nell’economia e via dicendo. Quelle cose ci permettono di rimanere in vita, e ci portano avanti. Ma la letteratura ci insegna a comprendere cosa significa tutto ciò, cosa siamo, cosa eravamo, ed eventualmente cosa saremo. Prima ancora che avessimo perfino il linguaggio, scommetto che mimavamo già delle storie alla luce di un fuoco. Le ombre che proiettavano queste storie le viviamo ancora oggi. Senza storie, senza letteratura, non siamo nulla.

Parlami del tuo metodo di scrittura.
Magari mentre me ne sto andando da un posto all’altro, correndo tra gli alberi, mi capiterà di vedere un cane trotterellante che si porta a spasso qualcosa tra le fauci che non posso dire per certo sia un avambraccio umano. Ma potrebbe esserlo. E non mi posso scrollare di dosso quell’immagine, così devo cominciare a scriverne. Non si tratta tanto del fatto di dare la caccia a un’immagine, comunque. È piuttosto il fatto di entrare in quel bosco e inseguire quel cane, pensando a entrambe le vie: come ci è arrivato lì, e dove sta andando. Nel tentativo di renderli abbastanza reali dimodoché quel cane che ho visto per due secondi possa avere un senso, mi ritrovo invischiato fino al collo in una storia, e di sicuro sto affondando veloce. Di pagina in pagina, non ho mai ben chiaro dove mi porterà la sorte. Ma amo il processo che te lo fa scoprire. E sai cosa succede sempre? Viene fuori che quella storia che sto raccontando, il cane che inseguo, è tratta dalla mia vita. Non è che una versione di qualcosa con cui abbiamo fatto i conti io e mio fratello da ragazzini. Oppure è una cosa capitata a mio padre, o che gli sarebbe capitata, se avesse fatto un passo in quella direzione invece di quell’altra. Il trucco con la scrittura è, sempre, cercare il cuore pulsante della storia. Perché importa raccontarla. Il resto è solo battere tasti a casaccio.

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittore?
Pressoché ovunque, visto quanto viaggio. Scrivo alla grande negli aeroporti. Sugli aerei, spero sempre che possa andare come in Die Hard 2, e che abbiano ordinato al pilota di girare e girare, senza atterrare. Così che possa avere un mucchio di tempo per scrivere e scrivere e scrivere ancora un po’.

In talune tue novelle l’infanzia è un territorio in cui l’oscurità domina, perturba e produce creature soprannaturali (nonché suggestive di quest’ultima natura). Credi che quello stadio della vita – si ricordino i lavori di Stephen King – sia una Terra fertile per la letteratura horror?
Quando sei un bambino, tutto ti sembra più grande, sì. E poi quando si è bambini, è come… hai presente com’è soffice il teschio di un neonato, come non si sia ancora indurito, come l’involucro sia ancora tutto da definire? Ecco com’è il mondo quando sei piccolo. Le cose possono ancora succedere. Non conosci ancora tutte le regole del gioco. E quindi la tua nonna morta viene a parlarti alla solita ora ogni notte, e ti racconta cose che non devi dire a nessun altro. Chissà che non sia proprio così che funzionano le cose. Non ne sappiamo poi molto di più. Il trucco potrebbe essere trovare una maniera di crescere ma lasciare il mondo incantato. E questo lo può fare solo la buona narrativa, penso. Rimette l’incanto nel mondo. Rende di nuovo possibili le cose.

Quale dei tuoi racconti – parlo della raccolta “Albero di carne” – rappresenta più il tuo essere scrittore?
Quello in cui mi ritrovo di più? Allora, direi Nel nome del coniglio. L’ho scritto quando mio figlio aveva suppergiù l’età del ragazzino protagonista. E mi stavo chiedendo cosa non sarei arrivato a fare per lui. A quanto pare, non molto.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?
Scrivere, in continuazione. Non aspettate che il mondo valorizzi quello che state facendo. Continuate a farlo. Scegliete sempre la scrittura sopra ogni altra cosa, a parte la famiglia e la salute. Leggete sempre ciò che ritenete inerente al vostro campo. Lì c’è del Dna che potrete trafugare con cui costruire un mostro più grande.

Apprezzi il libro di qualche scrittore italiano?
Per me, Umberto Eco ha rappresentato un vero e proprio maestro. Ecco qua un tizio in grado di raccontare storie che ti fanno rimanere incollato alla pagina e in tutto ciò di parlare pure di semiotica – senza smettere di essere divertente. È pieno di scrittori che assumono per posa l’idea che scrivere Vera Letteratura significhi essere tetri e ombrosi e tristi e tragici, sempre e comunque. In realtà, i veri scrittori di livello non hanno paura di sorridere, né di far sorridere il lettore.

Hai mai comprato qualcosa da Lonegan? (n.d.r. È il venditore di pozioni e cimeli magici del racconto “La fortuna di Lonegan”)
Tutti i giorni. Venditori di intrugli miracolosi… Sarà che stanno a ogni angolo di strada, ma non so come finisco sempre per trovarli tutti io. Peggio, finisco sempre per comprare le cianfrusaglie che vendono. Perché voglio credere. Il che mi aiuta raramente, per non dire mai, ma non riuscirei a stare bene con me stesso se non continuassi a tentare.

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