Vanni Santoni

Tra scrittura e mondo editoriale

Una chiacchierata con l'autore del libro "La stanza profonda"
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Vanni Santoni continua a calibrare attacchi letterari alla cultura dominante e ne La stanza profonda, l’ultimo romanzo pubblicato nelle scorse settimane da Laterza, dona nuova luce all’universo sotterraneo e forse dimenticato dei giochi di ruolo. Il libro, centocinquanta pagine tra saggio e romanzo che proseguono il percorso già tracciato dal precedente Muro di casse, è stato meritatamente selezionato nella dozzina del Premio Strega. Abbiamo rivolto alcune domande allo scrittore toscano, che proprio quest’anno festeggia il decennale del suo esordio con Personaggi precari.

Immagino che l’idea di raccontare in un romanzo l’universo dei giochi di ruolo ti frullasse in testa da un bel po’. Cosa ti ha spinto adesso a scrivere La stanza profonda?
In realtà, nonostante avessi alle spalle un percorso ventennale da dungeon master, l’idea di scrivere questo libro mi è venuta solo due anni fa, in scia al lavoro fatto con Muro di casse, del quale è infatti parente stretto per il fatto di uscire con lo stesso editore e nella stessa collana, per l’includere elementi saggistici all’interno della dimensione romanzesca, per le molte similitudini formali e strutturali. Quando fu chiaro che Muro di casse stava andando molto bene, Anna Gialluca, direttrice editoriale di Laterza, mi chiamò e mi disse di cominciare a pensare a un altro libro: nell’arco di quella stessa telefonata compresi che avrei potuto lavorare sui giochi di ruolo, in quanto, come per i rave raccontati nel Muro, si trattava di un altro mondo che conoscevo bene, e che con i rave aveva in comune molti aspetti, non ultimo il mancato riconoscimento, da parte dei media e della cultura di massa, del loro status di avanguardia culturale.

Era in qualche misura un tuo obiettivo quello di “riabilitare” i giocatori di ruolo, di ripulirli dai preconcetti che hanno sempre faticato a togliersi di dosso (così come fatto, appunto, con i ragazzi dei rave in Muro di casse)?
Sicuramente tanto il fenomeno della free tekno quanto quello dei giochi di ruolo avevano in comune il fatto di essere stati generalmente maltrattati dai media, quando in realtà si trattava, appunto, di avanguardie decisive per le rispettive (e quasi sovrapposte) epoche. Ma quando si scrive un romanzo bisogna mettere da parte i propri intenti morali: si deve pensare a raccontare storie, a farle funzionare e collocarle in un discorso più ampio. A quel punto, se si è stati sinceri ed efficaci, potranno eventualmente attuarsi anche eventuali scopi “etici”: ma devono farlo da soli, attraverso la libera interpretazione delle vicende da parte del lettore – letteratura e propaganda non vanno d’accordo, neanche quando l’obiettivo ci pare nobile.

Tu che hai frequentato il mondo dei giochi di ruolo e quello dei rave, sei approdato poi alla scrittura. In tutti e tre i casi, parliamo di mondi paralleli, che consentono di fuggire dal quotidiano. Quanto sarebbe inaccettabile per te la realtà senza la possibilità di sfuggirvi?
Non condivido la lettura escapistica dei due fenomeni, e in particolare nella Stanza profonda il suo rifiuto è una delle tracce decisive del libro. Non dico che leggere un romanzo, giocare a un gioco di ruolo o ballare a un rave non possano essere anche metodi efficaci per “staccare” dal quotidiano, ma in tutti e tre i casi sono in atto meccanismi più profondi, che nel caso degli ultimi due fenomeni hanno un ulteriore livello di complessità dovuto alla loro natura prettamente rituale, tant’è che l’unico libro che figura nella bibliografia di entrambi i romanzi è Il processo rituale di Victor Turner. Parlare di escapismo per spiegare i giochi di ruolo è la soluzione più facile, non a caso spesso scelta dai media: in realtà in una narrazione collettiva quale è una “campagna” di un GdR sono in atto processi creativi di notevole spessore, che la rendono viceversa un’attività che potremmo definire resistenziale. Direi magari che rave e giochi di ruolo, considerando anche la loro natura collaborativa ed egalitaria, sono stati piuttosto gli interstizi dove è andato a nascondersi il desiderio utopico contemporaneo, privato di altri possibili sfoghi – e il fatto che entrambi siano stati regolarmente rappresentati in modo distorto, demonizzati e a volte pure repressi, tende a confermare una simile ipotesi.

Credo non esista una sottocultura altrettanto potente in cui gli adolescenti di oggi possano rifugiarsi. Mi sbaglio? Quando ti capita di presentare i tuoi libri nelle scuole che percezione hai dell’adolescenza degli anni Dieci?
Li vedo reattivi. Ogni volta che sono andato a parlare in una scuola, che fosse un alberghiero come mi è capitato recentemente a Pesaro con La stanza profonda, o un classico come pochi giorni fa con In territorio nemico, ho avuto conferma di quanto sia fasulla la vulgata che vorrebbe i ragazzi di oggi passivi o addormentati o in qualche modo meno “validi” di quelli di ieri. Simili discorsi sono parte di quella quotidiana guerra ai giovani che si svolge nella nostra società e di cui le suddette demonizzazioni di ogni loro sottocultura o stile di vita sono un altro aspetto. È vero, infatti, che i ventenni di oggi vivono in un’epoca in cui è sempre più difficile crearsi spazi di libertà, ma è anche vero che si tratta della generazione dei nativi digitali puri: gente già molto diversa da noi che siamo cresciuti a metà tra il mondo analogico e quello digitale, e che se non ha i giochi di ruolo, ha certo sistemi di riferimento nuovi, e altri ne creerà, in forme che noi non possiamo neanche intuire.

Osservare da una certa distanza temporale aiuta la lucidità del racconto. Quanto e come sarebbe stato diverso La stanza profonda se l’avessi scritto dieci anni fa?
La stanza profonda nasce anche da un desiderio – che nasce a sua volta dalla scoperta di una possibilità – di storicizzare. Probabilmente, come suggerisci tu stesso, c’era prima da smettere di giocare, da riflettere; da prendere, appunto, le distanze. Dieci anni fa, semplicemente, non l’avrei scritto.

Dieci anni fa, tra l’altro, esordivi con Personaggi precari. Volendo provare a fare un bilancio di questo decennio di scrittura in cui hai fatto tante cose, anche molto diverse tra loro, cosa diresti?
Di certo ho lavorato molto. Contando quelli a più mani, ho pubblicato dieci libri, centinaia di articoli e diverse migliaia tra “Personaggi precari”, “999 Rooms” e altri testi brevi. Varie altre cose, inclusi due romanzi, sono rimaste inedite – e va bene così, perché quello che raccolgo oggi è il frutto di tutto il percorso che ho fatto, incluse le porte in faccia. Oggi la situazione è molto positiva, La stanza profonda ha fatto tre edizioni nelle prime tre settimane ed è in dozzina allo Strega, Muro di casse, pure, è andato benissimo, Personaggi precari tornerà a breve in libreria in una terza versione ampliata, Terra ignota viene spesso indicato come uno dei fantasy italiani più significativi, e di recente ho scoperto che i lettori, non trovando il libreria Gli interessi in comune, sono arrivati a crearselo da soli, facendo fare in tipografie dei veri e propri samizdat: la vista di un simile volume artigianale mi ha commosso più di ogni altra cosa nella mia carriera, non so se può esistere un atto d’amore più grande per un libro. Per non parlare delle soddisfazioni che ci dà la collana di narrativa che curo per Tunué. Sono tutte cose che mi onorano e mi rendono felice, se non altro perché per i libri in questi dieci anni ho sacrificato molto, ma in realtà mi considero ancora all’inizio del mio percorso: solo adesso sto cominciando ad avere strumenti non del tutto indegni per gli obiettivi letterari che mi pongo. In letteratura ci si misura con i giganti e se ne esce sempre con le ossa spaccate, quindi è inutile stare qua a raccontarsela perché qualche libro è andato bene: bisogna stare a testa bassa, in modo totalizzante, a leggere e scrivere, sempre e comunque.
Una cosa di cui posso, invece, rallegrarmi davvero, è il fatto che il mio piccolo canone sta iniziando a prendere una forma percepibile: fino a qualche anno fa la mia produzione poteva sembrare, a chi la guardasse senza sapere cosa avevo in mente, fin troppo eterogenea; in realtà da tempo, come raccontavo già qualche mese fa nelle interviste a Andrea Breda Minello e a Andrea Zandomeneghi, sto lavorando a un un’unica macronarrazione di cui i singoli romanzi sono parti autonome ma organiche. Muro di casse e La stanza profonda, ad esempio, riprendono e portano avanti personaggi e temi degli Interessi in comune, mentre il prequel dei due Terra ignota, che uscirà il prossimo autunno per Mondadori col titolo L’impero del sogno, avrà la funzione di collegare la mia produzione fantastica a quella realistica.

Rimane insoluto il mistero legato a Gli interessi in comune, il tuo romanzo del 2008 che è praticamente uscito subito fuori catalogo, nonostante sia un titolo che, come hai appena ricordato, suscita ancora molta curiosità e molta richiesta. Ci sono aggiornamenti? È prevista una qualche ristampa?
In realtà Gli interessi in comune è andato fuori catalogo dopo tre anni, che è abbastanza normale nel contesto di accelerazione tipico dell’editoria contemporanea, anche se il paradosso c’è ugualmente: il libro andò fuori catalogo esattamente un giorno prima dell’uscita di Se fossi fuoco arderei Firenze, un romanzo che ebbe buoni riscontri e che con gli Interessi aveva pure una certa contiguità narrativa, cosa che portò a un prevedibile incremento di richiesta da parte dei lettori, incremento che andò purtroppo frustrato. La stessa cosa accadde in seguito al successo di In territorio nemico, il romanzo collettivo da me coordinato uscito due anni dopo per minimum fax, e poi è esplosa in questi anni. Se già negli anni scorsi la richiesta da parte dei lettori era molto forte, con raccolte di firme, richieste ai librai, fotocopie che circolavano nelle scuole, con l’esplosione di Muro di casse, prima, e della Stanza profonda, poi, non passa ormai giorno senza che mi scriva un lettore o un libraio chiedendo di questo libro… Be’, non tutto può andare sempre come si vuole, inoltre quello del samizdat è un onore che senza questo “curioso caso” non avrei mai avuto.

In che modo c’entra il tema delle droghe con il fatto che Gli interessi in comune non sia più stato ripubblicato?
Mi sembra difficile che il libro non torni in circolazione per una ragione così moralistica, anche se non sei il primo che lancia una simile ipotesi. Sarebbe ancor più strano, visto che quello delle sostanze è un tema che per ovvie ragioni non passa mai di moda, tant’è che molti libri a esso dedicati sono dei long seller. Oggi, poi, che il tema del cosiddetto “rinascimento psichedelico” è addirittura mainstream, Gli interessi in comune avrebbe un potenziale commerciale ancor più significativo.

Tra le tante cose di cui ti occupi c’è l’attività di editor per la collana di narrativa di Tunué. In che misura questa attività sta arricchendo la tua scrittura?
Moltissimo. Imparo un sacco di cose a lavorare con autori spesso più giovani di me, e poi l’editing, quando lo si fa su testi di qualità, è un’attività che arricchisce profondamente: ti regala lenti nuove con cui guardare poi in modo più efficace anche ai tuoi testi, sia a livello linguistico sia strutturale.

So che hai in ballo anche una “cosa grossa”. Puoi dirci qualcosa di più in proposito?
Il titolo di lavorazione è I fratelli Michelangelo, ci lavoro, ancorché non con continuità, dal 2012 e ho già firmato con Mondadori per la sua pubblicazione. Appena concludo L’impero del sogno e un piccolo saggio che ho messo in cantiere con minimum fax mi ci butterò con tutte le mie energie. L’obiettivo è uscire a fine 2019 o, più realisticamente, nella prima metà del 2020, ma quando si lavora a un romanzo così ampio i tempi possono sempre dilatarsi ulteriormente.

La candidatura al Premio Strega arriva con il tuo romanzo migliore, secondo te?
Questo non sta a me dirlo. Sicuramente La stanza profonda ha incontrato da subito il favore di lettori e critica, e costituisce il culmine attuale del mio sodalizio con Laterza, cominciato con Se fossi fuoco e continuato con Muro di casse, quindi sono felicissimo di esserci con questo libro.

Il tuo pronostico per il podio finale?
Per me è già una grande vittoria essere in dozzina, ai podi non ci penso proprio, tanto più che ci sono molti ottimi libri in gara.

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