Intervista a Viola Di Grado

Incontro con Viola Di Grado a proposito di "Bambini di ferro", il suo nuovo romanzo

Dopo il successo di Settanta acrilico trenta lana la giovane autrice torna alla scrittura con un libro sulla maternità e sull’autenticità dei sentimenti.
viola

di Valeria Calò

La protagonista di Bambini di ferro è Yuki, una donna che nella primissima infanzia è stata privata dei genitori e accolta dall’istituto Gokuraku, un edificio grigio perso in qualche angolo della periferia giapponese. Qui viene sottoposta a un programma di accudimento materno artificiale, il cui fallimento ha generato dei “bambini difettosi”.  A compromettere un equilibrio costruito con fatica nei vent’anni successivi alla dismissione della sua unità materna, l’arrivo della piccola Sumiko. Nel tentativo di riabilitarla dal rifiuto del cibo e di una qualsiasi forma di interazione, verrà trascinata in una “zona pericolosa”, uno spazio interiore frammentato da cui pensava di essere uscita per sempre.

Una domanda obbligata, tanto per iniziare: come nasce questo libro? C’è un’esperienza personale, o un incontro, che ha stimolato questa idea?

Ho interiorizzato modi di pensare l’esistenza che ho visto e sentito quando vivevo in Giappone. E’ un paese di solitudini. Dove molti trentenni preferiscono eroine virtuali a donne vere, e molti adolescenti vivono rinchiusi nella propria stanza, con i genitori che passano loro i pasti sotto la porta, e poi dicono in giro che i figli sono all’estero per motivi di studio.

Dunque il libro nasce da un’idea forte: un mondo in cui il gesto d’affetto non è più spontaneo, deve essere ricreato artificialmente. Un mondo dove l’amore viene affidato a dei dispositivi, solo loro in grado di fornirlo. Tutto nel romanzo- la scrittura, la struttura, il linguaggio dei personaggi e lo sguardo sulla realtà- segue un complessissimo sistema simbolico basato su questa situazione di partenza.

Volevo inventare qualcosa di nuovo. Infatti ho anche voluto che questo libro avesse una colonna sonora, cosa assolutamente nuova nel mondo editoriale. I brani composti da Shedir descrivono bene questo mondo tecnologico che al contempo custodisce e disturba l’emotività umana.

Come in Settanta acrilico trenta lana il rapporto con la figura materna è caratterizzato da una difficoltà comunicativa, continuamente frustrato dall’assenza di una risposta. Come hai maturato quella visione della madre che si congeda o viene allontanata dal suo ruolo?

Più che della maternità in sé volevo parlare dei sentimenti. Reali e simulati. Sono un’appassionata di psicoanalisi dunque l’amore non potevo che raccontarlo nel rapporto madre-bambino.

Mi sono chiesta se è possibile programmare, simulare un sentimento, e come cresce un bambino accudito da un androide costruito per essere una madre perfetta. Ma la maternità perfetta a cui vengono programmati i robot viene contaminata, così come nella nostra realtà si riceve, insieme all’amore, tutto ciò che fa parte della psiche della madre.

Anche la versione del Buddha qui tratteggiata sembra aver abdicato dal suo ruolo, e sembra aver abbandonato i suoi tratti distintivi. Nel libro è colui che ride di tutta l’energia che gli umani sprecano per restare vivi e per amarsi a vicenda. Ride perché lui vivrà per sempre, mentre loro si corroderanno e poi scompariranno. Emerge una forma di disprezzo per le peculiarità umane – prima tra tutte quella di provare emozioni – che vengono ritratte come terribili debolezze…  

Volevo raccontare il vero Buddha, l’essere umano che ha sofferto e amato e anche odiato, che è morto vulnerabile e spaventato come tutti, non il mito e tanto meno l’icona plasticosa che è diventato in occidente, dove il buddhismo è stato esportato come religione della pace e della compassione. Ho brutte notizie : la compassione nel buddhismo non esiste. In poche parole, il bodhisattva che decide di cedere il suo karma positivo agli altri esseri non lo fa per salvarli, ma perché a quel punto del suo percorso spirituale ha compreso che non esiste salvezza.

La capacità di provare emozioni non appartiene neppure alla protagonista del libro, Yuki, una bambina Issendai (difettosa), vittima del virus che ha colpito le unità materne artificiali, rendendone necessario la dismissione e un trauma d’abbandono nei rispettivi “figli”. Come nasce questo personaggio?

Yuki è considerata una bambina difettosa, malata di mente, ma in una società alienata gli alienati sono gli unici sani di mente: gli unici ad avere un accesso al mondo autentico dei sentimenti. Yuki ha il coraggio di non allontanarsi dai suoi traumi : allontanarsi dall’emotività significa spesso allontanarsi dalla parte più vera di sé.

In tal senso è significativo che l’unico sentimento umanamente riconoscibile tra gli Issendai sia il senso di appartenenza all’unità materna che cresce -assumendo forme esasperate- anche dopo la dismissione delle macchine…  

Perché è così. La nostra infanzia e l’esperienza primaria dell’accudimento materno ci programma ai nostri sentimenti futuri.

Quali aspetti della tua persona hai affidato a questi due personaggi?

Non saprei : bisognerebbe chiedere ai personaggi cosa mi hanno portato via.

A quale luogo ti sei ispirata per costruire l’ambientazione dell’istituto Gokuraku?

Conosco bene il Giappone e ho utilizzato i suoi paesaggi geografici e simbolici per creare uno spazio bianco e periferico dove alcuni esseri umani sono bloccati in se stessi: l’istituto Gokuraku, un agghiacciante non luogo.

Dopo due pubblicazioni con l’editore E/O il passaggio a La nave di teseo. A cosa è legato questo cambiamento?

Movimento è vita. Sono una scrittrice, non un impiegato. E La nave di teseo, nata per ribellarsi al monopolio editoriale che si stava creando con l’acquisizione di RCS da parte di Mondadori, ha segnato un cambiamento importantissimo nell’editoria. Avevo firmato un contratto con Bompiani, poi è accaduto questo e ho sentito di prendere posizione in questa nobile lotta per la letteratura.

Esprimi due desideri: uno da lettrice, uno da scrittrice.

Meno coordinate terrestri, più materia oscura.

 

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