Intervista a Yasmin Incretolli

In libreria con "Mescolo tutto"

Un nuovo esordio per la casa editrice Tunuè: "ho provato a ribaltare il romanzo adolescenziale"
foto_yasmin

Da poco più di un mese in libreria si può trovare il nuovo libro della fortunata, e coraggiosa, collana di narrativa di Tunué. In Mescolo tutto una giovanissima Yasmin Incretolli prende il romanzo adolescenziale e lo ribalta, scortica la sua superficie patinata e lo restituisce a una forma primitiva: Maria è una ragazza autolesionista capitata in un mondo di affetti negati; si divincola nella trama della sua vita attraverso un suo linguaggio e un universo di valori capovolti.

La storia di Maria riprende alcuni topoi spesso battuti da una certa letteratura. Una figura paterna assente, una madre allo sbando e anaffettiva, una figlia autolesionista. Penso che la differenza, il motivo per cui Mescolo tutto meriti un suo spazio vada ricercato nel linguaggio. Maria comunica al mondo fregandosene di anestetizzare il dolore. Ogni sua parola, ogni sua frase è come un fuoco sopra la ferita. Eri consapevole che una storia del genere avesse bisogno di una lingua tanto feroce per lasciare il segno?

Certamente. Difatti è stato un proposito imprescindibile prima e durante la stesura del romanzo. Suc-cessivamente ho compreso che il linguaggio di Maria, in cui si mescolano passato e presente, arcaismi e neologismi, sinonimi e circonvoluzioni, e si sviluppa perciò come una sfida alla realtà, potesse funzionare narrativamente solo in quanto risultato di una sistematica emarginazione. La prima lingua che utilizziamo è quella della comunità che abitiamo, ma a Maria, di fatto, è sempre stato impedito di farne parte a pieno titolo. Così è riuscita a inventarsene una propria avvalendosi degli elementi che popolano il suo piccolo pezzo di terra, tra cui i vecchi libri appartenenti alla nonna materna. Questa lingua avversa alla realtà viene saltuariamente inquinata dall’influenza della madre, che come un virus ne trasporta sgradite immagini, diventando in questo modo l’unica falla nel meccanismo di difesa scattato nella ragazza. Anche per questo Maria odia la madre: oltre a non proteggerla, per via della sua reputazione, dell’“etichettamento” che subisce e che si riversa anche su Maria, le rende difficile anche auto-proteggersi. Poi costituisce un ‘‘doppio’’ minaccioso, un esempio di quello che potrebbe diventare lei stessa.

L’autolesionismo ha un alto valore simbolico. Per Maria cosa rappresenta il suo corpo?

Maria è in qualche modo consapevole che la società addestra le donne a rapportarsi col proprio corpo fino alla paranoia, che il loro valore è quasi sempre riducibile a bellezza e fascino, o semplicemente alla loro esistenza in quanto corpo: è un’informazione ricevuta prestissimo, quand’ancora bambina ricevette un “gesto d’amore” mediante un abuso.

Talvolta sfrutta la sua desiderabilità per trovare un posto nel mondo, stabilire un contatto. Tuttavia, la sua sensibilità non le permette di calzare pienamente questo ruolo, perché vi riconosce un errore, o meglio, una richiesta di schiavitù a cui non è preparata. Ecco perché tenta d’uscire da quell’obbligo ferendosi, producendo cicatrici antiestetiche con l’inconscia prerogativa di non piacere più; anche perché nel sesso, per come lo ha conosciuto lei, avverte un retrogusto di sfruttamento anche quando è consenziente: del resto spesso si concede perché tutti se lo aspettano da una “figlia di puttana”, non perché lo vuole veramente.

Quindi si innamora di Chus perché è il tipo di ragazzo che si addice al ruolo che deve interpretare? È la narrazione della sua vita che la porta da lui?

Premettiamo che l’amore in Mescolo tutto non ha parametri precisi, viene definito e ridefinito alla luce degli indizi che, poco a poco, Maria recupera durante l’escursione in se stessa. Difatti non lo qualificherei come un libro sull’amore, quanto piuttosto sulla sua assenza. Prima degli eventi narrati nel romanzo, l’unico amore ad aver nutrito Maria è stato quello della nonna materna, malgrado contenesse delle devianze anch’esso. Sfortunatamente rappresenta anche l’unico termine di paragone di cui può usufruire nel corso delle relazioni che popolano l’ultima stagione della sua adolescenza, tra cui quella con Chus.

Chus è il nuovo compagno di classe, viene immediatamente avvertito riguardo le peculiarità autolesionistiche e lessicali di Maria: «Quella m’ha detto che sei una specie di psicopatica borderline che non si capisce una minchia quando parla e che c’hai le lamette nell’astuccio». Ne rimane affascinato, sebbene certo non innamorato, come crede lei, e approfitta della condizione d’emarginazione in cui è stata confinata per renderla protagonista delle sue perversioni. Maria ha una forte inesperienza sentimentale, mentre la sua vita sociale è compromessa da uno stigma che la rende debole, vulnerabile, costantemente alla ricerca d’un riconoscimento, e quindi facilmente avvicinabile.

Mentre leggevo il romanzo ho pensato che la storia di Maria potesse essere universale, o quasi. Che potesse sfuggire alle specifiche connotazioni territoriali o sociali e funzionare lo stesso. Pensi sia così?

Il disagio giovanile è sicuramente trasversale, quantomeno nel primo mondo. La storia di Maria coincide coll’alienazione propria di una realtà periferica che non offre alcuna possibilità di realizzazione di sé. Questo è un dato, credo, comune a molti contesti, ma che forse, in un’Italia così stagnante, è anche più accentuato. Volendo poi essere più specifici, il suo atteggiamento può essere visto anche come risultato di un’arretratezza medico-sanitaria e scolastica propriamente italiana nei riguardi della sessualità e dell’autolesionismo.

La prosa alterna continuamente lessico alto e gergale (spesso triviale). La sintassi tende all’essenziale, rinuncia all’articolo e le parole, il modo in cui sono accostate l’una con l’altra, ingurgitano la frase. Mi ha ricordato Hubert Selby Jr., ma di rimandi ce ne sono svariati. Spesso scelte del genere, soprattutto nel romanzo, rischiano di non portare al risultato sperato. Ma non è questo il caso. Quando hai capito che una scrittura del genere poteva funzionare?

Onestamente, solo quando sono arrivata in finale al Premio Italo Calvino. Ero all’esordio assoluto, neanche collaboravo con riviste letterarie o altro, e quindi non avevo parametri di confronto. Oltre a questo, il romanzo era stato letto da alcuni addetti ai lavori e non era stato capito. In effetti ho deciso di partecipare al Premio Italo Calvino proprio perché con la quota d’iscrizione è prevista una scheda di lettura sull’opera. Puntavo a quella, mica a un piazzamento. Verso maggio ho ricevuto la telefonata dal presidente del comitato direttivo, Mario Marchetti, che m’informava d’essere stata selezionata fra i finalisti. Sbigottimento a parte, in quel momento ho capito di non aver bruciato un anno di lavoro.

A proposito del Premio Italo Calvino, quanto è cambiato il romanzo – che era stato presentato con un titolo differente: Ultrantro-po(rno)morfismo – rispetto a quella versione?

Appena Mescolo tutto è entrato in lavorazione con Tunué il titolo iniziale è stato scartato. Perciò Vanni Santoni me ne ha fatto stilare una lista d’altri plausibili, e tra di essi è stato unanimemente scelto, appunto, Mescolo tutto, come tributo alla pioniera della body art Gina Pane.

L’editing non è stato invasivo. I principali interventi hanno riguardato la trama, soffocata dall’intransigenza dello stile sopratutto nella seconda parte del romanzo, seconda parte che pativa anche una maggior brevità rispetto alla prima. Così ho alleggerito alcuni passaggi mentre allo stesso tempo scrivevo nuove scene del viaggio di Maria – lì ho introdotto, per esempio, i personaggi del milanese e della zingara. Stessa questione per l’episodio attinente al party lisergico definito “d’inverno”, è stato ampliato con descrizioni e micro eventi. Infine, ho ridistribuito i flashback corsivi rispettando una cronologia che nel testo originale mancava.

Ti chiedo uno sforzo di fantasia. Se avessi avuto un’altra età, facciamo 33 anni, questa storia l’avresti raccontata in altro modo?

Suppongo di sì, la vicinanza d’età con Maria, devo ammettere, ha reso più forte l’aderenza emotiva col personaggio. Leggo nelle recensioni che a Mescolo tutto viene riconosciuta una particolare freschezza che probabilmente, se fosse nato fra dieci anni, non ci sarebbe stata.

Cosa sai dirmi rispetto a questa tua prima esperienza editoriale. Te l’aspettavi così, o in che modo?

Immaginare il mondo dell’editoria e viverlo sulla propria pelle sono due cose molto diverse. In questi primi mesi ho imparato che la vita del libro comincia con la sua uscita: i lettori cominciano a dare le proprie interpretazioni e cambia anche la posizione dell’autore rispetto a quello che ha scritto. Inoltre ho compreso che non ci si può adagiare su quel che si è fatto, anche per un libro come Mescolo tutto, scritto in modo viscerale, in presa diretta, continua a essere necessario uno studio su tutto ciò che può essere tematicamente vicino al testo; dall’autore ci si aspetta che sia anche commentatore e promotore di se stesso. Per fortuna sono stata affiancata da persone che hanno creduto nel mio lavoro e che, passo dopo passo, mi hanno aiutata dove non avevo ancora maturato un’esperienza sufficiente per cavarmela totalmente da sola.

Quali sono state le fonti di ispirazione per la stesura del romanzo?

La vicenda narrata nella prima metà di Mescolo tutto ricalca i classici stilemi della letteratura adolescenziale mainstream, cercando però di ribaltarli. A prima vista l’amore tra Maria e Chus riprende il classico schema ‘‘ragazza sensibile incontra cattivo ragazzo’’, tuttavia qua il bad boy non viene conquistato e redento dall’amore: più realisticamente, approfitta di lei immediatamente, al punto di diventare quasi un carnefice, e poi la abbandona di punto in bianco. Da lì, e dalla delusione che ne consegue, si innesca la seconda parte della vicenda, che invece segue lo schema del romanzo picaresco: Maria scappa dalla sua città e si mette in strada, dove incontra una sequela di personaggi più o meno bizzarri.

Speciali per me sono stati, durante la prima adolescenza, i libri Le vergini suicide e Alice: i giorni della droga, ma da ragazzina ho apprezzato anche cose più terra terra come Twilight, che infatti, tolto il frame soprannaturale, è il più tipico dei romanzi adolescenziali. Il mio stile è stato associato a Burroughs, grandissimo autore verso cui ovviamente nutro enorme stima, ma credo che la forma della frase, la poca aggettivazione e la ricorrente rinuncia alle congiunzioni abbia radici anche nell’hip hop. I cantanti che ascolta Maria fanno prevalentemente parte del rap nostrano, e sono gli stessi che ascolto anch’io. Utilizza alcuni dei loro versi per descrivere quello che sta provando, in questo è molto ‘‘adolescente medio’’. Per costruire invece il personaggio di Margherita, la ragazza ricca e viziata che le fa da sponda dopo essere fuggita, mi sono aiutata col film Kamikaze girls, a cui addebito anche la sfumatura demenziale e sovraccarica che si annusa, a volte, nella seconda parte del romanzo.

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