Luciano Funetta

Le ossessioni e il romanzo

Un dialogo con Luciano Funetta sul suo romanzo d'esordio, "Dalle rovine", pubblicato da Tunué
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Rivera è uno zelante collezionista di serpenti. Attraverso un video amatoriale, in cui figura una specie di amplesso tra lui e i suoi rettili, entra nel conturbante universo della pornografia e stringe contatti con le strane figure che lo popolano. Sono personaggi oscuri ed enigmatici, paiono ritratti da Fancisco Goya, custodiscono segreti orribili e tutti hanno sacrificato la loro vita allo stesso scopo, sublimato la loro depravazione nella pornografia artistica. Per tutti loro Rivera, per quello che fa con i suoi serpenti, rappresenta una luce, la personificazione di un’idea a lungo anelata, e ne finiscono inevitabilmente attratti. L’alchimia che li lega è quella tipica dei solitari, di quelli che cercano nell’altro una risposta alle proprie abiezioni.

Luciano Funetta fa parte del collettivo di scrittori TerraNullius. Ha pubblicato racconti su WATT, Granta Italia, Costola e altre riviste. È tra gli autori di Dylan Skyline – dodici racconti per Bob Dylan (Nutrimenti, 2015) e Dalle rovine (Tunué, 220 pagine, 9,90 euro) è il suo primo romanzo.

Fin dalle prime pagine del libro ho pensato a Crash di Ballard. Seppure lontano dalle tematiche cyberpunk, per il modo di intravedere nella libido una risposta a dei problemi sociali e individuali. Per Ballard era una risposta all’alienazione generata dall’era tecnologica. Qui a un malessere differente, quale?

Sono felice che sia saltato fuori Ballard, così all’improvviso e senza pietà. Mi ricordo che il 19 aprile 2009, il giorno in cui Ballard morì, avevo appena finito di leggere La mostra delle atrocità. Passai le settimane successive a rimuginare su quella coincidenza e l’unica conclusione che riuscii a trarne, l’insegnamento di quel piccolo momento di comunione tra un uomo che muore proprio mentre, dall’altra parte del pianeta, uno stronzetto di ventitré anni legge un suo libro, fu che la letteratura, come la morte, è un potere magico. Un potere piuttosto effimero, a dire il vero, niente di sovrumano. Con il tempo ho scoperto che in un certo senso anche Ballard la pensava così. Nella sua opera non ha costruito un mondo finito; piuttosto si è dedicato ad aprire numerosi squarci luminosi sulla superficie della realtà. Aveva ben presente che l’uomo è una bestia in cattività (e di prigioni Ballard si può dire che ne sapesse più di molti altri) e che a volte è utile che qualcuno di questi reclusi si metta a “camminare per la foresta buia con la testa cinta da una corona di luce”. Questo significa fabbricare buone congetture, congetture che rispondano all’ineluttabile, e qui per ineluttabile non intendo la morte, ma la realtà prefabbricata, la realtà che qualcun altro auspica per noi. Se uno scrittore non possiede questa aspirazione, ovvero scrivere innanzitutto perché questa attività lo rende felice e libero, dovrebbe fare altro. Il concorrente di quiz televisivi, per esempio. Tornando a Ballard, credo che quello che la sua opera sterminata e mirabile e il mio libro abbiano in comune sia il desiderio di penetrare luoghi oscuri che una volta esplorati si dimostrano giungle cristallizzate, luoghi incantati e luminosi che non possono fare altro che terrorizzare. Rivera, il protagonista di Dalle rovine, inizia questa esplorazione con un atto sessuale non proprio ortodosso, ma si tratta solo di una chiave che gli permette di accedere a un regno in cui orientarsi senza punti di riferimento comunemente accettati come tali. Rivera è un uomo solo davanti all’incubo della sua specie, come tutti noi.

Rivera è un solitario, uno che ha sacrificato la sua vita per una collezione di serpenti. Non è interessato al successo né ai riconoscimenti, intraprende la strada della pornografia solo per capire qualcosa in più di se stesso (o perlomeno è l’idea che mi sono fatto) e scopre un mondo inquietante e desolante. Parte da una solitudine privata e arriva a una solitudine collettiva. È così, è una delle possibili chiavi di lettura?

Assolutamente sì. Ma il mondo della pornografia in cui Rivera si imbatte – mondo che, ci tengo a dirlo, è frutto della mia fantasia – possiede anche aspetti di dolcezza, è capace di una comprensione che altrove Rivera non è mai riuscito a trovare. Si tratta di un universo in disgregazione, che ha fatto il suo tempo ma non accetta il mutamento. In un certo senso il mondo della pornografia che ritraggo nel libro viene mostrato nella sua agonia, un’agonia malinconica, gonfia di nostalgia e allo stesso tempo spietata, come se la morte di qualcosa contenga in sé la morte di tutto, il che forse è vero, se consideriamo il punto di vista di chi muore. La morte di un uomo è un olocausto, perché comporta la scomparsa di una percezione, di un’idea, di un incalcolabile numero di persone che se ne vanno nel momento in cui due semplici occhi si chiudono. Ecco, i due produttori pornografici Birmania e Traum in cui Rivera si imbatte sanno che la loro fine è vicina, la fine del loro progetto artistico, della loro amicizia, dei loro amori (per quanto tragici e ridotti in frantumi). In loro, nella loro tristezza che è sempre ben lontana dalla rassegnazione, Rivera trova alcune ragioni per interrompere il suo isolamento e tornare a frequentare gli uomini, ovvero l’effimero, il male, l’impotenza della condizione vivente, il senso del sacro, il sacro che affiora ovunque e che non può non coinvolgerci anche quando si manifesta in forme oscene o addirittura brutali. È la giungla di Conrad, al centro della quale si nasconde un uomo straordinario e segnato dall’orrore. Conrad ci dice che reggere una vita fatata è impossibile. Tutti i personaggi della mia storia faranno esperienza di questo.

A proposito di Conrad. Il percorso di Rivera assomiglia al viaggio di Marlow in Cuore di tenebra. Solo che qui Kurtz non è un uomo ma un’entità ugualmente inesplicabile, ossia la pornografia.

Direi che la pornografia di Dalle rovine, una pornografia fantasma che immagina se stessa, è simile al fiume di Conrad. Lungo questo fiume Rivera sperimenta le tappe della catabasi. Ogni stazione ha il suo guardiano (Birmania, Traum, Clelia Moroder e tutti gli altri). Kurtz è Alexandre Tapia. Tapia è, in fondo, il conto che ogni personaggio del libro deve regolare, una nemesi. E come tutte le nemesi Tapia è provvisto di un fascino naturale, alla pari di Rivera, che invece è un Marlow decisamente più osceno e allo stesso tempo più schiavo della sua purezza del Marlow di Conrad. Piuttosto somiglia al Marlow di Coppola. Sì, Rivera somiglia a Martin Sheen devastato dalle allucinazioni nella sua stanza d’albergo di Saigon, mentre Tapia lo aspetta nel suo ricetto oscuro ripentendo: «L’orrore, l’orrore».

Il narratore del romanzo è un “noi” inquietante che segue Rivera come un’ombra per tutte le pagine del libro. Dei fantasmi, dei demoni in totale empatia col personaggio. Contribuisce a mantenere alta la tensione anche nei momenti meno topici e hai saputo gestirlo sapientemente. Mi spieghi più nel dettaglio il perché della scelta?

Il noi ha iniziato a parlare nel momento in cui io ho cominciato a scrivere questa storia. È stata un’intrusione naturale alla quale non mi sono opposto. Quelle voci che parlavano all’unisono mi spaventavano a morte, ma ignorarle avrebbe significato imporre un distacco tra me e quel mondo che un giorno ha iniziato a materializzarsi nel mio computer. All’inizio avevo in mente un racconto piuttosto breve, ma poi le cose sono cambiate senza che me ne rendessi conto. La consapevolezza è arrivata al momento della seconda stesura (e della terza e della quarta). Ho scritto il libro in un anno, durante il quale ho cambiato due città, tre case e quattro computer (quest’ultimo aspetto è dovuto a una maledizione di cui non ho ancora scoperto l’origine), e quel noi ha continuato a prendere quello che avevo intenzione di scrivere e a rielaborarlo secondo la sua sensibilità interna e spettrale. A tutti coloro che hanno letto le bozze del libro nel corso di questi anni mi sono divertito a chiedere come immaginassero questo noi: di quante persone si trattasse, il loro aspetto fisico, il loro ruolo, la loro origine, e ognuno mi ha dato una risposta diversa. Per quanto mi riguarda, non dirò mai come li immagino, ma posso dire che per tutto il tempo in cui ho lavorato al libro sono stati miei amici, i custodi del museo, coloro che mi spalancavano gli occhi quando non volevo guardare, e che una volta finito il lavoro sono scomparsi. A un ipotetico lettore non posso suggerire come interpretare la loro presenza. Ognuno lo farà in rapporto alla sua curiosità, al suo scetticismo, alla sua immaginazione, alla sua dieta, al paesaggio che può vedere dalla finestra, ai suoi incubi ricorrenti, alle fiabe che ha ascoltato da bambino e che non ha mai dimenticato, al suo divertimento e alla sua angoscia.

Come nasce l’idea alla base del romanzo?

Da un’ossessione. Questo libro è stato scritto con le unghie su una parete di roccia dal soldato sepolto di Dürrenmatt in La guerra invernale del Tibet.

Una domanda di rito. Quali sono le letture, e altro, che ti hanno influenzato?

In quanto alle letture, direi che tutti quegli scrittori che con le loro opere ti costringono a metterti a scrivere, allo stesso modo di quelli che ti lasciano agonizzante sotto la luce di una lampadina come un insetto bruciato, siano da annoverare tra le influenze. Posso nominare Roberto Arlt, Guido Morselli, il divino Pierre Mac Orlan, Roberto Bolaño, Vollmann, per i suoi uomini che sono incubi per se stessi; Antoine Volodine, Laszlo Krasznahorkai per la desolazione e il massacro; Osvaldo Lamborghini e Alberto Laiseca, Georg Trakl, Allan Poe che non è mai morto, Dostoevskij e tutto il sottosuolo (in cui risiede anche Gombrowicz). Voglio bene a questi individui come a molti altri, incluso Ballard. Ognuno di loro, a modo suo, mi ha insegnato il coraggio.

Sulla musica che ho ascoltato durante la stesura: Dale Cooper Quartet & the Dictaphones, Bohren & der Club of Gore, Laddio Bolocko, Suicide. (Una modesta playlist è ascoltabile qui).

In quanto al cinema, non so se è il caso di parlarne. Posso dire che in Possession di Zulawski contiene da solo tutto quello che potrei nominare in un elenco.

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