Manuel Fior

Fantascienza, telepatia, amore e Serge Gainsbourg

L'intervista è la conferma definitiva (sempre che ce ne fosse stato bisogno) dell’autore cesenate (classe 1975) di stanza a Parigi come uno dei più importanti e interessanti fumettisti a livello mondiale.
Fior L'intervista 84

Delle sue opere precedenti (in Italia tutte edite da Coconino Press) ricordiamo in ordine cronologico l’esordio Rosso oltremare, l’adattamento a fumetti del romanzo di Arthur Schnitzler La signorina Else e soprattutto Cinquemila chilometri al secondo, sublime graphic novel meritatamente vincitrice di prestigiosi premi internazionali.

La lettura de L’intervista mi ha lasciato un segno indelebile. Devo farti i complimenti: non è facile imbattersi in storie così riuscite da non staccarsi di dosso. Come è nato il libro?
Mi ricordo di aver visto un video su Youtube, quei fake sugli ufo estremamente ben fatti con la videocamera traballante e le voci fuori campo. Era molto emozionante, ci si credeva proprio. Allora mi sono detto: voglio fare un fumetto di fantascienza, ricreare quella sensazione di meraviglia di fronte all’apparizione improvvisa e sconosciuta. Mi sono rivisto qualche film sul genere, letto tutto Freud, ho cercato una tecnica che andasse bene e ho cominciato.

Quanto ti ha preso la lavorazione del libro?
Tre anni.

L’opera è la conferma della tua grande capacità di narratore. Anche stavolta non c’è niente di autobiografico (finalmente!). Ci parli del tuo modus operandi, soprattutto per quanto riguarda la sceneggiatura?
È sempre il solito, forse ci sto prendendo un po’ più di confidenza. Comincio senza sapere cosa succederà, con le tavole definitive, senza sceneggiatura né storyboard. Siccome fare fumetti è un processo molto lento, quando arrivo a pagina 10 mi sono già venute diverse idee. Così progressivamente cerco di amalgamarle con i disegni che ho già fatto, mirando verso gli snodi grafici e narrativi che mi sono prefissato. A circa un quarto di libro la storia comincia a delinearsi e penso a delle possibili chiusure.

Stavolta la tua storia ci porta nel futuro, ma in un’epoca non troppo distante da oggi.
Ho scelto il futuro per guardare da una certa distanza il presente. Ma in realtà, per come la storia si è sviluppata, mi sa che il futuro da mezzo è diventato un vero e proprio fine, cioè la libertà di inventare e staccarmi da quello che conosco.

Ci è parso di scorgere una velata critica verso la società odierna. Per cambiare le cose pensi davvero ci sia bisogno di un evento più grande di noi oppure ritieni che l’uomo possa sviluppare una coscienza migliore anche da solo?
Quella de L’Intervista è una specie di favola. L’apparizione dei messaggi extraterrestri come la scoperta della telepatia sono delle metafore di un cambiamento sociale, quasi di una tappa dell’evoluzione umana. Ho pensato che nel futuro le persone potrebbero affrancarsi da tutta una serie di problemi per passare a un’altra fase, diversa, con nuove sfide. Chiaramente non so se l’uomo riuscirà mai a fare un passo simile, ma mi piaceva immaginarlo.
 
Anche qui come in Cinquemila chilometri al secondo racconti in maniera semplice e senza sovrastrutture le difficoltà del vivere insieme, delle relazioni sentimentali e del loro progressivo sgretolamento con l’avanzare del tempo. È questo l’aspetto determinante che più di tutti rende vicine e credibili le tue storie, in grado di cerare una forte empatia.
Mi piaceva giustapporre a fianco della scala cosmica, quella molto piccola e intima dei sentimenti, come l’amicizia e l’amore. Ho cercato di immaginare come questi possano cambiare nel tempo, non solo nell’arco di una vita ma anche di centinaia di anni. Per assurdo ho cercato di immaginare cosa resterebbe di loro se ci potessimo leggere nel pensiero.

I complimenti arrivano anche per il tuo tratto, per il tuo stile grafico, semplice e inconfondibile. A sfogliare velocemente le tavole emerge un’organicità di fondo che procede a blocchi narrativi, con un ritmo e un’alternanza di pieni e vuoti che ricordano molto l’incedere di una canzone, in questo caso di una ballata soffusa e intensa.
Mi fa molto piacere che lo associ a una canzone, lo faccio sempre anch’io. Per ogni libro ho come una colonna sonora, quella de L’Intervista è L’Histoire de Melody Nelson, il concept album di Serge Gainsbourg. All’inizio del disco c’è tra l’altro un incidente in macchina, come nel mio fumetto. La lettura di una graphic novel è associabile – anche per tempo di fruizione – più all’ascolto di un disco che alla lettura di un romanzo, il rapporto che si ha con le immagini è quello che si ha con la musica, di riascolto continuo. L’aspetto grafico dei miei libri viene prima di tutto: non posso cominciare una storia se non ho capito come disegnarla. È il disegno che mi racconta la storia, nei momenti buoni non devo fare altro che seguirlo.

Sei un nome di punta del panorama fumettistico internazionale: i tanti premi vinti, le prestigiose collaborazioni (su tutte quella con il “New Yorker”)… Pensi che saresti arrivato comunque a raggiungere questi riconoscimenti se fossi rimasto in Italia?
Questo non so proprio dirtelo. Sicuramente se fossi rimasto in Italia avrei fatto fumetti diversi.

Come ritieni lo stato di salute del fumetto in Italia?
Mi sembra che in Italia il fumetto di tutti i tipi, da quello comico alla graphic novel, dal reportage al fumetto da edicola, attraversi un momento d’oro. Gli editori si moltiplicano, gli autori pure. Le condizioni di lavoro sono invece molto precarie. Per quello, secondo me, la strategia migliore per un autore che voglia dedicarsi al fumetto oggi è di pubblicare i suoi libri in più paesi.

Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici?
Per quest’ultimo libro sono stati Michelangelo Antonioni, Cindy Sherman, Francesca Woodman e Osamu Tezuka.

Progetti per il futuro?
Riposarmi un attimo, poi comincerò a visitare il Musée D’Orsay per un libro che farà parte di una collana che ha il Louvre o il D’Orsay come soggetto di una storia a fumetti. Ho anche qualche nebulosa idea per un nuovo fumetto, mi piacerebbe discostarmi dalla graphic novel e passare a un altro formato, forse anche un altro tipo di narrazione. Tutto da vedere

 

Pubblicato sul Mucchio 707, maggio 2013

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