Nickolas Butler

Orgoglio Midwest

Con il suo romanzo d’esordio, Nickolas Butler ha disegnato una memorabile parabola americana che indaga, con sapienza narrativa e spiccata capacità d’introspezione, i temi dell’amicizia, della famiglia, delle origini e della fama.
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Henry, Lee, Ronny e Kip sono blood brothers cresciuti in una piccola cittadina del Wisconsin, Little Wing, dove la lealtà è ancora qualcosa a cui dare valore. Il più tormentato dei quattro, il musicista Lee, è ispirato nemmeno troppo velatamente a Justin Vernon (Bon Iver), compagno di liceo di Butler, anche se lo scrittore ci tiene a precisare: “non vorrei si parlasse di un’amicizia che in realtà non c’è, siamo andati al liceo insieme ma poi per anni l’ho perso di vista“.

Parliamo invece di come le esistenze dei protagonisti sono condizionate dalla loro città natale. In Shotgun Lovesongs spesso i tempi narrativi sono dettati dai movimenti esistenziali del partire e del tornare.
C’è qualcosa in Little Wing, la città natale dei protagonisti del romanzo, che li ha nutriti, li ha aiutati a crescere come persone oneste, e loro non possono che sentirsi molto legati e anche in debito con la propria hometown. Il concetto di hometown non ha a che fare solamente con un luogo su una cartina, sono ovviamente le persone a comporre una hometown. Così, i personaggi sono ritratti l’uno in relazione all’altro, con le loro antiche amicizie, l’onestà e la rivalità con cui queste si sono nutrite negli anni. Penso che in questo momento in America ci sia una sorta di tira e molla tra urbano e rurale, tra città e campagna. Siamo tutti attratti dalle opportunità che la città offre, soprattutto dal punto di vista culturale. Eppure, viviamo una malcelata nostalgia per i piccoli piaceri che solo l’America rurale può offrire: cieli stellati, aria pulita, acqua pulita, fauna selvatica.

Shotgun Lovesongs è sentimentale in modo sublime. Mentre scrivevi, hai mai avuto paura, tuttavia, che fosse troppo sentimentale?
Ero stato messo in guardia sulla possibilità che qualche lettore potesse considerare Shotgun Lovesongs troppo sentimentale. Io credo che nel romanzo la nostalgia e, perché no, il sentimentalismo siano bilanciati dalla cruda realtà dell’America periferica e rurale: mancanza di cultura, mancanza di lavoro, claustrofobia. La gente percepisce spesso le storie del Midwest come sentimentali, ma ci tengo a ricordare che, seppure con grande fatica, magari in ritardo rispetto alle due coste, la cultura arriva anche qui. Io vivo nel Midwest e mi piace pensare di contribuire alla nostra cultura letteraria, per esempio.

Nel romanzo sono raccontati ben quattro matrimoni, forse un record! Credi che il matrimonio sia un evento cruciale per la costruzione narrativa?
Tutti quei matrimoni sono forse il riflesso di un’estate durante la quale io e mia moglie siamo stati invitati a cinque o sei matrimoni. Mentre scrivevo, avevo la testa piena di quell’atmosfera. I matrimoni sono momenti molto intensi, emozionanti, ma sono, soprattutto, dei party. E, durante un party, uno scrittore ha la possibilità di far comportare in modo diverso i propri personaggi. E’ come se il loro spettro emozionale si espandesse.

Il matrimonio di Henry e Bath sembra essere il più importante e rivelatorio. Non a caso, nonostante sia il primo matrimonio in ordine di tempo, è l’ultimo ad essere raccontato. Non sono sicuro che sia il più importante, sicuramente è rivelatorio. Direi che ogni matrimonio porta o spiega strutture narrative diverse. E’ difficile per me, ad esempio, non pensare al matrimonio di Kip e Felicia come un momento fondamentale: credo che lì ci sia il germe iniziale di tutto il romanzo. E’ proprio il matrimonio di Kip e Felicia, inoltre, che stabilisce molte delle tensioni di più lunga durata del romanzo.

In che misura l’amicizia è destinata a cambiare e corrompersi nel corso del tempo?
E’ così che va, le amicizie, così come i matrimoni, o anche i rapporti d’affari o di lavoro, sono destinati a subire degli spostamenti e dei cambiamenti. Va di pari passo con l’età che avanza e con la maturazione delle persone. Tutte le mie amicizie più belle e di più lunga data si sono evolute man mano che ciascuno di noi ha sperimentato il matrimonio, l’essere genitore, la separazione, il successo, il fallimento…

L’amicizia tra Henry, Ronny, Lee e Kip è per certi versi ambivalente, ma molto forte. Nel romanzo ci sono degli avvenimenti che potrebbero distruggere un’amicizia per sempre, ma alla fine questo non accade.
Gli amici di questo romanzo sono profondamente legati gli uni agli altri. Sono tutti individui imperfetti ma anche estremamente leali. Ci sono molte situazioni in cui la cosa più pratica e semplice da fare sarebbe quella di abbandonarsi o allontanarsi, ed è proprio per questo che mi piace molto il modo in cui ciascun personaggio lotta per gli altri e per la loro storia condivisa.

Non ami le metropoli, vero? Nel romanzo New York è descritta come un posto da cui fuggire…
Be’, no. Io amo le grandi città. Mi piace davvero passare il mio tempo a New York, Chicago, Boston, New Orleans, Parigi, Londra, e soprattutto a San Francisco e a Seattle. Semplicemente, non mi interessa viverci, mi basta andarci da visitatore. Preferisco vivere in campagna, nella comunità dove sono cresciuto, avendo vicino la mia famiglia allargata. Ai ristoranti eleganti, ai cinema d’essai e alle sfilate di moda preferisco di gran lunga guardare le stelle e dar da mangiare agli uccelli.

Presentando il libro in giro per gli Stati Uniti, hai notato differenti riscontri nelle città e nei centri più piccoli?
Non proprio. Il libro è stato accolto molto bene, per esempio, a Chicago, Milwaukee e Los Angeles. Non ho mai pensato a Shotgun Lovesongs come ad un libro anti-città. Non è un caso che sia Ronny sia Kip lascino Little Wing quando capiscono che le loro vite sarebbero meglio spese in città. Non c’è, in questo, alcun tipo di giudizio su di loro come personaggi, è semplicemente una realtà: una piccola cittadina americana non è per tutti.

A parte Bon Iver, chi vedresti bene in un’ipotetica colonna sonora di Shotgun Lovesongs?
Sicuramente Neil Young, Bob Dylan e il primo Tom Waits. Ma anche Feist, Beirut, Fleet Foxes, Beth Orton. E non dimenticare il jazz: Cannonball Adderley, Miles Davis, John Coltrane, Dexter Gordon e Bill Evans.

So che sono stati acquistati i diritti per un eventuale adattamento cinematografico del romanzo. Parteciperesti alla sceneggiatura?
In realtà non ho idea se il film sarà realizzato o meno. Sarebbe certamente un bene per il libro e per la mia carriera, credo. Non voglio essere coinvolto nella scrittura della sceneggiatura, ma mi piacerebbe essere invitato sul set durante le riprese, quello sì. E contrattualmente devo essere invitato alla prima!

 

 

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