Perdersi: intervista a Charles D’Ambrosio

Saggi, racconti e dintorni

Una conversazione con l'autore della raccolta di racconti "Il suo vero nome" e di saggi "Perdersi"
dambrosio

Leggiamo libri che ci lasciano dentro una storia; di altri, sono alcune immagini a catturarci e a restare impresse. Il cuore rivelatore di Poe, per dire. Certe volte rimane invece una sensazione che accosterei a qualcosa che attiene più alla sfera musicale. O meglio, a quello che proviamo ascoltando della bellissima musica. Solo che succede con parole scritte. È più misterioso. È un effetto allo stesso tempo più diretto (perché si instillano in noi, questi libri, quasi bypassando certe barriere cerebrali, andando più verso il cuore) e anche difficile da decifrare.

Più o meno è quello che mi accade con i libri di Charles D’Ambrosio. Una cosa del genere. Era successo con le raccolte di racconti Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome, e il mistero si è rinnovato con Perdersi, la sua raccolta di saggi autobiografici+saggi critici+reportage, pubblicata ancora da minimum fax e tradotta da Martina Testa, a cui va un grazie speciale perché credo che se riesco a cogliere quella cosa della musica è anche merito della sua traduzione.

È un sabato d’aprile talmente romano, quello in cui Charles D’Ambrosio si ritrova in quella che pomposamente chiamiamo città eterna, da sembrare una raccolta di cliché in pochissimo spazio. Come in quel video dei Rem, Imitation of life, dove la stessa scena si ripete dall’inizio alla fine, si rivedono sciami di turisti, tovagliette a quadri, i sampietrini, zoom sulla statua di Pasquino, la vetrina della libreria etc etc. Il pomeriggio è caldo-primaverile. Ci sistemiamo su uno di questi tavolini.

Perdersi è bello sin dalla prefazione (Una sorta di prefazione). Inizia così: A Seattle c’è una vecchia fermata d’autobus che è forse per me il luogo più desolato del mondo, ed è stato lì, leggendo nella luce fioca, che ho scoperto la forma letteraria del saggio. Il punto è che i suoi sono saggi davvero particolari; sono quello che si definiscono personal essays. Gli chiedo di aiutarmi a capire meglio, anche perché quando si è trattato di consigliare la lettura di questo libro, alla domanda “che roba è”, ho avuto qualche difficoltà. La cosa non lo sorprende più di tanto. «Certo, capisco perfettamente. L’anno scorso ho tenuto un corso di scrittura al Writer’s workshop in Iowa (da dove sono transitati – come studenti o insegnanti – scrittori come Philip Roth, Raymond Carver, David Foster Wallace, ndr) sulla scrittura dei saggi. E preparandomi a una lezione, sai cosa?, mi rendevo conto di non riuscire a spiegare cosa sia esattamente un saggio. Credo che ci sia qualcosa di… saggistico. È più un aggettivo che definisce il lavoro che si fa». Aggiunge: «un saggio ha a che fare con un tentativo. In francese significa esattamente questo: cercare, provare, tentare. Il saggio è un tentativo».

Hai iniziato prima a scrivere saggi o racconti?

«Come lettore ho iniziato dai saggi, perché non avendo avuto una formazione classica, o canonica, riuscivo a instaurare, attraverso la loro lettura, una sorta di meccanismo comunicativo da-mente-a-mente; dalla mente dell’autore alla mia. In qualche modo è stata una supplenza rispetto a quello che mi mancava a livello di educazione formale. Ma ho iniziato a scrivere prima racconti».

Nel libro a un certo punto scrivi che ti dava fastidio se i tuoi amici o parenti si riferivano ai tuoi saggi come ad articoli.

«Sai, tendenzialmente un articolo lo leggi una volta e finisce lì. A me andava di scrivere qualcosa che potresti leggere, leggere, rileggere ancora. Qualcosa di denso: denso di fatti, sentimenti e complessità. Ma tanto anche quando i miei saggi o racconti finiscono sul New Yorker, qualcuno della mia famiglia dirà hei, ho visto il tuo articolo!»

Una cosa che va detta a questo punto è che D’Ambrosio è molto interessato alle domande, concentrato, e non di rado si ritrova a ridere o scherzare; considerando la malinconia che pervade le sue storie, non è un fatto scontato. È una persona intelligente e ironica. Proprio da uomo intelligente, odia cordialmente i media mainstream, i reporter che arrivano sul posto per offrire la migliore prospettiva per lo scandalo di turno, il ritratto delle tragedie. Nel saggio Ciondolare (in inglese Loitering, che poi dà anche il titolo alla raccolta originale) racconta un episodio di cronaca a Seattle e si sofferma sul tipo di giornalismo propagandato dai media. È tutto una pagliacciata, come il wrestling, scrive a un certo punto. «Non c’è mai niente di autentico, anche quando vogliono mostrare l’autenticità si preparano a recitare una commedia, una pièce teatrale. E nelle televisioni, a tutte le ore in una notte infinita trovi gli stessi personaggi che interpretano sempre lo stesso ruolo». Provo a chiedergli se c’è una forma di discorso politico, in questo: «in qualche modo sì, ma credo che la questione sia più grave, perché parliamo di alterazione della verità. Non raccontano la notizia, ma forniscono un’interpretazione del mondo attraverso di essa».

Quello che ti piace da lettore è molto distante dal tuo stile come scrittore, dalla tua visione poetica?

«Leggo tanto, leggo tante cose diverse che mi piacciono. Amo David Foster Wallace, ma la mia scrittura e le mie idee sulla scrittura non sono molto prossime alle sue. Credo che abbia commesso degli errori, anzi.
Per il resto leggere è importante anche per assimilare. Ci sono fasi della vita in cui non capisci neanche benissimo tutto quello che stai leggendo, ma c’è comunque qualcosa che riesce ad arrivare, che ha un suo impatto. A me è capitato con Eliot o Joyce».

È il momento di un’altra interruzione. Charles D’Ambrosio è nato e cresciuto a Seattle, uno dei saggi migliori di Perdersi s’intitola semplicemente Seattle 1974 e racconta una città al colmo della depressione culturale e sociale. Seattle era la provincia, insomma, e D’Ambrosio si sentiva profondamente provinciale. Ora, per certi versi, noi italiani siamo perfetti per capire questa condizione di provinciali, noi, che siamo provincia del mondo; e da perfetti provinciali, il solo ascolto della parola SEATTLE provoca tuttora in noi un chiaro effetto pavloviano. Soprattutto in chi è nato negli anni Settanta o a inizio Ottanta.

«Era nell’aria. Una cosa per me davvero risonante è che molte band – ovviamente i Nirvana, Kurt Cobain, Layne Staley e gli Alice in Chains, Mark Lanegan e gli Screaming Trees – erano tutte della stessa area, hanno vissuto tutte la stessa esperienza. Io ero un pochino più grande, all’epoca, ma i miei fratelli più piccoli avevano l’età giusta per beccare in pieno l’ondata. Era musica provinciale, e in un certo mondo è potuto accadere grazie a un certo isolamento. Erano tutti ragazzi di paese (dice proprio Smalltown boys, ndr). Da Ellensburg, da Aberdeen… arrivavano dalle periferie o dai sobborghi. Sono convinto che proprio da questo isolamento in provincia arrivi parte del potere della loro musica. Non erano legati ad altre scuole musicali e hanno potuto sviluppare la loro. Negli Stati Uniti si dice una cosa, che tutta la letteratura americana sia provinciale».

La cosa che più mi piace nei tuoi saggi è questa: come abbiamo detto, sono personal essays, quindi partono inevitabilmente da una prospettiva autobiografica. A volte l’intimità di quello che racconti ai lettori è addirittura estrema. Eppure, magicamente, è come se al tempo stesso tu non occupassi la scena: forse è proprio questo a suscitare empatia in chi legge.

«Il punto è proprio questo. Ed è quello che provo a spiegare ai miei studenti, che nei loro scritti si mettono sempre al centro della scena: è un modo per uccidere le cose, renderle morte. È un modo di farsi compatire, anche, e c’è differenza tra pietà ed empatia, tra creare empatia e l’essere compatiti. Devi scrivere di te stesso come se tu fossi un estraneo. Così potrai anche scrivere anche di cose tremendamente dolorose ricorrendo a un tono da commedia».

In tutti i saggi che compongono Perdersi si rincorre un sentimento religioso. Inizi citando Sant’Agostino, o più avanti di quanto sia stato importante per te Il vero credente, il libro del filosofo Eric Hoffer. Alla fine di un pezzo racconti però che un pomeriggio, mentre aspettavi il tuo turno per entrare nel confessionale, decidi invece alla fine di uscire dalla chiesa. Cos’è per te la religione? Una via di fuga, una speranza, un inganno?

«Ho frequentato per dodici anni una scuola cattolica. Poi ho mollato, ma da qualche tempo ho ripreso a frequentare le chiese. Ci vado: non so cosa aspettarmi da questa cosa. Probabilmente non tanto. Ma lo faccio, perché sono affascinato dalla liturgia, mi colpiscono la musica, i suoni, la familiarità. Quando insegno in Iowa vado in una chiesa in un piccolo villaggio… ci sono io e il resto sono tutti contadini. Non so neanche se definirmi credente, ma ci vado».

grazie a Luca Briasco

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