Ricordando Chiara Palazzolo

Ne(r)oromanzo

A un anno dalla sua prematura scomparsa, ricordiamo la scrittrice Chiara Palazzolo riproponendo un’approfondita intervista a lei dedicata per l’uscita dell’ultimo romanzo, "Nel bosco di Aus".
Foto_Palazzolo

nelboscodiausSiciliana d’origine e romana d’adozione, Chiara Palazzolo avvia la sua carriera con gli spettrali La casa della festa e I bambini sono tornati, pubblicati rispettivamente nel 2000 e nel 2003. Il turning point corrisponde alla trilogia di Mirta/Luna, articolata in tre volumi di successo usciti fra 2005 e 2007, ovvero Non mi uccidere, Strappami il cuore e Ti porterò nel sangue, che proiettano l’horror in un campo letterario tanto raffinato quanto innovativo. Nel bosco di Aus, uscito nel 2011, è un romanzo dalla straordinaria forza visionaria che aggiorna il mito della strega superando le barriere di genere e suggerendo molteplici chiavi interpretative.

Pur differenziandosene, la scrittura di Nel bosco di Aus è affine alla trilogia e la tensione avvince dalla prima all’ultima pagina.
La trilogia si è conclusa nel 2007 con Ti porterò nel sangue. Ho dovuto disintossicarmene: una reazione salutare perché la mia voce era sovrapposta, intrecciata a quella di Mirta/Luna. C’è un momento per scrivere e un momento per vivere, rientrare in se stessi per ricaricarsi. Nel bosco di Aus, che ho cominciato nell’autunno 2009, si riallaccia alla trilogia nello stile di frasi brevi e contenute, seppur più aperte. È un’economia espressiva: non uso molti aggettivi e ho abolito le virgolette, scelta di campo fatta sulla scorta di autori come Cormac McCarthy o José Saramago, che hanno abbattuto le convenzioni desuete, soprattutto in punteggiatura. Le virgolette sono l’oggettivizzazione del discorso diretto, ma il criterio di realismo viene a cadere alla fine del secolo scorso, dove tutto è interpretazione, interpolazione. Con l’avvento del virtuale di massa ogni cosa non è la cosa in sé bensì come la rappresentiamo. Viviamo in una realtà totalmente manipolata, quindi totalmente immaginaria. Il narrare ininterrotto, paragonabile al flusso delle informazioni internettiane, è soggettivo. C’è però una differenza con la trilogia, che era un romanzo d’avventura. Nel bosco di Aus ha una struttura a suspence, a matrioska: ogni tassello ha degli echi interni, dentro ogni verità se ne racchiude un’altra. Nulla è ciò che sembra perché ogni persona, ambiente o evento ha una cifra doppia: tutto ciò che è bianco può trasformasi in nero. È un libro misteriosissimo, in cui dalla seconda metà in poi vi sono continui colpi di scena.

C’è una sfera ordinaria fatta di famiglia, bambini, lavoro, cucina e così via.
Volevo raccontare una storia realistica e illustrare la provincia italiana, che si sta progressivamente americanizzando, globalizzando. La fiction Casalinghe disperate è indicativa dei nostri tempi, anche perché ha una pennellatura dark, così come Twin Peaks di David Lynch. C’è la distruzione della Gemeinschaft, la comunità, a vantaggio della Gesellschaft, la società. I rapporti si fanno più individuali e assumono una patina sinistra, con scoprimenti di cadaveri che di botto diventano pane quotidiano portando a un’esplosione del noir. Nel bosco di Aus inizia in una situazione classica descrivendo la vita perfetta della protagonista Carla, una professoressa che ha una famiglia di tre figli e un marito con il mito dell’affermazione sociale, che si è trasferita in una villa-status symbol fuori dal centro abitato, nel bosco di Aus. C’è una media borghesia che vuole elevarsi ma sconta in termini di sacrifici, frustrazioni, senso di inadeguatezza.

La frase “Una vera amicizia vale più di mille amori” ricorre più volte.
Questa frase è ripetuta da vari personaggi ed è la chiave di tutto perché gli amori passano, gli amici restano. L’amicizia è la forma di comunicazione più importante e l’unico canale che permette di essere se stessi. È una novità perché prima mi ero interessata più a legami sentimentali ed erotici. La trama scaturisce proprio dalla morte di una carissima amica di Carla e attorno a lei si muove un universo di amicizie, con le enigmaticità del caso. C’è qualcosa che si muove nell’ombra, una trappola in cui ci saranno alleati e carnefici. Non tutti sono amici, non tutti sono nemici. Il burraco è l’icona dell’amicizia fra donne: riunirsi al tavolo è momento di pura evasione, ma c’è tensione a mille, uno scontro con le carte. Il gioco è annidato al centro del libro e innesca un doppio movimento: aggregazione e atto liberatorio, competitività e lotta. Persino in ambito scolastico, sotto la vernice della collaborazione fra colleghe, ci sono invidie e atti sgradevoli. È un romanzo sui rapporti fra donne, in ogni campo.

I personaggi, al solito abilmente caratterizzati, sono difatti in maggioranza femminili, mentre gli uomini non fanno una bella figura…
Non è voluto, è un punto di vista stimolato dall’osservazione. Questi uomini, talvolta affascinanti, sono però deboli e convenzionali. Nel costruire personaggi contemporanei non si può forzare la mano e farli essere quel che ormai non sono più. Gli uomini stanno attraversando una crisi profonda, sebbene il loro comportamento sia abitudinario, omologato. Il Novecento è stato il secolo delle donne, che hanno intrapreso una loro strada, al di là degli equivoci. Mentre le donne vanno in cerca di una vita più piena aggiungendo e raggiungendo elementi, gli uomini si sono limitati a rinunciare a tendenze negative come l’aggressività ma per ora non riescono ad acquisire contenuti nuovi, non sono portatori di significati nuovi. Se non sostituisci il monopolio della violenza con qualcosa, resta soltanto una sottrazione, un guscio vuoto. Il bambino Albertino è forse il personaggio che ho amato di più: da lui traspare la perfezione dell’essere uomo, per quanto in miniatura. Ho individuato un valore aggiunto nel non essere ancora maturi, formati.

Il libro è in equilibrio fra realtà e mente, soluzione concreta e psicoanalitica, possessione e sdoppiamento.
L’ambiguità rimane intatta sino alla fine, anche se c’è una conclusione chiara e tutti i nodi vengono al pettine. Ho seguito, non in modo pedissequo, la teoria sul fantastico di Todorov, in cui la soluzione fantastica non ne preclude una psicoanalitica. È un sottile gioco di equilibri, ma è come rivelare una sapienza interna. Fra le mie letture recenti e più interessanti c’è La ragazza del ritratto di Paul Torday, storia perfetta con doppia chiave di interpretazione. Romanzi simili sono esempi di una maturità raggiunta nell’attuale fantastico e gotico. Il fantasy classico è riduttivo nel creare mondi fantastici senza una connessione con il nostro: tutto ciò che da noi proviene, a noi ritorna. Vorrei poi citare Sopted di Lara Manni: mi ha colpito l’innesto fantastico sulla storia italiana del 900, dai conflitti mondiali al ‘77 del terrorismo. Tullio Avoledo si riallaccia ad argomenti inediti per la fantascienza, come la crisi di un uomo ne L’anno dei dodici inverni, oppure Antonio Moresco propone incursioni dalla guerra all’horror e all’amore ne Gli Incendiati. C’è un nuovo modo di fare letteratura tout court, senza obsolete, limitanti distinzioni di genere.

A proposito di parallelismi tra conscio e inconscio, la contrapposizione tra nucleo urbano e bosco non è casuale.
Da me rintracciato in alcune carte del 700/800 e ritrovato nelle etichette di un vino antico, il bosco di Aus è poco noto e si trova nella fascia ionica della Calabria. Carla lavora in un paesaggio urbano perché il vecchio paese non esiste più, ma nel bosco si trova davanti alla natura selvaggia e avverte una dimensione parallela, la presenza di una se stessa diversa. Ne è attratta, ma al contempo lo teme. La bambina che amava Tom Gordon di Stephen King ha accresciuto la mia curiosità: la protagonista si perde in un bosco che si rivela piccolissimo. Il mio romanzo è una promanazione del bosco di Aus, come la trilogia del monte Subasio. Sul Subasio avevo avuto un’illuminazione: da lì, nel corso degli anni, sono nate Mirta e la sua storia. È andata nella stessa maniera: un tardo pomeriggio estivo ho fatto un’escursione nel bosco di Aus e dintorni. È stata una visione, un’epifania. Sembrava di stare nel Grand Canyon e c’era una forte tramontana che rendeva i colori nitidi, accesi: rocce rosse, cielo azzurro cobalto, una cascata di verde. Ogni volta che scrivo è come se raccontassi un luogo dopo averlo ascoltato. L’ispirazione sgorga da determinati luoghi, che in determinati istanti sono soglie attraverso cui scorgiamo l’invisibile, un substrato più profondo celato sotto le sembianze dell’ordinario. Lo scrittore è come un tramite, uno strumento che risuona e attraverso il quale la voce delle forze naturali acquisisce una verbalizzazione.

Nella trilogia avevi inventato i Sopramorti, a mezza via tra zombie e vampiri, mentre stavolta hai personalizzato la figura della strega.
Mi muovo su una base filologica, ma ho perseguito una mia linea. Da un lato ho ripreso la tradizione delle streghe meridionali: fino al 700 la zona del bosco di Aus era considerata un luogo di streghe, che nei borghi rurali avevano un ruolo preciso. Attorno alla strega del paese, infatti, ruotava parte della vita sociale: era amata perché tutti andavano da lei per parlare con i morti, farsi proteggere, ottenere predizioni e fatture, ma era temutissima perché ambivalente. Da lei poteva provenire aiuto o rovina: dipende come volgeva lo sguardo, se benevolo o malevolo. Partendo dallo scenario di un’enclave meridionale, avevo già a disposizione il tipo di strega che mi serviva. La strega è poi un archetipo forte perché incarna il potere femminile, collegandosi a radici antropologiche: dai Women’s Studies americani è emerso che le donne meridionali sembrano non avere ruolo, ma in realtà hanno un ruolo persino superiore a quello maschile perché rinunciano alla prerogativa di essere libere, trovandosi incardinate all’interno di un sistema di rapporti gerarchici, in favore del potere, che è assoluto sulla famiglia. Dall’altro lato c’è la vera strega dovuta a La storia notturna di Carlo Ginzburg, un vaso positivo di Pandora dal quale proveniva persino l’idea dei Benandanti nella trilogia. È un saggio assolutamente magico, un generatore di storie, una miniera di spunti. Ho poi declinato la mia strega in maniera particolare, ho inventato con logica delle deviazioni rispetto alla figura classica. Non è solo una rivisitazione e nel mio piccolo ho aggiunto dei sassolini al costrutto, al grande castello edificato sul suo mito. Ho una teoria sulle streghe e sul motivo per cui vivono a lungo.

La strega è sempre stata gettonata al cinema, a partire dal nostro Dario Argento.
Le streghe rappresentano la seduzione totale e la parte trasgressiva, lunare della femminilità, sin dalla preistoria. La strega, che si pone come intermediario tra terra e cielo, è l’anti-angelo del focolare. Pensiamo a Morgana che, in ambito celtico, è la distruttrice della Tavola Rotonda. La prima dea è donna ed è raffigurata incinta, detentrice del potere di vita e di morte. L’intuizione della trilogia di Dario Argento, basata sul Suspiria De Profundis, è geniale perché accostare la strega alle tre madri non era automatico. Lasciando perdere l’ultimo episodio, Suspiria e Inferno sono capolavori dell’horror. In Blair Witch Project, invece, la sovrapposizione fra bosco e strega, che non si vede mai, è perfetta: la strega è il bosco. Ogni bosco, del resto, ha la sua strega. Nel mio caso prima c’è il confronto con un bosco e dopo la strega: un binomio consolidato, che mi attraeva e intorno al quale cresce la pianta del romanzo, anche se la storia va oltre unendosi con esperienze personali che hanno fornito linfa e più piani di lettura. I miei gusti e il mio vissuto entrano nei materiali da usare in maniera imparziale, senza diventare preponderanti: ingredienti, a volte incandescenti, che devo raffreddare.

Una grande capacità è muoversi in campo horror senza rinunciare a una salutare ironia.
Per certi versi Nel bosco di Aus può essere una commedia nera. L’ironia è un dono degli dei: senza di essa, la vita sarebbe una tragedia o un’insignificanza, un deserto piatto, così come scrivere e leggere sarebbe noiosissimo. L’ironia permette di accendere sfumature, alleggerire i contenuti, calare gli eventi in dimensioni accettabili, sorridere e riflettere sugli aspetti deteriori della nostra società e dei nostri comportamenti, ma talvolta può essere sarcastica. È una grande risorsa umana, oltre che letteraria. La capacità ironica, presente già nelle tragedie greche, fa la differenza fra ciò che è romanzo e ciò che non lo è.

Chiudiamo con una curiosità: quanto tempo hai impiegato per scrivere Nel bosco di Aus?
La prima stesura è stata velocissima, concentrata in una quarantina di giorni. È un romanzo che ho curato molto nel linguaggio, ma era ben sedimentato. In genere non scrivo quando ho una trama chiarissima perché devo avere sempre delle zone oscure, che mi spingono ad andare avanti. Aspetto, non cedo mai alla tentazione e mi auto-blocco finché non ne posso più e la storia deve venire fuori, anche perché ho capito che nel frattempo il cervello procede da solo. Quando sono pronta e siedo al tavolo, inizio a scrivere e la storia si scrive. Il romanzo c’è, a me spetta portarlo alla superficie della coscienza e permettere il passaggio sulla carta. Come quando si trova un oggetto al suolo, mi sono limitata a togliere la terra attorno.

 

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