Rodrigo Hasbún

Intervista allo scrittore boliviano, autore di "Andarsene"

Un romanzo breve intenso e affascinante, capace di combinare con grazia storia del Novecento e biografie individuali
hasbun

“Non è vero che la memoria è un posto sicuro. Anche lì le cose si deformano e si perdono. Anche lì finiamo per allontanarci dalle persone che più amiamo”. La chiave per così dire esistenziale/ideologica di Andarsene – il primo romanzo del boliviano Rodrigo Hasbún ad arrivare in Italia per Sur Edizioni – arriva in finale di romanzo, quando la vicenda di Hans Ertl e delle sue figlie, su tutte Monika, si va richiudendo come un cerchio capace di abbracciare due continenti.

Già perchè Hans, il padre, è stato uno dei videomaker del regime nazista, avendo lavorato con Leni Riefensthal alle dipendenze della Germania hitleriana;. Riparato in Bolivia, in America Latina come tanti tedeschi in fuga dal disastro, ha tre figlie: Heidi, Trixi e Monika, quella che forse gli somiglia di più, quella che al culmine della sua attività guerrigliera passerà alla storia come la “vendicatrice del Che”, perché fu lei a uccidere Roberto Quintanilla, uno dei carnefici del rivoluzionario argentino (la pistola era di Giangiacomo Feltrinelli, ma questa è un’altra storia).

“Amo senz’altro Juan Carlos Onetti e Roberto Bolaño”, dice Hasbún, “ma anche JM Coetzee e Ágota Kristóf”: autori che combinano l’introspezione psicologica e l’idea di mettere le mani nella storia; addentrarsi nel fitto della storia, insomma.

Quando hai compreso che la storia di Hans Ertl sarebbe stata al centro del tuo nuovo romanzo?

Direi da subito, ovvero da quando ne sono venuto a conoscenza: me l’hanno raccontata e ho pensato subito che c’era un romanzo, che il materiale abbondava. Anzi, dato che mi è sembrata una storia così suggestiva, ho verificato che non fosse già stata scritta. E mentre studiavo la figura di Hans mi sono imbattuto in Monika.

Come si riesce a trasformare una biografia, o più biografie, in un racconto?

Ho lavorato molto sulla parte sentimentale dei personaggi. Sul loro sradicamento, i continui viaggi e trasferimenti da una parte all’altra del mondo, tra due continenti; le difficoltà nel dover imparare un codice nuovo, un linguaggio diverso. Mi sono documentato sulla transizione boliviana di metà ‘900, sul modo in cui certe idee sono maturate, nel contesto internazionale.

Mi pare che sia Heidi a dire a un certo punto “Il futuro è qui, l’avevo sentito dire, l’Europa ha perso la sua opportunità, è il turno di paesi come questo”. Questa frase viene pronunciata a cavallo degli anni ’50-’60 e per Bolivia e Sudamerica seguirono decenni complessi, fino ad arrivare al boom “egemonico” della sinistra. Oggi cosa diresti: è (ancora) il turno del Sudamerica?

Io penso che la realtà di oggi sia enigmatica. Ci sono molte realtà diverse che si sovrappongono. È come se ognuno delle nazioni e delle culture del Sudamerica se ne stesse con i proprio fantasmi e con i propri silenzi.

Quando hai scritto Andarsene pensavi da subito a un romanzo breve o hai ragionato anche a su una costruzione narrativa più lunga?

In realtà non avevo in mente di definito. A questo proposito mi piace ricordare una frase di E.L. Doctorow: Scrivere è come guidare un’automobile di notte, con le luci delle macchine che illuminano la strada, e nessun’altra fonte di luce. Ma sono quei fari a consentire all’autista di arrivare a destinazione. Ecco, anche per me scrivere è più o meno così. Mi addentro nell’oscurità. Per rispondere più direttamente alla domanda, al principio ho scritto molto, la versione originaria del libro era più lunca, in seguito ho asciugato molto per ottenere maggiore intensità.

Tu sei nato nel 1980: com’è per la tua generazione fare i conti con il lascito letterario e politico degli anni Sessanta? Anche noi in Italia, ma direi il mondo intero ha una specie di conto in sospeso con quella stagione…

Dal mio punto di vista la negoziazione politica nata negli anni Sessanta è ancora in corso. E oggi esiste un dialogo tra forze sociali e politiche per certi versi vicino a quello che esisteva negli anni Sessanta. Il mio rapporto con quegli anni è ereditario, e non c’è dubbio che la distanza temporale contribuisca a ridurre il legame emotivo.

Il fatto che la vita del Che sia finita in Bolivia, ha mai rappresentato una sorta di “peso” per la tua nazione, una sorta di senso di colpa, seppur irrazionale?

La storia della Bolivia è affascinante e complessa come un romanzo. Non vivo la storia del Che come un peso, come un un evento che gronda di domande. Di quell’evento in particolare mi interessano soprattutto le conseguenze sulla stessa Bolivia, molte delle quali sono sconosciute all’estero. Mi riferisco al secondo focolaio di guerriglia, o ad altre storie che fuori dal Paese sono ignorate.

Cosa lega il video reporter di Hitler, il padre, alla “vendicatrice del Che” la figlia?

Credo si tratti soprattutto dell’incapacità di accettare un no, della convinzione di non accettare/subire una risposta negativa.

Da scrittore, quale tra le tre sorelle ha richiesto maggior lavoro?

Monika è la più misteriosa, la più difficile, credo di non averla decifrata a pieno neanche adesso, ed è passato del tempo da quando ho terminato il libro. Ma devo confessare che non ho faticato troppo per scrivere Andarsene: ho sentito subito le voci dei protagonisti.

 

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