Simona Vinci & Frankenstein

Parola alla paura

200 anni fa veniva pubblicato Frankenstein di Mary Shelley. La scrittrice Simona Vinci ce lo racconta.
SIMONA VINCI racconta "Frankenstein" di Mary Shelley

Simona, sembra incredibile ma Frankenstein compie due secoli! Che rapporto hai con il capolavoro di Mary Shelley?
È un libro che ho scoperto tardi, ai tempi dell’università, a differenza di altri classici del gotico o dell’orrore che invece ho letto molto presto. Forse era la forma epistolare dell’attacco a non parermi folgorante a non avermi acchiappata. Ovviamente la storia la conoscevo, come non conoscerla?! Ho fatto fatica ad appropriarmene e ho dovuto sforzarmi per coglierne la bellezza. Ma quando il mostro comincia ad interrogarsi su stesso e sul proprio essere al mondo, e ne chiede conto al suo creatore, sono pagine bellissime, insieme angoscianti e commoventi. Il male non è mai assoluto e ha una giustificazione, forse.

Il male dicevi. Quando la Shelley scrisse il libro, il male, lo incastonò tra il gioco di una sfida letteraria e un incubo notturno. Strano equilibrio no?
La letteratura si gioca proprio sul crinale che sta tra avventura intellettuale e incubi. Il serbatoio della psiche, individuale e collettiva, è colmo di paure, fobie, ossessioni che una volta dispiegate e declinate letterariamente possono rivelare molto degli esseri umani e del mondo, anche avere capacità di preveggenza sul futuro. Ogni scrittore conosce quel filo sottile che separa incubo e gioco e a volte cade dentro l’abisso. Solo se è abbastanza bravo, e fortunato, risalirà con un risultato interessante, nel caso di Mary Shelley, e di Frankenstein, con un capolavoro. Frankenstein nasce proprio da un sogno notturno. E dietro c’è probabilmente la terribile esperienza di Mary, avvenuta un anno prima della stesura, della perdita di un figlio appena nato (una bambina che nacque prematura e che morì quasi subito). Così come, ancora più indietro, c’è il fatto che la madre di Mary morì subito dopo la sua nascita. Dunque un intreccio complesso di motivazioni consce e inconsce stanno dietro la genesi del romanzo.

Però per anni l’opera fu segnata da pregiudizio anti-femminista: “Frankenstein è meraviglioso considerato che è scritto da una donna” scrisse all’epoca il “Blackwood’s Magazine”.
Il pregiudizio non ha colpito solo Mary Shelley, i tempi erano quelli! Forse ancora oggi questo tipo di pregiudizio qua e là sopravvive. Come se le donne non potessero immaginare ‘mondi altri’ ma fossero condannate a scrivere solo d’amore e maternità. Penso ad esempio ad una delle scrittrici più perturbanti che io abbia mai letto, ovvero Shirley Jackson (autrice de L’incubo di Hill House e dello straordinario racconto La lotteria). Ecco, molta gente si stupisce che Stephen King la indichi come suo faro letterario.

Ma la letteratura è (stata) una delle forme di libertà più importanti per le donne?
Forse in forma privata e diaristica. Intendo le centinaia di migliaia di lettere scritte dalle donne nel corso del tempo! Pagine scritte in fretta, col batticuore, tra un impegno familiare e l’altro, di nascosto oppure di notte. Ma se invece parliamo di scrittura come mestiere direi proprio di no, direi che è il contrario, la scrittura di un testo che presupponga un lettore richiede uno spazio mentale enorme e una grande quantità di tempo che malissimo si conciliano con l’accudimento di una famiglia.

Torniamo al libro. Il fatto che molti continuino a identificare Frankenstein come la Creatura e non come lo scienziato che le diede vita, dà il senso della percezione pop del mostro?
Il Mostro di Frankenstein non è il Mostro Frankenstein. Anche l’immagine con la quale ci viene in mente il Mostro ha poco a che fare con l’originale: nella mente, mia come credo in quella di quasi tutti, la prima immagine è quella di Boris Karloff nel film degli anni 30. E poi ce lo immaginiamo che mugugna e non riesce ad articolare parole e frasi mentre nel libro la Creatura parla, parla moltissimo e fa ragionamenti filosofici.

Citavi il film del ’32. Ti chiedo: le varie interpretazioni, parodie (Frankenstein Jr), adattamenti quanto hanno dato e quanto tolto al romanzo della Shelley?
Come sempre accade quando un personaggio o una storia diventano un cult poi prendono centinaia, migliaia di strade che possono portare lontanissimo dall’idea originaria e dal suo senso profondo; è inevitabile. Il rischio più grande è quello che si creda di conoscere l’opera pur non conoscendola affatto. Forse per questo è interessante e necessario chiedere a chi non ha mai letto questo romanzo di farlo! Senza farsi scoraggiare dal fatto che è più difficile di quel che si possa immaginare. Nella recente serie tv inglese Penny Dreadful, ambientata nell’Inghilterra vittoriana, c’è un bellissimo personaggio di Dr. Frankenstein e una creatura, altrettanto affascinante: forse un buon modo per accostarsi a questa storia.

parla-mia-paura_simona-vinci_copertinaMostri e letteratura. Il tuo ultimo libro Parla, mia paura racconta del mostro della tua depressione. Quanto è stata salvifica la scrittura per te? E quanto dolorosa?
Non saprei se definire salvifica la scrittura in sé e per sé, forse, nel mio caso lo è stata la lettura e dalla lettura, fin da bambina, mi è nata l’idea che quei ponti di parole che arrivavano a me dal passato, da voci altre distanti nel tempo e nello spazio, potessero essere il tipo di costruzione che avrei voluto edificare per altri. Sicuramente, se si pensa al ruolo che hanno le fiabe nello sviluppo emotivo dei bambini attraverso il loro linguaggio simbolico, si capisce quanto possa essere utile attraversare certi territori ‘mostruosi’ con la guida di una narrazione e dei suoi personaggi. Il discorso è valido sia dal punto di vista del lettore che da quello di colui o colei che producono un testo: scrivere è liberarsi perché è un modo di dare parola, e soprattutto forma e struttura, a dei contenuti emotivi. In questo particolare caso, però, il fatto di parlare direttamente di me e di mie esperienze personali è stato a tratti molto sgradevole anche perché, cercare di essere onesti riguardo se stessi, è impossibile, la narrazione della nostra vita, anche quella che facciamo a noi stessi, muta nel corso del tempo, soffre di omissioni (inconsce o dettate da motivi esterni: vergogna, impossibilità di dire tutto perché altri sono implicati in ciò che racconti). Stabilirei un netto discrimine tra la stesura di un diario e tutto ciò che si scrive avendo in mente un pubblico.

Per la Shelley la paura aveva la forma di un mostro, tu hai mai dato forma alla tua paura?
Sì, ha avuto spesso la forma di un ragno gigantesco, una femmina di ragno intelligentissima e mostruosa innestata sul mio corpo come una parte di me aliena e imprescindibile. Poi, ovviamente, la paura è proteiforme e in momenti diversi della vita prende forme nuove. Affascinante, no?

Come quella che tu definisci l’ora del lupo?
L’ora del lupo (dall’omonimo film di Ingmar Bergman) è un’ora inquieta tra la fine della notte e l’inizio del mattino – tra le tre e le cinque- nella quale statisticamente pare che muoiano e nascano più persone, l’ora in cui accadono incidenti, l’ora in cui gli insonni sono tormentati dalle angosce e chi è riuscito ad addormentarsi fa gli incubi più brutti. Non so se sia soltanto una leggenda della mitologia scandinava, fatto ‘sta che io quell’ora l’ho conosciuta bene.

In Frankenstein la luce ha un ruolo importante, simbolo di rinascita, di futuro. Qual è la tua luce?
Bella domanda. La luce per me è l’idea di poter giungere a gradi di consapevolezza nuova, l’idea che ci sia un disegno misterioso, che non vediamo mai per intero, ma percepiamo come una possibilità, e che ci spinge, in ogni momento della vita, anche attraverso errori e passi falsi, ogni volta verso un punto che traccerà un nuovo segno nello svelamento di quel disegno. Poi certo, tutto ciò che è creativo mi dà forza. Scrivere è creativo, crescere insieme a un figlio è creativo.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 765

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