Tom McCarthy

Il mondo di C

Non è uno scrittore facile, Tom McCarthy, personaggio dagli interessi multipli, sfuggenti, spinto costantemente da una incontenibile pulsione all’irregolarità e alla sperimentazione.
Tom McCarthy
Il mondo di C

Tanto per dire, alla fine degli anni 90 ha messo su l’International Necronautical Society, una associazione d’avanguardia che ha come oggetto la morte come rappresentazione artistica. Ma questa è un’altra storia. C, il suo ultimo romanzo è una storia di esplosioni tecnologiche e individuali, una cavalcata breve e frenetica, un libro fitto di citazioni ambientato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo; e Thomas Pynchon è più che un riferimento.

Possiamo definire C, il suo ultimo lavoro, un romanzo storico?
Sì, si potrebbe definire così. Ma in realtà non lo è, perché è un romanzo sui nuovi mezzi di comunicazione, sull’Impero e sulla quotidianità, sulla nostra realtà moderna. Certo, è molto importante il periodo in cui lo ho ambientato: è la fase decisiva che ha visto l’esplosione – nella coscienza pubblica – della radio come strumento di comunicazione. E questo ha avuto un impatto notevolissimo sulla produzione artistica (poetica, letteraria, figurativa), da quel tempo in avanti.

Ecco, la tecnologia è un tema decisivo nel libro. A questo proposito, mi è capitato di leggere che Google starebbe per brevettare un nuovo algoritmo davvero degno di Philp K Dick. Questo strumento si preoccupa di “avvisare” l’utente alle prese con la scrittura di una email nel caso in cui quanto scritto possa risultare potenzialmente illegale. Cioè non si tratta più di segnalare parolacce, ma di una lettura della coscienza. C è ambientato al principio del Novecento, di acqua sotto i ponti ne è passata, è il caso di dirlo.
Sì, e lo trovo sinceramente molto preoccupante. La comunicazione non è mai politicamente neutra, ma diventa un campo di battaglia. In C assistiamo alla battaglia tra gli attivisti che volevano fare della radio un mezzo di comunicazione radicalmente democratico e l’establishment, che costituisce la BBC proprio nel 1922 (l’anno in cui la vicenda narrata si conclude, NdR); e quest’ultima rappresenta un mezzo autocratico di comunicazione. Derrida aveva detto che qualsiasi progresso nel campo della comunicazione è un passo ulteriore verso lo stato di polizia. Allo stesso tempo è sempre più possibile qualsiasi forma di hacking o di manipolazione. La tecnologia ha sempre portato con sé qualcosa di negativo e di positivo, è così anche oggi, ma certi scenari sono inquietanti.

Esistono parti di C che ha composto a partire da esperienze biografiche o personali?
No, direi di no. Sì, sono stato in questa cittadina della Repubblica ceca come il mio protagonista, ho camminato per le strade del paese prendendo appunti. Ma non sono mai stato vittima di un incidente automobilistico, non ho mai viaggiato in aereo assumendo droghe con eiaculazioni sui campi di battaglia… no, non ci sono parti autobiografiche.

Un romanzo complesso, colmo di citazioni. Quando scrive, ha un tipo di lettore ideale in mente?
Tanti lettori diversi tra loro, e non uno in particolare. Quando leggo apprezzo le opere di James Joyce, sicuramente molto complesse, ma anche quelle di Hergé, Tintin è un libro difficile ma che può essere letto con passione anche da un bambino di sette anni. E volevo che C funzionasse proprio in questo modo: il lettore può scoprire riferimenti audio-video molto approfonditi, ma anche leggere il mio libro come una semplice storia di avventura. Volevo riconciliare entrambe queste possibilità di lettura, e anche molte altre.

Come definirebbe il suo protagonista, Serge Carrefax?
Come una tela bianca, una tela vuota. È un prisma che cattura, riflette, amplifica e rilascia tutta la luce circostante, ma non emette una luce propria. È un ricevente, non una trasmittente.

Se dovesse scegliere tra il James Joyce dell’Ulisse e il Thomas Pynchon dell’Arcobaleno della gravità, da che parte sta?
È una domanda molto difficile. Diciamo che la questione “essenziale” che deve affrontare oggi un autore serio, è: cosa fare di James Joyce. È stato James Joyce il terremoto e l’uragano della letteratura del Ventesimo secolo, così come William Shakespeare lo è stato del XVI secolo. E quindi penso che dovremo passare il prossimo tempo a cercare di elaborare “cosa fare di James Joyce”. A mio modo di vedere, negli ultimi cinquant’anni Thomas Pynchon è stato l’autore che meglio ha gestito questo enorme evento, questo scrittore dirompente che è – e rimane – James Joyce.

Ho letto in un’intervista che lei è molto interessato al futurismo italiano. Ci sono altre tendenze italiane che apprezza, o autori in particolare?
Senz’altro il futurismo come movimento ha un ruolo molto importante, anche in C. Pensiamo a Serge, quando è a bordo di un aereo, fa pensare a Marinetti. Sono tante le immagini che ho preso da Marinetti e dal futurismo. Anche soltanto l’incidente automobilistico: certo, è un tributo a James Grahm Ballard ma è anche una riproduzione del famoso incidente – sempre automobilistico – che ebbe proprio Marinetti. Un altro autore italiano che mi affascina molto è Giambattista Vico, perché sono convinto, come lo era lui, che la storia è fatta da corsi e ricorsi. La cultura non è una linea che progredisce secondo una traiettoria continua, ma è spezzetta e fatta di richiami continui. Sì, Vico è un altro influsso molto importante sui miei libri.

Secondo lei, che direzione sta prendendo il romanzo contemporaneo? È una questione che si pone, da scrittore?
La questione è molto importante e ha due risposte. Da un lato, trovo che la letteratura moderna “mediamente intellettuale”, se così possiamo dire, si sta avvicinando sempre di più a quella che è l’ideologia estetica dei mass media tradizionali e convenzionali, e quindi è una letteratura molto conservatrice. E questo non è positivo. C’è poi un orientamento d’avanguardia che cerca di distruggere questo tipo di modello; e penso che gli eventi letterari più interessanti si registrano nel mondo dell’arte, della musica, della cinematografia. Pensiamo a David Lynch: legge Kafka, e partendo da lui riesce a creare nei suoi film delle vere opere letterarie. Ecco, secondo me le cose più interessanti che abbiamo registrato ultimamente non avvengono nel mondo strettamente letterario, ma in questi altri.

Un suo racconto è comparso nell’antologia The empty pages: fiction inspired by Sonic Youth. La musica è semplice piacere dell’ascolto o anche fonte di ispirazione?
Ero giovane negli anni Novanta e ascoltavo tanta musica di quel genere… Nirvana, Sonic Youth. Nel caso del racconto a loro ispirato, sì, la musica ha avuto un ruolo più diretto. Soprattutto mi piace ascoltare. Adoro i My Bloody Valentine. Ma il mio gruppo preferito, in ogni caso, sono i Velvet Underground. A New York, due anni fa, ho avuto la fortuna di incontrare Lou Reed. Gli ho dato una copia di Déjà vu (il romanzo pubblicato in Italia da Isbn, titolo originale Remainder, NdR), lo ha guardato, ha letto dietro, e ha detto “ah, qui dice che è divertente”, e ha passato il libro a qualcuno che gli stava dietro.

Pubblicato sul Mucchio di giugno 2013

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