Violetta Bellocchio

From alchool with LOL

Tra le storie disfunzionali predilette dal memoir anche "Il corpo non dimentica" che racconta di quando era l’alcol a dettare le giornate della scrittrice.
foto di Valentina Vasi

Violetta-Bellocchio-Il-corpo-non-dimentica_main_image_objectTra un naso rotto, esplosioni di rabbia, spedizioni al supermercato per scorte alcoliche da poco prezzo e notti catatoniche a fissare la tv, succede che leggi Il corpo non dimentica e, a tratti, ti viene da ridere. Sei lì che segui le giornate di una donna alle prese con la dipendenza, senti la sua sofferenza, ti immedesimi nel disagio e sì, ridi. Perché Bellocchio non solo è capace di essere onesta e spietata con se stessa, ma anche incredibilmente ironica.

Insomma non ce la raccontiamo più, ma la mettiamo giù per come è: un segno dei tempi, una questione di forma più congeniale di un’altra o cosa?
In generale, mi sembra che le “storie vere” non nascano  in un vuoto; c’è un’industria (editoriale o audio-visiva) che ha individuato in loro un genere funzionale, c’è il desiderio da parte di chi scrive/filma di mettere in gioco un materiale diverso dalla fiction, e c’è un pubblico (di massa o di nicchia) che dimostra di apprezzare. Qualche anno fa The Night Of The Gun di David Carr è stato salutato come “il libro che avrebbe salvato il genere memoriale”, ma solo perché lui era uscito dopo un paio di pacchi clamorosi, libri spacciati per nonfiction e quasi subito smontati punto per punto. Carr arrivava con la sua reputazione da cronista investigativo del “New York Times”, si metteva a indagare (con lo stesso stile) sui punti oscuri del suo stesso passato, e quindi pareva che avesse fissato come si dovevano scrivere le storie vere per essere, noi, veri al 100 percento. Nel frattempo, ovviamente, continuavano a essere scritti e girati testi documentari che sceglievano ogni approccio possibile, e andavano incontro a gusti diversi. Vai in una libreria americana o inglese e trovi scaffali “nonfiction”, “biography”, “travelogue”, “memoir”, eccetera. (L’unica cosa che mi rende più felice sono gli scaffali “paranormal romance”, btw.) Dall’altro lato penso a Tarnation, dove Jonathan Caouette tirava fuori un film da una quantità di filmini familiari con madre e nonni, ma ci metteva dentro anche se stesso che da bambino interpretava scenette dove si assegnava il ruolo della moglie maltrattata. Ecco, da spettatore, quella era stata una botta pazzesca: Caouette prendeva materiale al 100 percento “vero”, di repertorio, i suoi Super8 tirati fuori dalla cantina di casa, e ti faceva capire che persino da bambino lui per parlare di sé doveva anche essere qualcun altro. È rimasto un film di nicchia, ma la sua nicchia è stata una nicchia mondiale: io l’ho visto in Italia, in DVD, e forse ho provato lo stesso disagio del ragazzo di Milwaukee che se l’è guardato in streaming per caso.

Tra tutti i contro che hai messo in conto prima di esporti ne Il corpo non dimentica quanto ha pesato il rischio di essere marchiata, di essere d’ora in poi per gli altri solo e sempre quella che beveva?
Ho scritto il libro tra i 34 e i 35 anni. Il libro esce che io di anni ne ho 36. Se vengo marchiata a vita per una cosa, vuol dire che era arrivato il momento giusto. Non credo avrei scritto di questo argomento quando avevo appena smesso, comunque. Mi avevano suggerito di tenere un diario, durante la disintossicazione. Io facevo segno di sì con la testa, e intanto pensavo: “ODDIO che idea narcisista, non lo farei MAI”: col senno di poi, era un ottimo suggerimento.

Ad una dipendenza se ne sostituisce un’altra? Com’è che funziona? 
Ci ho scritto un libro e temo di non averlo ancora capito. Per qualcuno di sicuro andrà così: si rinuncia a un’ossessione, o a una ferita, per tenere con sé altre. Si fa una sorta di triage interiore, ecco.

La guarigione passa per una presa di coscienza che passa (anche) attraverso il racconto. È
su questo che si costruisce la psicoterapia e anche il tuo libro in cui lasci che sia la prima a determinarne la struttura. Sono gli esercizi di Meredith a far evolvere per flashback la tua storia. Una trovata che funziona ma che forse alla lunga stanca un po’. Che difetti puoi individuare a freddo nel tuo libro?
Sinceramente? Ci voleva più LOL. A un certo punto, durante le revisioni, ci ho anche pensato, ma il grosso del libro era stato davvero scritto “in diretta”, e smontarlo troppo per inserire più cose buffe mi sembrava rischiosissimo.  Di sicuro al di sopra delle mie capacità.  Il libro più LOL mai scritto sulla dipendenza è Mezzanotte a vita di Jerry Stahl, ed è un libro  terribile, ma sfido chiunque a leggere certi passaggi senza spaccarsi dal ridere. Vorrei darti dei riferimenti più precisi, ma ovviamente l’ho prestato e non è più tornato indietro.

Condividere le esperienze ha dei risvolti che non possiamo controllare ma che hanno una potenza straordinaria. Un effetto domino o circolo virtuoso che forse stai già sperimentando. Come ti fa sentire?

Beh, la cosa più assurda che mi è successa fino a qui è stata andare ospite a un talk show di prima serata a “raccontare la mia storia” e parlare del libro, che a quel punto era uscito da UN giorno. Il mattino dopo volevo cancellare la mia biografia e sostituirla con la frase “caso umano da prime time”. Non l’ho fatto, non per rispetto verso me stessa (quando mai), ma perché mi sembrava di stare giocando con una cosa pericolosa; mi stavano già arrivando le prime mail di estranei, di donne che chiedevano aiuto. Il vero effetto domino ce l’ha il libro per come è scritto. Ci sono persone che mi dicono, “ho iniziato a leggerlo alle nove di sera, l’ho finito alle cinque di mattina, non riuscivo a staccarmi”. Questa per me è una cosa fantastica. So cosa si prova a non riuscire a mettere giù un libro. Se faccio sentire così qualcun altro, sono a posto.

Scrivi di happy hour, di sesso, di ospedali senza omettere i tuoi pensieri più spiacevoli ma con grande ironia. Bene, sai che è quando parli di invidia che mi hai totalmente fatta tua? Sei incredibilmente onesta e spietata: mica facile confessare questa roba.
Ti ringrazio, l’invidia è stato un coming out terrificante da affrontare. Anche perché, a differenza di abusi alcolico/farmaceutici, quella è una cosa che mi sono portata dentro a oltranza, e che mi ha fatto perdere un sacco di occasioni. Per dirne una: sono andata al liceo negli anni ’90 e sto ascoltando ADESSO i dischi delle Bikini Kill, allora le musiciste donne erano un mondo inaccessibile, tutte loro mi sembravano lontanissime, carichissime, più belle e più dure di quanto io potessi mai essere. Infine, se posso: un po’ di gente sta dimostrando un attaccamento (per me) un po’ eccessivo alle parti sessuali del libro, che formeranno sì e no il 5 percento del testo, e mica raccontano cose così estreme. Il 90 percento dei lettori del Mucchio ha scopato più di me.


Il corpo non dimentica
potrebbe essere uno spin-off di Abbiamo le prove, la rivista di nonfiction che hai creato sul web qualche mese fa e che ogni giorno pubblica storie di donne?
Il corpo non dimentica è venuto prima; tra un passaggio della “filiera editoriale” e l’altro mi sono accorta che volevo leggere le storie degli altri, e che un piccolo spazio online era un costo sostenibile per me. Detto ciò, se venivi da me dieci anni fa e dicevi “tu scriverai storie vere”, ti avrei attaccato un pippone sul potere trasformativo della Pura Fiction. Non lo so, forse è il decennio giusto.

Nella colonna sonora dei tuoi 22 anni c’erano i New Order, in quella di quando hai toccato il fondo i Muse: sono curiosa di sapere quella di oggi.
Ieri notte ero sveglia a sentire “AM” degli Arctic Monkeys mentre prendevo appunti. Capisci che non stai combinando nulla di buono quando li vai a rileggere e ti rendiconto di quante volte hai copiato e incollato la frase “come on come on come on number one party anthem”.

foto di Valentina Vasi

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