Walter Siti

Premio Strega 2013

Dell’anima, del corpo e del potere del denaro si occupa Siti instancabile indagatore dell’uomo, italiano in particolare: ecco un grande autore contemporaneo intervistato sul suo ultimo romanzo "Resistere non serve a niente"
Walter Siti
Premio Strega 2013

Resistere non serve a niente 362Abbiamo il “vantaggio” di fare questa chiacchierata a qualche tempo dall’uscita di Resistere non serve a niente. Diversi commentatori si sono soffermati sul suo romanzo cogliendovi soprattutto un eccesso di pessimismo. Si aspettava questo tipo di reazione dominante?
A dire il vero sì. Succede spesso, soprattutto nei primi mesi che seguono l’uscita di un libro, che la critica si focalizzi inevitabilmente sul suo contenuto più chiaro. Penso che in questo senso abbia colpito molto soprattutto il titolo. Altre considerazioni potrebbero venire in seguito. E qualcosa già si sta muovendo, penso a un pezzo di Andrea Cortellessa uscito su “Nazione Indiana” che già possiede uno sforzo critico maggiore: collega Resistere non serve a niente agli altri miei libri, parla un po’ di più anche dell’aspetto religioso del romanzo, del rapporto con il male.

Quando ha iniziato a immaginare di scrivere un libro che avesse come protagonisti squali della finanza internazionali e nuovi mafiosi?
Più o meno tre anni fa, anche se si tratta di un argomento che mi portavo dietro da parecchio tempo. Già in un libro uscito nel ’99, Un dolore normale, c’era stato un maldestro tentativo di agganciare il problema. Andai a Gela, cercai di parlare con qualcuno di lì, una storia che in parte riferisco nel libro e che era andata completamente “a pallino”… rispetto al protagonista di quel libro, Domenico Imparato, si fa allusione al fatto che la famiglia ha dei rapporti che non si capiscono bene; nascondono fucili tra i meloni. Durante gli anni ho mantenuto questa suggestione verso la criminalità: ma l’idea vera e propria di Resistere non serve a niente mi è venuta quando in Italia si è cominciato a parlare insistentemente della cosiddetta “zona grigia”, di queste persone che pur riciclando denaro di provenienza illecita possono frequentare senza troppi problemi i migliori salotti italiani. Magari perché esperti d’arte, o di bella presenza, eccetera. Leggendo di questi imprenditori, commercialisti, ho voluto creare un personaggio che appartenesse a questa zona grigia. Tanto è vero che fino a metà libro non si capisce quale tipo di denaro maneggi il mio personaggio (Tommaso Aricò, NdR): potrebbe sembrare tranquillamente un broker molto bravo, con notevole intuito per le vendite. Aggiungo che mi ha sempre affascinato – e anche spaventato – il pensiero che sotto l’aspetto esterno di una persona se ne potesse nascondere un altro: un specie di doppia natura. Ricordo che da ragazzo mi colpivano molto certi gialli di Agatha Christie, che pure non sono affatto spaventosi per l’ambientazione… in particolare uno di quelli in cui si scopre che gli assassini del libro erano un tempo gente normale, cambiati completamente da una offesa subita; ecco, l’idea che uno abbia una faccia molto rassicurante e che dietro si nascondi qualcosa di diverso mi ha sempre molto colpito. All’inizio quindi l’impulso per scrivere questo romanzo non era politico; il livello politico si è aggiunto in seguito, assecondando il mio discorso sul desiderio infinito, che questa volta prende la strada del denaro.

A questo proposito, a quale esigenza ha risposto l’introdurre nel romanzo elementi di cronaca politica, o se vogliamo anche gossippara, penso alle “Olgettine” o ai riferimenti alle feste per così dire eccellenti di cui abbiamo letto negli ultimi tempi?
Più che a una esigenza narrativa del tipo “voglio fare un romanzo a chiave”, “voglio scrivere un libro-pamphlet”, si tratta di voler introdurre effetti di realtà, procedimento che ho utilizzato anche altrove, come in Troppi paradisi. Quando scrivo, ho bisogno che i lettori credano il più possibile che quello che leggono sia vero. E allora se faccio riferimenti a persone che la gente conosce, o a fatti noti, è più facile creare questa specie di illusione, di trompe l’oeil. Insieme ai personaggi finti ne metto alcuni reali, che la gente ha visto in televisione o di cui ne ha sentito parlare… e quindi è più facile far passare la finzione.

Quando scrive un romanzo ha un tipo di lettore a cui si riferisce, voglio dire si preoccupa di chi e come leggerà le sue storie?
Sinceramente no; però ho in mente un “lettore ideale”. Un “lettore ideale” che voglio far cascare nella mia trappola. Continuo a pensare al realismo come a un inganno, il trompe l’oeil a cui accennavo prima; dunque tento di creare una trappola verbale che possa attirare il lettore e indurlo a identificarsi nei miei personaggi. Nel caso di Resistere non serve a niente, poi, l’identificazione era particolarmente importante, perché Tommaso Aricò diventa via via un protagonista decisamente negativo, un personaggio che fa cose terribili; e allora prima che il lettore potesse giudicarlo, mi interessava che si identificasse in lui. Di qui tutta la prima parte del romanzo: la sua infanzia, il problema dell’obesità, il rapporto con la madre; prima portare il lettore “dalla parte” del personaggio, per poi fargli ricevere in faccia la botta di sapere che è uno… così. E sa, è difficile, una volta che ci si è identificati in qualcuno, dis-identificarsi.

Fa parte quindi delle sue “trappole” l’aver scritto un romanzo che da un lato, sin dal titolo, non offre vie di scampo; e allo stesso tempo aver creato personaggi che non vengono “giudicati” dall’autore? Questa soluzione crea un effetto ancor più spiazzante nel lettore…
Sì, infatti. Non riesco mai a distanziarmi in un modo giudicante dai personaggi di cui parlo. Non è il mio modo di scrivere. Ci sarebbero due modi con cui si può giocare l’identificazione; il modo che usa Saviano, per esempio: “voglio fare in modo che il lettore si trovi proprio lì, dove io lo porto, perché stando lì lui possa indignarsi ancor di più”. Un uso apertamente politico dell’identificazione. Ti faccio vedere cosa è accaduto a Beslan, te la illustro anche con particolari minimi, in modo che la commozione ti prenda alla gola.

Un modo da cui potrebbe discendere un maggiore invito alla “resistenza”, se vogliamo.
Certamente: la commozione ti prende alla gola, ti indigni perché la crudeltà umana può arrivare fino a quel punto, e quindi cerchi di reagire. Io invece seguo una strada diversa. Ti porto fino lì, lettore, tu vedi quello che succede, e poi le conclusioni le tiri tu. Non ti spingo a fare né una cosa né l’altra. Ogni tanto, invece, prendo un po’ in giro le posizioni che sembrano più consolidate. Ad esempio, quando in Resistere non serve a niente scrivo del Teatro Valle. Non voglio dire che nel mio pensiero qualunque forma di protesta sia inutile; siamo qui per protestare, ci mancherebbe. Però quando la protesta diventa un po’ stereotipa, allora scatta in me l’ironia.

Un’ironia che qui però si fa sferzante, “giudicante”, no?
Ecco, forse sì, questo è l’unico caso in cui forse sono “giudicante”. Come succede spesso, si è portati a giudicare con più ironia le persone che ci sono vicine, di cui possiamo vedere più facilmente le sciocchezze. Mentre l’ambiente dei mafiosi non riesco a prenderlo in giro per il semplice fatto che non lo conosco direttamente. Ci ho anche provato a vedere se era possibile conoscere qualche criminale… il problema è che o sono già pentiti, e allora ci tengono a passare per brave persone che hanno reciso il loro legame con le mafie; o, se sono nell’esercizio delle loro funzioni, col cavolo (risata beffarda, NdR) che riesci a parlargli. Altrimenti penso che mi scatterebbe lo stesso meccanismo. Se mi trovassi a una cena di camorristi anche lì mi verrebbe di vedere come mettono la forchetta, come mangiano, come parlano della loro famiglia. Ma non li conosco abbastanza da vicino.

Il personaggio Walter Siti e la persona reale Walter Siti: nella sua letteratura le posizioni si confondono da sempre.
Sì, sin dall’inizio è la cifra su cui ho giocato. Sempre meno, però. Al principio i miei libri erano delle vere autobiografie, mentre in Resistere non serve a niente il personaggio che si chiama Walter Siti si mantiene più dietro le quinte. Però continuo ad avere bisogno della complicità. Nel Contagio entravo a pieno dentro lavita della borgata; la cocaina, eccetera. Lo faccio per contaminarmi, per contagiarmi, perché altrimenti ho l’impressione di descrivere da fuori, con troppo distacco, e quindi in qualche modo di sentirmi illeso: io il buono, e loro i cattivi; un atteggiamento che non mi piace. Ad esempio in Resistere non serve a niente ho inventato che Aricò regala a Siti l’appartamento – cosa che purtroppo non è vera: sono in partenza per Milano, sono sotto sfratto – perché quella cosa lì mi rendeva complice. Anche se ho parlato molto di meno di me, avevo bisogno di creare complicità. Al punto che lui (Aricò, NdR) a un certo punto quasi glielo dice (a Siti, NdR): qui siamo al limite dell’accusa di favoreggiamento. Perché se io accetto di scrivere la sua storia e di depistare seguendo le sue direttive, allora sì che lo favorisco. È evidente che non è vero, nessun magistrato mi ha detto niente (altra risata beffarda, NdR) però mi sono inventato questa sorta di favoreggiamento per accentuare questo legame.

Accennava al Contagio, il suo romanzo del 2008. Esiste una continuità morale e psicologica tra i personaggi di quel libro e la fauna criminale di Resistere non serve a niente?
Sicuramente. Persino in termini materiali: ho voluto fare di Tommaso uno che nasceva proprio lì, in borgata. Qualcuno ha notato che si chiama Tommaso come il protagonista di Una vita violenta, Tommaso Puzzilli, il Tommasino di Pier Paolo Pasolini. Giancarlo De Cataldo mi ha scritto una mail dicendomi: è come se Tommaso Puzzilli cinquant’anni dopo avesse fatto carriera. Ho fatto altri giochini di cui nessuno per ora si è accorto, e pace: Tommaso nasce il 2 agosto del 1976, e andando indietro di nove mesi, al suo concepimento, si va alla notte della morte di Pasolini. Ma esiste anche una continuità psicologica: Tommaso è un personaggio che non si programma mai per il futuro. Malgrado faccia una carriera fulminante, la sua esigenza è solo di non fare la fine del padre. Anche nei rapporti d’amore, Tommaso ha la stessa incapacità ad amare che hanno molti personaggi del Contagio. Più che altro vuole possedere, ma non riesce a instaurare un rapporto vero d’amore né quando è lui che desidera né quando è lui ad essere desiderato.

Dopo due “false partenze”, lei comincia il racconto con una citazione del suo vecchio editor, Antonio Franchini di Mondadori, che in riferimento al suo ultimo romanzo le ha detto “sei tornato a scrivere un libro per froci”. Un omaggio, una stilettata, o una semplice esigenza narrativa?
Più che altro un’esigenza narrativa, effettivamente. Volevo intanto sottolineare il fatto che questo romanzo non fosse omosessuale, e questo è un espediente per fare in modo che non ci fosse una dichiarazione mia, il che sarebbe stata una cosa un po’ scema. Anche se molti mi hanno fatto notare che si tratta di una negazione freudiana… il modo che lui (Tommaso, NdR) ha di trattare le donne assomiglia a quello con cui i miei antichi personaggi omosessuali trattavano gli uomini. E poi, dopo le due false partenze, non mi dispiaceva che ce ne fosse una terza: il fatto di dire “volevo scrivere un romanzo diverso, più positivo, impegnato”, e invece è venuto fuori questo qui. Infine evidentemente la frase di Franchini mi aveva anche ferito, quindi è ovvio che me la sono ricordata.

Lei scrive: “il denaro non serve per comprare, ma per comprendere e quindi dirigere”. È così?
Per me no: serve per comprare, anche un’illusione di felicità. Ma ad alti livelli è così. Quando nella fase preparatoria del romanzo andavo a trovare questo mio amico che gestisce un hedge found, mi colpiva molto la possibilità che loro hanno di essere in presa diretta con il mondo. Hanno degli analisti dappertutto che li aggiornano ora per ora su dove investire, cosa bisogna fare… ai tempi di Fukushima lui aveva sulla scrivania un contatore che gli dava in tempo reale il livello di radioattività. Il denaro ti permette di sapere un sacco di cose in più.

Documentandosi, informandosi sul mondo finanziario internazionale, che idea si è fatto? “Resistere non serve a niente”?
Un po’ sì, è così. Anzi, mi meraviglia che se ne parli così poco, a parte fenomeni come Occupy Wall Street che però sembrano già essersi affievoliti. Si parla dei mercati, ma rimane un mistero da chi sono composti. Io so i nomi dei principali leader politici mondiali. Ma dovessi indicare i nomi di quindici nomi di grandi finanzieri, non li saprei fare. L’unico che mi viene in mente è Soros… ma adesso è in pensione. Sono soggetti che possono giovare di una grande segretezza e della difficoltà degli stati a introdurre leggi. Basta pensare a cose molto semplici come la Tobin Tax… nessuno riesce ad applicarla. Ho l’impressione che sia diventato un contropotere molto forte, che possa fregarsene degli stati nazionali.

Illustrazione di Gianluca Costantini.

Pubblicato sul Mucchio 698

 

 

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