19’40”

Divulgazione divertente

La collana di dischi congegnata da Sebastiano De Gennaro, Enrico Gabrielli e Francesco Fusaro parte col botto con la sua prima pubblicazione, "Progetto Generativo" dell'ensemble Esecutori di Metallo su Carta. Cominciamo da qui, interfacciandoci con tutti e tre, per approfondire un'avventura tanto complessa quanto audace.
19'40"
La nuova scommessa di Enrico Gabrielli e Sebastiano De Gennaro

Sebastiano De Gennaro, Enrico Gabrielli e il musicologo Francesco Fusaro sono gli ideatori di 19’40’’: una serie autogestita di dischi in abbonamento, dalla scadenza quadrimestrale. Il nome della collana si rifà a un omaggio a John Cage realizzato nel 2013 da De Gennaro e Gabrielli (le partiture originali risalivano al 1940, la durata del vinile corrispondeva a 19 minuti e 40 secondi), in tal caso produttori di tutte le uscite in questione, previste in formato fisico e digitale, nonché corredate da un testo critico vergato da Fusaro. La prima pubblicazione, Progetto Generativo, è targata Esecutori di Metallo su Carta, ensemble di sei elementi diretti dallo stesso Gabrielli, alle prese con trascrizioni di “musica italiana strumentale” di area math, noise e avanguardista (tra gli altri, in scaletta ci sono pezzi di Aucan, Zu, Appaloosa, Hobocombo, Bologna Violenta, Julie’s Haircut, Fuzz Orchestra…). Approfondire la stimolante faccenda era, dunque, d’obbligo.

 

Sebastiano ed Enrico, avete condiviso un sacco di progetti e continuate a farlo. Ci riassumete le tappe più importanti della vostra collaborazione e cosa continua a stimolarvi artisticamente l’uno dell’altro?
SDG: Fin da quando ci siamo conosciuti abbiamo condiviso il desiderio di cimentarsi in alcuni episodi del repertorio classico contemporaneo e di farlo a modo nostro, cosa che non ci è permessa né nell’ambiente accademico da cui siamo quasi totalmente esclusi né tantomeno negli ambienti rock. Per esempio, abbiamo suonato Workers Union di Louis Andriessen in tutta Italia, da Nord a Sud isole comprese, passando per decine di minuscoli locali, club, ARCI, centri sociali, magazzini dismessi, fonderie, bocciofile. È sicuramente stata la prima esperienza che ci ha unito molto: entrambi avevamo la sensazione di fare una cosa piuttosto folle che nessun altro in Italia faceva, e probabilmente era proprio così. Quindi, se devo pensare alle tappe significative nella nostra collaborazione, comincerei proprio con quei viaggi e concerti fatti nel 2011 suonando Mozart, Xenakis, Reich, Andriessen, oltre a dei pezzi del mio primo album Hippos Epos. Seconda tappa fondamentale è stato il lavoro su John Cage concretizzatosi nel disco 19’40’’, uscito per Trovarobato Parade nel 2013. Altra tappa importante è il nostro festival di musica contemporanea nato nel 2014 grazie al Bloom di Mezzago e da esso ospitato: “FuckBloom?AlbanBerg!”, a tutti gli effetti diventato il nostro laboratorio dove ci è permesso di sperimentare liberamente in quello che è ormai da tutti riconosciuto come uno dei locali storici del punk italiano. Sempre nel 2014 è da segnalare la fondazione dell’ensemble Esecutori di Metallo su Carta con cui abbiamo inciso il primo album in arrivo a dicembre per 19’40’’, Progetto Generativo. Ultima tappa significativa in ordine cronologico è certamente rappresentata dall’Histoire du Soldat di Stravinskij realizzata e incisa con gli EdMsC nel 2015, un’opera da camera di immensa bellezza ma molto impegnativa, un grande traguardo da raggiungere per noi. Parlando del presente, la nascita della collana discografica 19’40’’ è certamente il passo più coraggioso e cruciale compiuto con Enrico, per quanto mi riguarda.

Come vi siete imbattuti, invece, in Francesco Fusaro e perché avete scelto proprio lui come terzo lato del “triangolo”?
EG: Francesco mi è piombato a casa circa tre anni fa per delle piacevolissime chiacchierate sulla musica contemporanea. Ai tempi scriveva ancora assiduamente per “Rockit” e aveva in mente un lungo articolo approfondito sulla nuova generazione di compositori attuali in Italia. Partimmo con il parlare di questo e finimmo poi sui massimi sistemi. Solo tre anni fa avevo dei vaghi ricordi della generazione over 40 e dei corsi di formazione che feci nel ’95 con Sciarrino (ancora adesso un momento fondamentale della mia vita). Negli ultimi due anni (probabilmente anche grazie a quelle chiacchierate) mi sono iscritto di nuovo in Conservatorio nella classe di composizione di Alessandro Solbiati e ho un po’ ripreso il filo che nel frattempo, tra arrangiamenti, live e progetti, avevo volontariamente perso. Francesco è un musicologo e una persona dalla cultura musicale di rara vastità e profondità, nonché curioso scopritore di festival, ensemble e realtà affini alla nostra in giro per il mondo. Vive a Londra, scrive per molte testate italiane tra cui “Amadeus” e “Il Corriere Musicale” e lavora nel campo dei metadati: lui ha suggerito la fondazione di 19’40” come limited inglese. La sede, infatti, è a Londra. Il suo apporto è di vitale importanza: non ne ho conosciute molte, di persone così, in vita mia.

 

19’40” è un nome ricco di riferimenti interni: amate giocare con i collegamenti come in un film di Lynch, come in Lost? Scherzi a parte, così facendo si creano piccoli mondi…
FF: C’è una certa passione fra noi per la numerologia e l’impiego dei numeri al di fuori del contesto puramente matematico, diciamo così. 19’40” si presta a tanti racconti diversi: ci piace pensarlo non solo come una durata temporale, ma anche un luogo, quello della sperimentazione di cui parlava Sebastiano. E un appuntamento, ovviamente: la nostra comunicazione sui social network e tramite la nostra newsletter avviene prevalentemente (se non sempre) alle 19:40 ora italiana. Desideriamo che le persone che ci vorranno seguire si sentano incluse in un discorso, e dare loro un appuntamento è un modo per sentirsi entrambi impegnati, noi e loro. Ammesso che un “noi” e “loro” debba esistere: come Cristopher Small e Adam Harper, sono convinto che la musica sia fatta da chi la ascolta tanto quanto da chi la compone ed esegue, intendendo questi due termini il più latamente possibile. Tornando ai tuoi riferimenti: 19’40’’ lascia tracce in vari modi e luoghi veri e virtuali, nella speranza che le menti curiose le seguano.

profilo 19 40

La scelta di una collana su abbonamento deriva da riflessioni sullo stato discografico attuale, sulle difficoltà e di pari passo sulle nuove possibilità che ci sono oggigiorno nel pubblicare dischi? Se realizzare fattivamente degli album è divenuto quasi alla portata di tutti grazie alla tecnologia e all’abbattimento dei costi, dall’altro lato è difficile orientarsi fra i canali di veicolazione, anche perché la sovrapproduzione tende a creare confusione, a rendere più laboriosa la scoperta di ciò che vale nel mare magnum di proposte. Siamo in una fase di transizione?

FF: L’industria musicale, o quel che resta di essa, sta cercando di adattare un sistema nato in un contesto produttivo preciso e consolidato alla tecnologia attuale. Credo che la battaglia sia persa in partenza. Lavorando per un servizio di streaming musicale mi sono convinto che non assisteremo a una sostituzione definitiva di un modello con un altro: ogni progetto, ogni artista dovrà adattare strumenti esistenti (e ancora non inventati o rivelati al pubblico) al proprio percorso, trovando modi e tempi coerenti con una propria filosofia o visione artistica. Dobbiamo ricordarci che sui social network ogni artista è potenzialmente “in competizione” con qualsiasi altra persona o profilo esistente: questa prospettiva dovrebbe chiarire da sola che salto stiamo compiendo fra i due mondi, pre e post-social. Per quanto riguarda 19’40’’, la scelta di adottare il sistema di abbonamento dipende in parte dalla natura stessa del progetto (una enciclopedia della musica ampia e tuttavia soggettiva), in parte dalla necessità di creare un dialogo continuo con chi vorrà abbonarsi, per rispettare quella idea di appuntamento di cui dicevo.

Così facendo, con le modalità che state perseguendo, questi dischi da una parte divengono “elitari” ma dall’altra si rivolgono solo a chi nutre veramente attenzione verso il progetto e non vi si imbatte per caso. Quanto è importante per voi cercare di “educare” un’audience, quantomeno stimolarla ad ascoltare musica più interessante, e quanto è invece importante selezionare ascoltatori in grado di impegnarsi, recepire?
EG: Il legame tra chi ascolta e chi suona è oggetto di discussione da sempre. L’induzione all’ascolto o il semplice nesso tra le due entità, a volte, è una domanda: “perché?”. Faccio degli esempi: perché dovrei ascoltare dell’hip hop? Perché dovrei ascoltare della musica classica? Perché dovrei andare a sentire un vecchio gruppo prog? L’appartenenza e la catalogazione dei comportamenti sociali determina il tipo di mondo musicale che si ascolta. Questo è quello che sembra accadere oggi. Ed ecco che quelle domande possono avere risposte come “perché sono un writer“, “perché sono un intenditore” e “perché sono un progster”. Ma si può andare ancora più in profondità: “perché sono un duro”, “perché sono un raffinato” o “perché sono un ossessionato”, o creare dei viceversa… Le playlist, i consigli ricevuti, i social network: tutto porta a determinare “chi sei”. Dunque il “cosa ascolti” ti piomba un po’ dall’alto, e nella maggioranza dei casi passivamente. Noi vorremmo andare in direzione opposta: con la faccenda dell’abbonamento sei portato a fare un’azione cosciente, in più ciò che ti arriverà è quasi a scatola chiusa e dunque non frutto di indagine di mercato o di induzione. La materia che affronteremo, inoltre, è sì alta ma si rivolge con parole semplici, è divulgazione divertente, se così vogliamo definirla: chiama un pubblico assolutamente NON indottrinato, per avviare un meccanismo di scambio virtuoso.  Non ci serve una élite per costruire una casta di ascoltatori speciali; ci servono delle persone curiose con cui mantenere un legame d’affetto artistico e di dialogo.

 

Eseguire in modo colto ma antiaccademico spartiti o trascrizioni di musica sembra una via per contribuire ad abbattere steccati, per tendere una mano verso chi non è avvezzo a certi ascolti ma anche per sottolineare che non esiste musica di serie A e B. E la prima uscita, Progetto Generativo, che rielabora musica italiana strumentale di oggi, pare rimarcarlo: un’idea semplice ma geniale. Come vi è venuta?

copertina-edmsc-web01EG: I gruppi di musica strumentale italiana massiva, a nostro giudizio, rappresentano una delle scene più interessanti dell’Italia fine anni ’10. Si può chiamare “scena”, perché molti di quei gruppi collaborano e condividono palchi, strumentisti, etichette e amicizie. Dal punto di vista musicale i riferimenti di quella scena sono disparati ma qualcosa mi ha sempre fatto pensare a un elemento condiviso: la risoluzione della complessità in rapporto all’ascoltatore. Intendo dire che la musica è spesso complessa e le forme sono molto articolate, ma il modo di pensarle e presentarle all’ascolto sono quasi sempre di un’efficacia e di un impatto garantiti. Con Luca Cavina ci piaceva, ad esempio, definire la scrittura degli Zeus! “controllo della violenza”. E con Rocco Marchi degli Hobocombo abbiamo parlato spesso di “minimalismo massimalista”. Questi ragionamenti, per quanto anni luce lontani dall’accademia, hanno un seme di coscienza compositiva formidabile. L’idea è stata di traslare dagli strumenti elettrici alla carta. La cosa fa il giro e dall’empirismo della sala prove si torna indietro con uno spunto più ampio sul cosa è colto e cosa non lo è. Che sia un oboe o un basso distorto.

Nello specifico, come avete scelto i dieci brani?
EG: La scelta dei brani è sicuramente parziale e arbitraria. L’occasione fu un concerto al Bloom di Mezzago durante la rassegna “FuckBloom?AlbanBerg!” del 2014. Ai tempi rimasero fuori molti altri gruppi, come Junkfood 4tet, Topsy The Great, OoopopoiooO, Ovo, Tubax, Anatrofobia e altri. Ma scrivere a mano (e trascrivere le parti staccate dei singoli musicisti; io non uso nessun programma di scrittura musicale) è una roba lunghissima. Per ragioni di tempo rimasero questi dieci brani che però erano, secondo me, una buona rosa di stili e modalità di approccio. Per ognuno di essi feci riferimento a compositori come Stravinskij, Lindberg o Andriessen, giocando a volte di contrasto o altre volte di analogia. Per esempio Tarazed dei Julie’s Haircut ha già da di per sé un’impostazione molto vicina a certo minimalismo americano storico, così decisi di amplificare quella natura. Mentre in Irish degli Appaloosa adattai al violino una parte solistica presa in prestito dal Petits Airs au Bord de Ruisseau dell’Histoire du soldat di Stravinskij. Nel disco ci sono note critiche inglese/italiano che svelano riferimenti e relazioni: potrebbe essere poi divertente per un’ascoltatore fare confronti e ascolti comparati.

In questa prima uscita siete coinvolti come musicisti “suonanti”. Come avete formato l’ensemble?
SDG: In tutte le uscite di 19’40’’ saremo coinvolti come musicisti, o per meglio dire saremo costantemente esecutori dei nostri stessi piani (mandanti ed esecutori). In questo primo episodio, Enrico ha avuto un ruolo decisamente rilevante sia dal punto di vista creativo che esecutivo: dopo aver lavorato alle trascrizioni dei brani, ha impugnato la bacchetta e ha diretto l’ensemble in studio e dal vivo facendo un lavoro straordinario e molto complesso. EdMsC è una formazione modulare: a seconda del repertorio che vogliamo affrontare (e dunque dell’organico necessario), smontiamo e ricomponiamo ogni volta l’ensemble come fosse una costruzione di Lego. Tutte le persone coinvolte nel Progetto Generativo sono state arruolate perché sono musicisti che conosciamo e di cui abbiamo molta stima sia per le loro abilità musicali sia, e specialmente, per la loro elasticità e apertura mentale. È davvero una formazione “multiculturale”: in essa gravitano musicisti di formazione strettamente classica come musicisti che da anni militano in formazioni della scena rock, metal e avant-garde italiana. Il caso specifico del primo disco di Esecutori di Metallo su Carta ne è un perfetto esempio: Daniela Bezzi (oboe) assieme a Giovanni Colliva (clarinetto basso) e Maria Silvana Pavan (pianoforte) operano prevalentemente negli ambienti della musica classica, mentre Rodrigo D’Erasmo (violino), Francesco Bucci (trombone) e io (percussioni) siamo decisamente più attivi nella musica underground e rock.

Come porterete avanti il festival correlato a Esecutori di Metallo su Carta?
SDG: Il festival “ConTempoRarities” è stato da noi pensato per restituire, in una prospettiva unica e originale, dei piccoli frammenti di quella grande musica che sembra appartenere quasi esclusivamente alle tradizionali istituzioni teatrali e troppo poco agli spazi alternativi della città di Milano. Vorremmo farlo diventare un appuntamento annuale e vorremmo porre la prima pietra nella costruzione di un rapporto serio e duraturo con il Santeria Social Club. Trovare locali col coraggio di investire in progetti come questo non è per niente facile, per questo festival stiamo mettendo assieme delle produzioni che anche solo per il numero dei musicisti coinvolti richiederebbero dei serissimi finanziamenti (cosa che non abbiamo). Si tratta di vere e proprie sfide per noi e per chi ci ospita. Paradossalmente in provincia lo stiamo già facendo da tre anni con un discreto riscontro (Al Bloom di Mezzago, appunto) ed è un’enorme soddisfazione per tutti; a tratti sembra che la provincia sia più sveglia dei grandi centri che paiono iper-concentrati sulle richieste del pubblico e sulle tendenze del momento: forse la provincia è più pronta a ricevere proposte inaspettate ma con questo festival vorremmo provare a scombinare le carte sul tavolo anche a Milano!

gabrielli fusaro de gennaro

Nel mentre, continuate a suonare per tanti colleghi importanti(ssimi): cosa mi dite dei recenti tour con PJ Harvey e Daniele Silvestri? E cosa bolle nelle rispettive pentole da solisti? 
EG: L’avventura (ancora in corso) con il The Six Hope Demolition Project di PJ Harvey è per me un’esperienza di formazione senza precedenti. Al di là della musica, sto acquisendo molte informazioni sul comportamento umano nel lavoro collettivo, come lo stare insieme spalla a spalla per mesi interi, affrontando viaggi lunghissimi, con differenze culturali, di lingua e di età. Sono convinto che tutto questo si riverserà nella mia visione complessiva della 19’40” e lo farà, probabilmente, nella maniera meno diretta. Lascio che accada quel che accada e che le sementi vadano là dove è stato arato. Da ora in avanti i miei sforzi si concentreranno molto su 19’40” e così tutti i dischi in cui mi vedono coinvolto e che riguarderanno la musica scritta, come ad esempio Der Maurer vol.2, usciranno probabilmente per la nostra collana.
SDG: Anche questa volta sono stato fortunato: Daniele Silvestri e la band che ha formato per questo ultimo tour sono per me un gruppo di persone estremamente intelligenti e interessanti, cosa per nulla scontata nel mainstream italiano. Aggiungo che Daniele è un musicista creativo, preparato, imprevedibile e generoso, insomma lavorare con artisti così è molto bello e credo che la nostra collaborazione non sia per nulla esaurita. Come avrai capito le nostre pentole non bollono… esplodono! Io personalmente sto vivendo uno dei periodi più fervidi che abbia mai trascorso fino a oggi: ho due dischi pronti che usciranno sicuramente con 19’40’’. Il primo già programmato in catalogo si intitolerà Il Picchio e rappresenta un mio punto di vista sulla musica contemporanea per percussioni ed elettronica oggi. Il secondo è un disco dedicato alla musica e ai disegni di George Hamilton Green, musicista e fumettista statunitense attivo negli anni Trenta del Novecento. E ora sono alle prese con la musica di Holst, Rossini e Stockhausen. Senza esagerare, posso dirti che in solo o in compagnia ho in testa dischi da fare per i prossimi dieci anni e direi che potrei farli tutti con 19’40’’.

 

Ultima domanda, proprio sul futuro di 19’40”: prossime uscite previste o altre iniziative parallele?
EG: Abbiamo, per ora, solo gettato una lista ufficiale di circa due anni di uscite. Ma in mente ci sono decine di titoli che vanno da elaborazioni sul Petit train de plaisir di Rossini, Hindemith e il Trautonium, contrappunti e fughe per sintetizzatori, minimalismo e anti-minimalismo italiano, il concerto di capodanno viennese, Pacific 231 di Honegger, Tierkreis di Stockhausen, il cinema del brivido, le colonne sonore per videogame di Tim Follin, Le carnaval des animaux di Saint-Saëns, musica profana e musica sacra del Quattrocento, le Folk Songs di Berio, opere video che usano come strumento piattaforme di streaming e anche film tout-court, call-for-score e tantissime, innumerevoli collaborazioni. Sul nostro sito e su altri organi di diffusione Web, inoltre, vorremmo attivare discussioni, recensire testi di nuova cultura musicale (dall’acusmatica al field recording, dalle nuove forme di ascolto ai festival che ci capiterà di vedere) e consigliare articoli interessanti. Vorremmo, insomma, che 19’40” diventasse un ampio contenitore e allo stesso tempo un grande contenuto.

Sito: www.19m40s.com

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