Afterhours

Mi trovi nuovo?

"Hai Paura del Buio?" compie (quasi) diciassette anni, una ricorrenza decisamente “irregolare”. Cogliamo l’occasione del tour dedicato e della sua rivisitazione che “si fa violentare” per mano di ospiti più o meno improbabili, e interroghiamo Manuel Agnelli su retromanie, museificazioni e autocelebrazioni, sui passati che diventano presenti e viceversa.
image001

hai-paura-del-buio-special-edition-cd-coverÈ dal tour in inglese di Ballate per piccole iene che continuate ad alzare l’asticella, quasi doveste emanciparvi dalla versione più rassicurante di voi stessi e  guadagnare una nuova verginità. Come si concilia questo con l’idea di riproporre al pubblico il vostro lavoro più conosciuto?
Anche questa riedizione fa parte del piano, se vogliamo chiamarlo così.  Collaborazioni ne abbiamo avute ma sono state sempre molto rare: ci è venuto in mente che potevamo “sfruttare” tutte le nostre conoscenze di questi anni per fare una cosa che su un disco nuovo non avremmo fatto mai. Un album sentito e strasentito, quasi intoccabile per alcuni, si presta di più ad essere violentato, anche profondamente. Quest’operazione mette un punto definitivo su un culto, bello ma anche pesante: l’abbiamo suonato in tutte le salse, lo suoneremo ancora per questo tour e dopodiché ce lo leveremo dai coglioni (ride, NdR).

Parlando di sacro, sono stati in molti negli ultimi anni quelli che hanno risuonato i loro dischi di culto per intero, dalla prima all’ultima traccia, come se portassero in giro il santo d’argento. Sapendo che sareste andati in tour con Hai paura del buio? nel 2014 veniva naturale pensare a una cosa in stile Don’t Look Back…
Non c’è niente di sacro per me in quel disco. Non è neanche il mio preferito degli After. L’abbiamo fatto, l’ho fatto, in un periodo in cui stavo vivendo una crisi personale profondissima: non lo ricordo come un bel momento, anzi, però capisco possa avere una forza catartica. In realtà sono gli altri ad averlo consacrato e allora abbiamo detto massì cazzo, prendiamoceli questi allori, per modesti che siano. Qui sembra di doversi cospargere il capo di cenere ogni volta, ma non è così. È un piacere accettare i complimenti, è un piacere festeggiare!

Peraltro è curioso ritrovarsi a fare questo discorso per un album tutt’altro che facile da digerire, che comprende alcuni dei vostri momenti espressivi più liberi. Quanto spazio di manovra è rimasto nascosto in quelle canzoni, a distanza di anni?
Quel che è rimasto ha a che fare con l’attitudine più che nei pezzi. Sui giovani d’oggi ci scatarro su non è un capolavoro di composizione, mettiamola chiara. Ho scritto cose migliori, ma mi sembrava forte a livello di messaggio, uno slogan indovinato. Rifarla adesso era una pena, non sei più giovane e critichi i giovani, sembri solo un tristone. Nella versione dei Ministri invece ha riacquistato una freschezza che non poteva più avere con noi. Ogni rielaborazione mi ha sorpreso, musicisti molto diversi hanno restituito ai pezzi una vita che non avevano più. Anche Rapace, con i Negramaro, adesso suona meno arrabbiata ma più dark. Quella sì che ci porterà le peggio maledizioni. E meno male che ci siamo trattenuti dal farla interpretare da un qualche rapper…

Che la scelta del casting per questa edizione 2014 avrebbe scandalizzato più di qualche “fedele controcorrente” lo sapevate e lo avete detto. Come avete scelto chi avrebbe rifatto cosa?
Abbiamo invitato dei nomi in grado di sorprenderci, chiedendo di interpretare pezzi che potenzialmente non avevano un cazzo a che fare con loro. Io i primi tre dischi di Edoardo Bennato, non mi vergogno a dirlo, anzi, li ho divorati da ragazzino, sapevo che sarebbe stato divertente lavorare con lui. È l’imprevisto che cercavamo. Certo, sarebbe stato facile chiamare i Marlene Kuntz, i Massimo Volume e tutti quelli che c’erano ai tempi… sai che bel funerale!

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© Ilaria Magliocchetti Lombi

Tra gli ospiti c’è anche Piero Pelù, al cui tour solista hai partecipato per qualche data. Ricordo una dichiarazione in cui riconoscevi ai Litfiba un ruolo di apripista per le band italiane della tua generazione…
Sì i i Litfiba sono stati fondamentali per la nostra scena. In quel momento era pieno di discografici che cercavano loro epigoni, purtroppo anche spingendoli a fare quella cosa lì: noi non c’entravamo niente ma quell’attenzione mediatica ci ha spinto a crescere. Quella è la lezione che mi ha insegnato che avere più attenzione o più mezzi non è un difetto. Ci hanno aperto un mondo, anche se indirettamente: avrei voluto che fosse una cosa più diretta e con Piero ne ho anche parlato. Quando sono nati loro comunque c’era il niente, ma proprio il niente, quindi era pure giusto che si prendessero ciò che gli spettava, per parafrasare i Csi.

Voi invece avete spesso cercato un ruolo da portavoce a quella che percepivate come la vostra scena, storicamente con progetti come il Tora Tora e anche più di recente con Il Paese è reale.
Con Il paese è reale c’è stato un errore di comunicazione, in parte indotto – perché sapevamo che creare polemica ci avrebbe aiutato a veicolare il messaggio – in parte imprevisto: abbiamo sopravvalutato l’intelligenza di chi poi avrebbe dovuto capire che era un’altra cosa quella che volevamo fare dopo essere andati a Sanremo. L’attenzione che rivendichiamo non è mai per noi che stiamo bene, ma per tutto un ambiente musicale che di quell’attenzione non gode. Il discorso è generico: facciamo quello che nessuno con un certo tipo di status aveva mai fatto per noi. Se quella realtà verrà riconosciuta, farà bene a tutti.

La critica più frequente a questo tipo di iniziative, compreso il festival dell’estate passata che si chiamava anche quello Hai paura del buio?, è che a farne parte in fondo sono “sempre gli stessi”. Che poi è la ragione per cui il Tora Tora si è interrotto, per evitare di essere l’autocelebrazione di pochi…
Ma come “sempre gli stessi”? Prima di Hai paura del buio? ho litigato con gente che lavorava con me da anni… No, la verità sul Tora Tora è che la scena musicale dopo la nostra non aveva lo stesso seguito e quindi senza gli headliner degli altri cinque anni non avremmo avuto lo stesso risultato. Devi riconoscere un cadavere quando lo vedi. Oggi non lo farei più e infatti faccio altro: gli spettacoli di Hai paura del buio? non c’entrano un cazzo col Tora Tora né coi festival musicali, erano una nostra festa, anche se nessuno l’ha capito e tutti hanno preferito concentrarsi sui nomi dei musicisti per criticare quelli.

Quel “giovane di nuova concezione che spazza via ogni convinzione” di cui cantavi in Mi trovo nuovo non è mai arrivato, quindi. In compenso ci sono in giro molti cantautori che ereditano un patrimonio da cui voi avevate cercato in ogni modo di distanziarsi.
Avevo letto un articolo su Rockit dove si diceva che questa nuova leva cantautorale avrebbe fatto tabula rasa di tutti gli aspetti tronfi della nostra scena. Il che da un certo punto di vista sarebbe stato sano, dovrebbe esserci sempre una generazione che scaccia quella precedente. Il mio timore – in realtà la mia fortuna – è che questa nuova leva per pigrizia, per paura o per troppa consapevolezza estetica non ha saputo essere pari a quella degli anni novanta, che consapevole era fino a un certo punto e aveva una creatività quasi disperata. Ora stiamo vedendo un film un po’ democristiano, paro paro a com’era, perché presentarsi così in Italia oggi non disturba nessuno. Tra tutti questi progetti decantati come rivoluzionari sono spariti i freaks, nessuno ha il coraggio di essere davvero grottesco.

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© Ilaria Magliocchetti Lombi

Peraltro, proprio con Hai paura del buio? stavi affinando un modo di scrivere in italiano sardonico e “ad effetto” dal quale hai poi gradualmente preso le distanze. Ecco non credi che sia un tic che affligge alcuni gruppi “di parola” attivi oggi, penso a gente come Stato Sociale o I Cani, questo di non volersi prendere troppo sul serio?
Diventare una macchietta era il rischio di una formula che ormai mi andava stretta a livello emotivo e creativo. Quei gruppi che dici tu sono ancora in via di definizione, hanno il diritto a coltivare una personalità precisa. Qui in Italia siamo stretti tra due tradizioni: da una parte quella cantautorale appunto e dall’altra quella del demenziale, di chi butta tutto in vacca per non prendersi sul serio. Perché siamo cattolici, le formichine che devono pensare in piccolo, quelli che “Il Grande Artista è sempre umile”: è per questo che mi piace Vasco Brondi, perché è l’unico che riesce a rischiare il grottesco, che non ride, che non si prende per il culo da solo, è serio e vuole trascendere. Magari non gli riesce sempre ma quella è la ragione per cui in tanti lo seguono. Non ha paura, mentre io nella nuova generazione paura ne vedo tanta.

Non per dare tutta la colpa ai social network, ma dici che c’entra anche la consapevolezza di una comunità di riferimento che tende a reagire a caldo?
Si inizia a suonare anche per scovare dei propri simili – possibilmente pochi perché così ci sentiamo unici ma qualcuno sì – e allora schermirsi diventa la strada più facile. Quando abbiamo iniziato la gente doveva venirle a dire di persona queste cose, e ci pensavano due volte perché si sarebbero presi un bel pugno in faccia. C’era un pericolo, una forma di responsabilità che ti faceva pensare bene a quel che dicevi… Queste critiche da rivoluzionario dei social, che chiedono sempre “perché ci è convenuto” le considero, lasciami dire, merda pura, le-ta-me, con una presunzione di base che le annulla da sé. Abbiamo preso la decisione di fottercene totalmente invece che non camminare sui carboni ardenti. Le esperienze che abbiamo fatto all’infuori dall’Italia erano solo per mantenerci vivi e attenti, non ci conveniva, non ci abbiamo ricavato un soldo.

A proposito di questo, tra gli ospiti compaiono anche Mark Lanegan o Greg Dulli, che la storia dell’alternative rock la stavano facendo nei vostri stessi anni: vi siete mai confrontati con loro su come hanno affrontato la cosa all’epoca?
Noi ci siamo formati nell’ottobre dell’85, prima ancora degli Afghan Whigs, non abbiamo mai provato sudditanza psicologica ma solo una grande invidia per la grandeur dove si muovevano loro, anche a un livello più underground, rispetto alla tristezza nostra. Lanegan si stupiva a sentirmi parlare di gruppi che lui pensava sconosciuti: la nostra formazione musicale è la stessa, spesso mi sono trovato più a mio agio con loro che con i musicisti in Italia. È pazzesco perché noi ora qui siamo molto più famosi di quanto siano loro nel loro paese, ci vedono come delle rockstar ma sanno che non possiamo andare in tour fuori dall’Italia.

Stavolta però sono loro che cantano in Italiano…
Sì ed io mi sono preso una piccola vendetta: ero io il punto di riferimento imprescindibile stavolta. Loro erano serissimi, ci tenevano a cantare bene… È bello vedere che musicisti del genere si mettono in gioco così, che si prendono questi rischi.

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© Ilaria Magliocchetti Lombi

Hai paura del buio? 2014 esce su Universal, etichetta con la quale ai tempi de I Milanesi le cose sembravano non essere andate per il verso giusto. Ci siamo persi qualcosa?
Con Alessandro Massara, che viene anche lui dall’esperienza indipendente, e con altre persone in Universal c’è un’amicizia che ci lega da anni, ma che non ci impedisce di litigare. Il problema del metodo di lavoro delle multinazionali è che fanno fatica a confrontarsi con le anomalie, e noi lo siamo anche da un punto di vista comunicativo. È questo che abbiamo patito, ed è la ragione per cui non sono andate bene le cose. Ci siamo riavvicinati perché la Universal ha i diritti del disco, fare una cosa simile senza interpellarla si poteva ma sarebbe stata una schifezza. C’è una parte di praticità e di convenienza e una parte personale, di cui sono contento. Il contratto comunque è per il solo progetto, navighiamo a vista.

Già nel ’97 avevi tentato di fare uscire il disco su una major…
Hai paura del buio? l’avevo proposto a tutti e nessuno lo voleva fare, La Vox Pop stava chiudendo, Il Master l’avevamo già prodotto ed eravamo indebitati con Jungle Sound. Comprarlo costava più di quanto ogni indipendente del tempo poteva permettersi e di quanto ogni major era disposta a fare senza crederci e senza poterci più mettere bocca. Per fortuna Soave della Mescal è arrivato a salvarci, come gruppo ma forse anche come persone, io ero conciato così male…

L’impressione, rispetto alla tempestività con cui gli americani scritturavano band dall’underground, è che il passaggio da noi fosse stato meno naturale.
Vero. E c’entrano i nostri discografici, che tentano sempre di riportarti a qualcosa che ha già funzionato prima, ma c’entra anche un pubblico che rema ogni volta che un’èlite che diventa di massa. Chi riesce a combinare qualcosa dimostra che gli altri sono mediocri e non ci sono riusciti.

E credi che questa sia una cosa che succede soprattutto nel nostro paese?
Non soprattutto, solo nel nostro paese. È un pensiero bizantino ma anche un problema grave, che ha tolto i mezzi agli artisti per crescere e fare qualcosa di più grande, in nome di un’etica che non esiste. Quando le cosiddette indipendenti hanno smesso di rappresentare una realtà sociale alternativa, quella controcultura non c’è stata più. È sistema mercantile occidentale solo più piccola e senza un soldo, potrei raccontarti storie terribili di gente andata per avvocati per riprendersi duemila euro. Più si restringe il sistema e più diventa asfittico, più è squattrinato e più è integralista, e quanto più è integralista e tanta più di quella merda, di quella colla che ci tiene impiastricciati dove stiamo.

Dal vivo

14.03 MANTOVA, Palabam
15.03 RIMINI, Velvet
18.03 TORINO, Teatro Della Concordia
21.03 BOLOGNA, Estragon
22.03 S.BIAGIO CALLALTA (TV), Supersonic Arena
24.03 MILANO, Alcatraz
25.03 MILANO, Alcatraz
26.03 FIRENZE, Obihall
28.03 ROMA, Orion
29.03 BARI, Demodè

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