Angel Olsen

This woman's work

La cantautrice originaria del Missouri arriva in Italia (Bologna e Milano) con il nuovo album MY WOMAN, un nuovo sound e una nuova immagine, determinata a riprendere il controllo della propria storia.
ANGEL OLSEN
Intervista e concerti in Italia

Nel 2014 Burn Your Fire For No Witness consacrava Angel Olsen una delle cantautrici più viscerali e poliedriche del contesto USA. Un disco onesto, personale, in cui al country-folk degli esordi Olsen accostava brani incendiari come l’irresistibile romanticheria grunge Forgiven/Forgotten. Olsen è tornata con My Woman, il prodotto di un processo di riconsiderazione della sua carriera fino a oggi e del tentativo di “confondere le idee” di chi in lei ha intravisto solo un’incarnazione a discapito delle altre. Al telefono è loquace e puntigliosa.
Mi è subito chiaro che il “girone promozionale” non la fa esattamente sentire a suo agio. Partiamo da qualche domanda di routine, ma finiamo quasi subito fuori dal copione, uniti dall’interesse per le “politiche di rappresentazione”, come le definiva Stuart Hall, del lavoro dell’artista.

“Avendo lavorato per un anno con la mia band, abbiamo avuto modo di sviluppare un sound, ho visto i musicisti crescere e la loro tecnica diventare più naturale. L’album è stato realizzato dal vivo, e penso si percepisca nell’esecuzione. Ho potuto mostrare non solo quanto la mia voce e il mio stile siano cambiati – pur mantenendo le mie caratteristiche di sempre – ma anche quanto io e il mio gruppo siamo capaci di interpretare i brani, anziché adattarli il più possibile all’orecchio dell’ascoltatore”. Angel si riferisce alla progressiva “ripulitura” del suono dal suo ep decisamente lo-fi, Strange Cacti del 2010, all’immediato Burn Your Fire For No Witness del 2014, passando dallo scarno intimismo di Half Way Home nel 2012. Per certi versi My Woman è una summa di tutte queste fasi e un punto di ripartenza. Le tastiere sono un altro punto di connessione con il passato. “Ho iniziato a suonare il piano quando ero molto piccola, è stato il mio primo strumento. Era il mio regalo di ‘addio’ dei miei genitori biologici, una tastiera Yamaha. Poi l’ho ripreso a dieci anni e ho smesso intorno ai quattordici, perché la mia insegnante era troppo severa, richiedeva una disciplina che andava in contraddizione col mio spirito ribelle. Alle superiori scrivevo i miei pezzi ed erano molto prog nella struttura. Alla fine del tour di Burn Your Fire For No Witness, di circa 120 date, mi sono comprata un pianoforte, uno strumento antico, maestoso, che è finito nel mio appartamento. Quando il mio coinquilino non era in giro, ho cominciato a sedermi al piano, non necessariamente cantandoci sopra dei testi. Per me il piano è uno strumento molto percussivo, e così le parole, per cui ho dovuto trovare una via di mezzo tra questi due elementi. Alcuni dei nuovi brani suonavano troppo freddi al piano ed è per questo che sono passata al mellotron, mi pareva che aggiungesse una sfumatura sognante. Give It Up, Heart Shaped Face, Never Be Mine sono canzoni che ho scritto immediatamente dopo Burn Your Fire For No Witness in quella maniera. Quando è arrivato il momento di Pops, al piano ho pensato: ‘Questa sono proprio io’. Ho realizzato che stavo cambiando proprio nel comporre quel pezzo. Pur non volendo fare un intero album al piano, mi sono detta: ‘Questa ci deve entrare per forza’.”

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Pops, oltre a chiudere il disco, è senza dubbio uno dei brani più commoventi di Olsen. Qui Angel canta, “I’m not playing anymore / Did all of that before”, riferendosi a un periodo di crisi da dopo-tour, che l’ha lasciata in balia di riflessioni sul suo ruolo d’artista, al punto da considerare di prendersi una pausa e dedicarsi ad altro. I due singoli Intern e Shut Up Kiss Me riflettono la transizione da un momento di stasi a uno di agognata leggerezza. “Sono una persona che psicoanalizza tutto, al punto che non riesco a non vedere ogni cosa come un simbolo. Il che può essere una cosa produttiva per la mia scrittura, ma può anche andare a sfavore delle mie amicizie o il modo in cui vivo le esperienze. Così, quando incontro persone che non hanno lo stesso tipo di approccio e che riescono a fare tesoro della leggerezza, mi colpiscono. Per quanto riguarda la musica, mi ispirano cose che non hanno niente a che fare con… Leonard Cohen, per esempio. Mi ispirano la musica soul, il jazz, generi che non praticherei necessariamente nel mio lavoro. Non scriverei pezzi nella vena di Candi Staton, per esempio, eppure forse ho qualcosa di soul nel mio songwriting. Non si tratta di emulare, ma di ascoltare e riascoltare e scoprire dove mi posiziono in un determinato ambito, aggiungendo qualcosa di personale. Per me, quella è la scommessa: rendere il processo interessante per me stessa e aprire la mia mente, per poter considerare la musica in maniera diversa. Perché alle volte, sai, si tratta davvero solo di una canzone e non di una presa di posizione. Può essere semplicemente che voglio divertirmi e penso che ciò emerga nel disco. È stato difficile scegliere i singoli: nessuno è rappresentativo dell’album nella sua interezza. Magari si potesse fare uscire tutto l’album, così che il pubblico capisca che ci sono molteplici direzioni”.

Nei due video usciti sinora, Angel indossa una parrucca argentata, ammicca alla camera e sorride, quasi parodiando una versione glam di se stessa. In molti hanno giudicato la nuova estetica come una sorta di presa di distanza dallo stereotipo della cantautrice impegnata. “Ci sono un sacco di cose che esterni da un lato visivo in quanto artista. Da una parte pensi di esserne in controllo, dall’altra non puoi mai sapere cosa proiettano gli altri sul tuo lavoro. Trovo affascinante il fatto che, solo perché ho una parrucca argentata in testa, la gente pensi immediatamente che voglia trasformarmi in Lady Gaga ed eliminare la componente autobiografica delle mie canzoni. Quello che devi sapere è che farò un altro video in cui non avrò nessuna parrucca, molto sentimentale, molto sincero (si tratta di Pops, NdR). E lo farò per dimostrare che non sono un personaggio. Con questo album in particolare il mio compito è rimanere sincera e cercare una via di mezzo, cosa che cerco di fare anche nelle interviste. Nei miei artwork non sono mai comparsa in copertina e per me questa volta era un modo di dire: ‘Sono io’, ‘Sì, parlo della mia vita’. Creare un altro personaggio è solo parte dello stesso processo, è un modo per renderlo più interessante. Sono andata a un raduno in memoria di David Bowie, tutti erano vestiti come lui e piroettavano su dei pattini… quello mi ha ispirato per il video. Voleva essere un tributo, e non avendo un budget cospicuo mi sono detta: ‘Non ho nessuno che può farmi i capelli, non so nulla di acconciature, mi metto una parrucca e via’. Perché un’artista come me, sentimentale quanto vuoi, non può solo divertirsi? Che c’è di male?”.

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Intern si pone la stessa domanda e si dà una risposta piuttosto scettica: “Non importa chi sei o cosa fai / Qualcosa nel mondo ti farà sentire un’illusa”. “Quando canto ‘just another intern” alcuni hanno pensato che la tirocinante di cui parlo sia io, in verità è un brano sui meccanismi del commentare l’arte di qualcuno. Quando faccio uscire un disco di cui sono orgogliosa, mi ritrovo a osservare un sacco di persone che lo analizzano puntigliosamente. Le loro idee mi arrivano completamente diverse da quello che immaginavo e ciò mi delude, perché sento di non essere stata chiara! Non c’è assolutamente niente di male nell’avere opinioni a riguardo, è che… o le persone che ne fruiscono hanno una mentalità piuttosto lineare o sono io a non essere chiara. Devo imparare da quell’esperienza e parlandone realizzo che sono un’illusa (‘fool’, nel brano, NdR). Usando la parola ‘fool’ intendo dire che, nonostante i miei piani e le mie speculazioni… ‘non ho risposte definitive… e va bene così. È solo un altro tirocinante in una redazione giornalistica, non mi conosce, non sa nulla del mio percorso, non sa quanta fatica metto nel mio lavoro’. Non posso passare il mio tempo a preoccuparmi di non essere capita, ma quando ricomincia il giro promozionale ti ritrovi nuda come la prima volta. Intern e Pops, di conseguenza, sono autobiografiche, perché parlano del fare arte e parlarne”.

È a questo punto che iniziamo a discutere del rapporto tra musicisti e giornalisti, del perenne “attrito” tra l’idea di costruire una storia e l’obiettivo di rispettare il volere dell’artista. Angel non ha risposte definitive, ma mi racconta di voler provare a investigare in prima persona, intervistando altri musicisti e chiedendo loro se le sue ricostruzioni paiono loro fedeli o fuorvianti. “Mi sembri… non ti conosco, e il tuo tono di voce è piuttosto neutrale… non mi hai fatto troppi complimenti, non hai fatto domande troppo dirette… ma solo dal tono della tua voce capisco che ci tieni a quello che fai e, non a caso, è diventato parte stessa della nostra conversazione. Ogni volta che alzo il telefono e qualcuno non mostra un qualche interesse, non ha le domande pronte o non sa nulla della mia carriera, mi dico ‘Beh, non sta andando bene per niente, non sanno nulla di me anche se avevano la possibilità di recuperare le informazioni necessarie’. So che i giornalisti si prendono parecchia merda per il loro lavoro, ma sono convinta che vivendo in un’era in cui tutti possono potenzialmente fare tutto devi dimostrare di avere un tuo stile per poter fare quello in cui credi. Devi trasformare una conversazione in un articolo, devi impacchettarla, per così dire: se non hai una tua personalità, che diamine ne viene fuori, il reportage di qualcuno che ha fatto domande a qualcun altro? Devi tenerci alla tua scrittura.”

 

DAL VIVO
31 maggio – Bologna, Covo Club
1 giugno – Milano, Salumeria della Musica

 

Pubblicato sul Mucchio n.746

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