Appaloosa

Ipnotici esperimenti

Rock, elettronica e un immaginario rivolto a Oriente. "Trance44", quinto album degli Appaloosa, è un ulteriore passo compiuto dalla formazione livornese verso la definizione di un sound unico e riconoscibile. Una formula ibrida, che ha già raccolto consensi sia in Italia che all'estero. Di questo e altro parliamo con i diretti interessati.
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Ipnotici esperimenti

Trance44 sembra riprendere il filo del discorso laddove The Worst Of Saturday Night si interrompeva: soprattutto nei meccanismi, nell’identità che caratterizza le canzoni, concatenate l’una con l’altra. Riscontrate effettivamente questa sorta di continuità tra i due album, e se sì, si tratta di un risultato voluto oppure inconscio? Come funziona il processo creativo?
Sì, The Worst Of Saturday Night iniziava già a essere concepito come una catena di brani legati l’uno all’altro. È un approccio che nasce dall’idea sviluppata in principio per i live, ovvero un’ora di musica senza pause dove tutte le canzoni sono fuse insieme e mirano a creare un’atmosfera ipnotica, sia per noi sia per chi ascolta. Trance44 è basato totalmente su questo. Il processo creativo del disco è stato molto differente dagli altri, non abbiamo provato per mesi e mesi in sala prove tutti insieme come facciamo di solito, tranne che per un paio di pezzi. L’album è composto quasi totalmente da idee di Niccolò e mie (a rispondere è Marco Zaninello, NdR), nate da ognuno separatamente per poi essere sviluppate insieme direttamente in studio poco prima di registrare. Con tale approccio siamo riusciti a concentrare tutto il lavoro, dalla scrittura alla registrazione, in circa quattro mesi, riuscendo per quanto ci riguarda a focalizzarci totalmente sul disco in un tempo meno dilatato rispetto al passato.

L’elemento che più mi piace di Trance44 è la varietà di suoni e generi che scorre dentro alle canzoni: per dire, in un unico brano potrebbero coesistere i Kula Shaker e i Chemical Brothers. Chi e cosa vi ha ispirato?
Musicalmente ci lasciamo ispirare da moltissime cose differenti. Ognuno ha i suoi periodi personali di invasamento. Inoltre ci piace sempre mischiare e fare esperimenti senza tante regole.  Un disco che ci ha appassionato e accompagnato molto anche in furgone in questi ultimi due anni è The Sound Of Siam, una compilation di musica indonesiana prodotta tra il ‘64 e il ‘65, con sonorità tradizionali miste a funk e jazz. Grazie a Niccolò, che si è appassionato molto e ha trovato proposte interessanti, ultimamente ci siamo spostati molto a Oriente. Ci ha ispirato il concetto di trance come stato mentale, da qui le canzoni spesso sono basate su giri e tempi circolari e ripetuti perché ci piace l’idea di auto-ipnotizzarci.

Il vostro stile mescola sonorità rock con una forte componente elettronica: a quale di questi due ambiti sentite di fare più parte?
In questo momento pari pari, nel mezzo ma un po’ spostati a Oriente.

Trance44 è stato scritto e registrato in completa autonomia: da cosa scaturisce questa scelta?
Ci ha sempre affascinato l’idea di poter gestire attivamente e autonomamente tutto il processo di nascita del disco, dalle prime idee fino al mixaggio finale delle tracce. Abbiamo un rapporto di fiducia reciproca con l’etichetta Black Candy Records, che ci permette di lavorare in totale relax. Per questo negli ultimi anni abbiamo investito energie e denaro per creare il nostro studio, che è operativo da due anni e si chiama “L’Orfanotrofio Studio”. Qui abbiamo inoltre ospitato molti gruppi che amano incidere in analogico e in presa diretta. Con Trance44 ci siamo goduti il fatto di poter stare in studio per ore e ore e lavorare con calma agli arrangiamenti, alla scelta di come realizzare le varie canzoni. Questo album è nato in maggiore autonomia perché per la prima volta ci abbiamo lavorato in due. Per fortuna vari amici ci hanno dato una mano, specialmente nel momento in cui dovevamo registrare, dunque grazie a Fabio Fantozzi, Jacopo Bimbi ed Edoardo Fracassi. Inoltre abbiamo collaborato in alcuni pezzi con Simone di Maggio che ha suonato con noi per anni, con Rico (Uochi Toki), Marina Mulopulos e Diego Ponte, il nostro nuovo bassista.

01 Appaloosa (WEB)

Gli Appaloosa in versione studio sono diversi dagli Appaloosa versione live: questione di necessità o volontà di offrire due differenti facce dello stesso progetto?
In generale dal vivo siamo più violenti. Il live è sempre stata la nostra dimensione, è il punto massimo di divertimento e appagamento che abbiamo dalla musica,  ma devo dire che con quest’ultimo lavoro le due cose si stanno livellando: Trance44 suona simile in tutte e due le versioni e registrarlo è stato un vero piacere.

Ho letto che di recente avete “infarcito” i concerti con spettacoli fatti di immagini e luci psichedeliche.
Sì, il disco si prestava perfettamente a essere fuso dal vivo con un spettacolo di visual e luci per rendere tutto un vortice. Martino Chiti e Nicola Buttari, che collaborano con noi da anni, mentre eravamo in tour in Europa hanno preparato un set visual molto intenso che abbiamo presentato nelle due anteprime italiane al Cage a Livorno e al Sonar a Siena. La componente visiva è un mondo che approfondiremo sempre di più.

Siete tra i pochi italiani in grado di imbastire un intero tour all’estero. Com’è l’approccio del pubblico, ma anche dei locali stessi, nei vostri confronti rispetto alla situazione italiana?
All’estero abbiamo suonato in molte realtà differenti, in generale ci siamo lasciati amici ovunque, sia tra le file dei promoter sia tra il pubblico. Abbiamo notato una grossa recettività da parte degli ascoltatori, sia come partecipazione attiva e delirante ai live sia a livello di incremento di numeri tornando in locali dove avevamo già suonato. Sembra che specialmente in Germania sia molto più veloce per noi farsi strada e creare connessioni. In un tour di un mese succede poi di tutto e a volte bisogna essere pronti ad adeguarsi a varie situazioni: nel Regno Unito, per esempio, è tutto molto spartano. Ritorneremo in Europa per un mese in primavera: siamo ansiosi e ringraziamo Luca Landi per l’ottimo lavoro.

Tornando invece alla dimensione locale, è un dato di fatto che la Toscana in generale, e Livorno in particolare, siano diventate negli ultimi anni punti di riferimento per il panorama nazionale, tanto per qualità che per quantità. Qual è il vostro rapporto con la scena toscana/livornese?
Livorno è sempre stata piena di musicisti, e molti riescono a uscire dalla città. Ultimamente c’è anche un buon numero di spazi per suonare. Abbiamo grandi amici sia nei giovanissimi sia in formazioni che erano attive negli anni 80. Questa unione generazionale ci piace molto. Avere contatti con chi hai intorno è fondamentale e questa connessione è stata amplificata registrando gruppi nel nostro studio, dove la contaminazione reciproca sale al massimo. La scena toscana è piena di band che continuano a fare musica non pensando a niente, tranne che al bisogno di suonare quello che si sentono. Non sempre, però, riescono purtroppo ad avere visibilità. Per fortuna inoltre ci sono etichette come la nostra Black Candy, Fresh Yo! e realtà come From Scratch, Jena dischi e Area Pirata che credono e seguono progetti che non badano certo a cosa va di moda nell’ultima settimana.

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