Austra

Questione di voce

A poche settimane dall’uscita del loro secondo album ("Olympia", su Paper Bag Records e su Domino per l’Europa) abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Katie Stelmanis, vox mirabilis e fondatrice dei canadesi Austra. Quelle che abbiamo raccolto sono risposte dirette, sintomo di una personalità complicata, decisa, a tratti contraddittoria. Come solo i grandi artisti sanno di avere.
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Dopo un successo come quello ottenuto con il vostro debutto Feel It Break, ci saranno state molte aspettative, sia da parte dei fan sia dalla vostra etichetta discografica…
La paura di deludere queste persone non mi ha mai condizionata. Considero Feel It Break come il passaggio obbligato che mi ha portato ad ottenere una maggiore confidenza in studio; il risultato è che per la prima volta ho fatto un disco che suona esattamente come volevo che suonasse, il che non è poco.

Però ci sono voluti circa due anni perché il progetto Austra prendesse forma e uscisse un primo disco. Per Olympia i tempi si sono ovviamente ridotti. Quando sei riuscita a comporre i nuovi brani?
Ho iniziato a scriverli circa un anno e mezzo fa, un periodo in cui mi sono presa del tempo per me stessa, rinchiudendomi in un appartamento senza Internet, evitando relazioni di qualsiasi tipo. È stato necessario per fare ordine nella mia testa e riprendere a comporre nuove canzoni.

Si parla al singolare, eppure Austra è una band che allo stato attuale conta fino a sei elementi. Anche con la foto di copertina sembra di trovarsi di fronte ad un’artista solista.
Fondamentalmente Austra rimane un progetto di tre persone. Nelle cinque settimane che abbiamo impiegato in studio per dare vita ai brani del disco c’eravamo io, Maya e Dorian (Maya Postepski e Dorian Wolf, rispettivamente percussioni e basso, NdR). È in tour che la collaborazione con gli altri musicisti, in particolar modo Romy e Sari Lightman dei Tasseomancy, si intensifica… Anche se va detto, Sari ha scritto anche molti dei testi di Olympia. La cover invece l’abbiamo scelta per ragioni puramente estetiche. Non è facile fare una foto con sei persone (il sesto elemento è Ryan Wonsiak, tastierista, NdR) e tutto sommato, non penso nemmeno che sia necessario. C’è una bellissima immagine all’interno dell’artwork, un poster pieghevole. Lì c’è spazio per tutti!

Il lavoro di gruppo lo si riscontra anche nelle canzoni, però. Negli arrangiamenti, ad esempio. Se fino a qualche anno fa la tua voce risaltava su tutto, con Olympia voce e suono si fondono maggiormente.
Vero. Con questo disco ho voluto concentrarmi principalmente sulla scrittura dei brani. Non volevo che le parti vocali guidassero le canzoni, ma che fossero le canzoni a guidare la mia voce.

Questo nuovo equilibrio lo si ritrova anche nei testi. Sono poetici ma al tempo stesso con una qualità “confessional”. Si tratta di cambiamenti consapevoli o frutto di una naturale evoluzione?
Consapevoli, senza dubbio. Esibizione dopo esibizione ho capito che ciò che avrei voluto fare col secondo album era cantare fatti reali, concreti. Ho sempre amato canzoni dietro cui si cela una storia vera, penso a Crying di Roy Orbison, a Natural Woman di Carole King, quindi ho lavorato con Sari, più poeta di quanto non sia io, per sviluppare testi che andassero in quella direzione.

L’etichetta di poeta si aggiunge a tutte quelle che, talvolta in modo superficiale, vi sono state assegnate, da gothy a arty, passando per un più semplice strani. Tu come definiresti Austra?
Preferisco essere una band senza etichette. Feel It Break era abbastanza goth, quindi immagino che tutto sia nato da lì, ma quel suono definisce l’album non l’artista. Con Olympia abbiamo voluto fare qualcosa di completamente diverso, anche perché come artista penso che sia noioso sposare un solo genere o una sola idea.

So che adesso vivi stabilmente a Toronto, la cui scena musicale oscilla da “molto varia” a “eccessivamente spezzettata”. La stessa Paper Bag Records ha nel suo roster una proposta molto articolata. Questa apertura ha agevolato la band nel fare scelte di un certo tipo?
Ad essere sinceri anche qui ci si sente come degli outsider. Quando suonavo nelle Galaxy (progetto di metà anni ‘00 con Maya e Emma McKenna, NdR) a nessuno interessava il movimento riot grrl. Una volta che ho iniziato a lavorare con strumenti elettronici, mi è stato consigliato di passare a strumenti veri per fare risaltare la mia voce… Ora che viaggio spesso, più che pensarmi inclusa in qualcosa di così locale, preferisco considerare Austra come parte di una scena musicale internazionale.

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