Bee Bee Sea

Vibrazioni

Il trio mantovano arriva al secondo album con "Sonic Boomerang", garage rock in ogni senso internazionale. Noi lanciamo loro delle domande, ed ecco le risposte che ci tornano indietro, a tutto volume.
BEE BEE SEA_Suona Garage

Con due soli album e un EP all’attivo, i Bee Bee Sea si stagliano come una delle realtà più belle nella scena garage rock italiana e internazionale. Il nuovo disco Sonic Boomerang è uscito in Europa per Wild Honey e in America per Dirty Water: dentro ci sono riff taglienti, melodie al fulmicotone, una spensieratezza che Andrea, Giacomo e Damiano sanno tradurre perfettamente in rock’n’roll.

Quando vi siete approcciati al mondo della musica? E quando avete iniziato a suonare insieme?
Abbiamo iniziato a suonare abbastanza tardi. La prima band è nata quando avevamo 17/18 anni e suonavamo i nostri strumenti da due anni circa. Io (Wilson, chitarra e voce, NdR) e Pagi (Giacomo, basso, NdR) ci siamo ritrovati a suonare insieme in modo quasi casuale in questa specie di gruppetto adolescenziale che non si è mai esibito live per circa un annetto. Per vari motivi siamo rimasti io e lui e abbiamo cercato un batterista. Dopo qualche mese, ha risposto Onni (Andrea, batteria, NdR) a un mio annuncio disperato su Facebook. Suonava solo da qualche mese ma se la cavava già benino, da allora siamo sempre rimasti noi tre.

Due album in tre anni, più un EP intermedio, significano almeno una ventina di canzoni autografe scritte nell’arco di breve tempo. Come nascono i brani? E quanto ci lavorate sopra?
Non siamo proprio così produttivi in realtà, considerando che ci sono band che venti pezzi te li scrivono in molto meno… però sono tutti nostri figli a cui vogliamo super bene. Ogni brano che componiamo deve essere sempre migliore del precedente o comunque deve avere qualcosa che lo contraddistingue da tutti gli altri; se scriviamo un pezzo che sembra la versione sfigata di un’altra nostra canzone, lo si butta via in fretta. I brani nascono quasi sempre jammando; poi magari ci lavoro a casa un po’ e si ritorna in sala e la si riprova. Se suona ancora bene allora ci sei quasi, altrimenti devi fare un passo indietro e modificarlo. All’incirca ci vogliono almeno 6/7 prove prima di essere sicuri che il pezzo vada bene e che lo si possa suonare live. Poi ci sono casi in cui ci piace talmente tanto che lo scrivi in settimana e lo suoni dal vivo già il weekend stesso, e casi in cui lo improvvisi live e diventa la title track del disco.

Dentro a Sonic Boomerang ci sono tante cose, da riferimenti ai Black Lips che penso non abbiate mai negato a qualcosa degli Oh Sees, ma anche altro, penso ad esempio all’influenza melodica e all’immediatezza del beat francese che avete trattato nell’EP con una cover di Jacques Dutronc e che forse qualche retaggio l’ha lasciato. Che cosa ascoltano i Bee Bee Sea, e come potreste definire il vostro fare musica?
I Bee Bee Sea ascoltano solo garage/psych/pop/surf/freak/punk/beat/RRRuock! Il nostro fare musica lo si potrebbe definire: belle canzoni vagamente ispirate al passato, suonate più o meno male ma con l’intenzione giusta. Vabbè, non vuol dire praticamente nulla, ahah. Quando iniziammo a suonare assieme, prima ancora di scrivere le prime canzoni, ci eravamo prefissati di suonare solo pezzi degli anni 60 e quindi nel repertorio avevamo i Beatles, i Rolling Stones, gli Who, i Kinks, ecc.. Solo anni dopo scoprimmo il garage punk, i Black Lips e così via. Forse è proprio da li che viene tutta quella melodia.

Sonic Boomerang rappresenta un’evoluzione nel vostro sound, sia a livello di ampiezza di stili sia di scrittura. Che cosa avete abbandonato rispetto alle origini, e che cosa invece avete aggiunto rispetto ad allora?
Innanzitutto, le parti cantate; se nel primo disco era la voce a farla da padrona, in questo ci sono molte più parti strumentali. Il primo disco era molto più ingenuo e forse più diretto, però i pezzi erano belli anche per quello. Pezzi come Lou WeirdMaryAll The Boys All The Girls sono delle bombette, però non avevamo più voglia di scrivere canzoni così. Poi questo nuovo album è un po più omogeneo; nel debutto si passava da un genere all’altro con molta semplicità, mentre in Sonic Boomerang bene o male il mood è meno flessibile.

I singoli dell’album sono usciti in anteprima per testate straniere, soprattutto americane, e altri brani sono stati usati per spot di marchi importanti. Che effetto fa avere riscontri soprattutto fuori confine, non dico da esordienti ma quasi?
È gratificante, direi! Tante cose sono successe così velocemente e anche con una relativa facilità che a volte non ci rendiamo conto di quanto siamo stati fortunati. Però davvero, è bastata mandare una mail per firmare con la Dirty Water! Tutto qui! Anche se la cosa più bella è quando leggi il nome del tuo paese, Castel Goffredo, sulle riviste straniere. Quella è la cosa che ci rende più orgogliosi.

Per il vostro primo album avete fondato un’etichetta vostra, la Glory Records. Per quello nuovo si è scomodata anche una label americana, Dirty Water Records appunto. Come siete entrati in contatto?
Va anzitutto detto che la Glory Records rimarrà sempre nei nostri cuori e noi nei loro, tant’è che ha voluto a ogni costo curare la pubblicazione del CD di Sonic Boomerang e noi gliene saremo infinitamente grati. Per quanto riguarda Dirty Water, la cosa come ti dicevo è nata veramente nel modo più naturale possibile, non ci sono – ahimè – aneddoti divertenti o strani da raccontare. Alberto Zordan, che da tempo ci segue in fase di management e ufficio stampa, ha saputo dell’imminente apertura della succursale americana di Dirty Water proponendoci di scrivergli… e così abbiamo fatto. Da Phoenix hanno risposto subito “Figata, vi va di collaborare?“, “Ovvio che si!“, fine della storia. In men che non si dica eravamo nel loro roster U.S.A. e dobbiamo dire di esserne molto soddisfatti. Soddisfazione che non è da meno anche per la nostra label italiana, ovvero la Wild Honey Records di Franz Barcella, che ha curato l’intera pubblicazione in vinile di Sonic Boomerang stampando anche un’edizione colorata in tiratura limitata già praticamente sold out.

Il mio pezzo preferito di Sonic Boomerang è This Dog Is The King Of Losers: ce lo raccontate con le vostre parole?
Allora, andiamo molto d’accordo! Io (Pagi, NdR) sono veramente molto legato a questo pezzo, un po’ per quel che ci ho messo di mio in fase di scrittura, un po’ per la resa live, ma soprattutto perché penso sia una perfetta sintesi di quello che siamo ora e di quello che avevamo intenzione di fare in questo disco. This Dog Is The King Of Losers, o “Doggy” come piace chiamarlo a noi, ha tiro, ha melodia, ha una lunga parte strumentale e ha un’approccio molto live, tutti elementi che a mio avviso si possono ritrovare all’interno di Sonic Boomerang; è uno di quei brani che ci sentivamo dentro e che è nato in poche ore di sala prove.

Degli ultimi due anni passati spesso in tour, qual è il ricordo che non potrete mai cancellare?
Ci sono tanti bei ricordi. Se devo sceglierne uno, dico quando abbiamo suonato con i Black Lips all’Hana-Bi nell’estate del 2016. Abbiamo passato la serata con loro, nel backstage prima e al pub dopo. Dobbiamo anche ammettere che è stato alquanto strano, cioè trovarsi a fare serata con una delle band che ti ha spinto a fare quello che fai e che eri abituato a vedere solo da sotto il palco è davvero fantastico, un sogno divenuto realtà. Il giorno dopo ci siamo anche ritrovati (oltre a un hangover potente) un bell’album fotografico V.M. 18 sui telefoni, che difficilmente ci farà scordare la serata.

Oltre ai “big” con cui avete condiviso il palco, ci sono altre band della scena locale, nazionale o globale con cui avete stretto rapporti e magari vi sentite/supportate spesso a vicenda?
Certo, ci sono delle band italiane che spaccano! Ci sono Freez, Sweat, Freeburgers, Horrible Snack, Yonic South, Magic Cigarettes, Dots, Metrocrowd, Undisco Kidd, Damianals, Antares, Bavosa, Tree House Society e chissà quante altre che ancora non conosciamo. Poi siamo anche amici con altre band già più affermate tipo Miss Chain & Broken Heels, Lame, New Candies, Go!Zilla.

In un’epoca in cui si tende a valutare generi come il vostro ormai sorpassati in favore di altri movimenti che si prendono le attenzioni di pubblico e critica, che cosa significa per voi fare rock?
Noi facciamo quello che ci piace, punto. Se non ti piace, skippa. Ognuno è libero di fare e ascoltare ciò che preferisce e forse questa libertà ce l’ha insegnata il rock’n’roll. Ci sono forze, sistemi e interessi più grandi di noi che muovono questo mondo. Il nostro compito è solo quello di salire sul palco e goderci l’ora migliore della nostra giornata.

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