Billy Corgan

Intervista a Mr Smashing Pumpkins

Di giorno in giorno aumentano gli indizi che fanno pensare ad un imminente ritorno degli Smashing Pumpikins. A dar loro fondamento è Billy Corgan che dal suo account instagram posta immagini e considerazioni in tal senso, cosa che ci aveva già confermato solo qualche mese fa quando gli abbiamo telefonato per parlare di "Ogilala", il suo disco da solista.
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Ciao William!”. E il ragazzo difficile della generazione X sbotta in una risata benaugurante. “Avevo letto che non ne volevi più sapere di essere chiamato Billy e ho obbedito”, mi giustifico. William Patrick Corgan è anche il nome scelto per dare identità al nuovo, il secondo, disco solista di Mr Smashing Pumpkins. Un uomo di cinquant’anni che non nasconde di essere giunto ad una certa saggia moderazione. Un ritorno a casa, da figliol prodigo che si spoglia di qualsiasi orpello e si presenta in tutta la sua vulnerabilità.
Ogilala, che si apre con le note gravi di piano su un pezzo toccante dedicato a David Bowie (Zowie) è un disco per lo più acustico, impreziosito qua e là dalle mani di un esperto produttore come Rick Rubin, ma essenzialmente è un viaggio psichico alla ricerca delle radici e di se stesso; un disco che spiazza per trasparente sincerità.

È vero che Ogilala è nato mentre stavi lavorando sul nuovo degli Smashing Pumpkins?
Sì, stavo cercando di fare una versione futuristica del nuovo Smashing Pumpkins. Ma poi sono andato in tilt e mi sono bloccato pensando che non avrei mai più fatto un disco. Un’esperienza molto strana per me, non mi era mai successo di mollare in corsa. Sono entrato in depressione e ad un certo punto mi sono detto che era necessario che reagissi in qualche modo. L’unica era fare canzoni che mi piacessero davvero, profondamente, senza preoccuparmi delle reazioni dei fan o addirittura della casa discografica. Solo ciò che avrei amato.

E quindi sei partito on the road…
Sì, ho cominciato a fare un viaggio attraverso gli Stati Uniti, e mentre mi spostavo, scrivevo canzoni basandomi su quello che vedevo nel cuore del paese. Questo accadeva prima delle elezioni americane, quindi notavo un gran gorgoglìo, e tenevo le orecchie aperte. Ho respirato umori e vibrazioni fino al momento delle elezioni. A quel punto ho fatto una telefonata a Rick Rubin chiedendogli qualche consiglio, gli ho spiegato che volevo fare un disco essenzialmente acustico e lui mi ha sorpreso rispondendomi: sono molto interessato ad un progetto del genere! Non me l’aspettavo. Gli ho fatto sentire le canzoni e lui mi ha detto: continua così, scrivine ancora. Devo dire che la sua approvazione mi ha molto rincuorato. Dopo avergli mandato un altro po’ di pezzi mi fa: ottimo, registriamo. È venuto fuori un suono molto naturale, semplice, e questo mi ha sorpreso perché era esattamente ciò che desideravo. Era perfetto.

Lavorando con Rubin su un progetto come questo hai avuto come punto di riferimento album come gli American Recordings di Johnny Cash?
No, affatto, non mi è neppure passato per la testa. Paradossalmente ho pensato più a cose come Glenn Campbell e Jimmy Webb (un celeberrimo duo country statunitense, Ndr), e alla tradizione delle canzoni sulla Guerra Civile Americana…

Parlami di questo viaggio. In Rete ci sono diversi video del progetto 30 Days, un giro che hai fatto in solitaria per toccare da vicino la cultura popolare americana. Ma anche una ricerca delle tue radici?
Alla fine mi sono reso conto che stavo cercando se era ancora lì il seme dell’America sul quale sono cresciuto. E l’ho trovato, ma per farlo ho dovuto cercare attentamente e con costanza, sapendo dove andare. Durante il viaggio ho rintracciato una parente che neppure sapevo di avere. Questa donna mi ha dato alcune foto dei miei avi, compresa una della mia bisnonna, anzi la nonna della mia bisnonna, nata nel 1864, immigrata dal Belgio. Nella foto sono ritratti anche mio nonno, che era in Marina e fu decorato dopo la Prima Guerra Mondiale, sua madre, la mia bisnonna e il bisnonno. Una foto che mi ha riportato indietro, ai tempi della Guerra Civile Americana. È stato lì che mi sono detto: non apprezziamo mai abbastanza i sacrifici che hanno fatto i nostri avi. Nel caso dei miei: la ricerca del sogno americano, la fuga dalla povertà e dalla Prima Guerra Mondiale che aveva completamente distrutto le loro case. Quell’America sofferente degli immigrati è impressa nella mia mente.

Dunque è quella la vera America, l’America dell’immigrazione? Ieri come oggi?
Ovviamente oggi c’è un grande dibattito su quale sia la vera identità dell’America e dove stia andando. Chi lo decide? Per quanto mi riguarda voglio ricominciare dall’America su cui sono cresciuto, dalla storia di immigrazione della mia famiglia. È questa gente ad aver fatto ciò che siamo oggi. È una sorta di puzzle che sto ricomponendo e che mi dà un senso nuovo e mi rende più partecipe alle vicende di oggi: empatico con le persone che sono immigrate e combattono, partecipe alla complessità della politica. Talvolta bisogna fare un passo indietro e pensare che si tratta di esseri umani, storie di sentimenti, anime, bambini. Perché se capisci queste cose, capisci anche da dove vieni.

Quanto ti interessa la politica?
Molto. Sai, in America si sta spendendo un sacco di tempo a parlare della nascita del cosiddetto “neotribalismo”, questa tendenza a estremizzarsi riconoscendosi appartenenti ad una tribù. Di che tribù sei tu? Quella di sinistra, quella di destra e oggi anche quella di centro, una cosa nuova e stranissima per l’America che è sempre stata abituata, fin dai tempi della Guerra Civile, ad essere divisa in due soli poli. Questa estremizzazione, che trova sfogo sulla Rete, nei nuovi media, se da un lato è affascinante, dall’altro crea molti conflitti e disagi tra le persone.

Cosa rispondi a quelli che ti hanno dato del conservatore?
Che non hanno la minima idea di quali siano le mie convinzioni.

Ogilala è un album a tratti malinconico. Tu sei sempre stato un uomo di “infinite sadness”…
No, non lo sono… Me lo hanno detto in molti, forse perché descrivendo il disco io stesso ho usato la parola “tetro”, ma la ritratto. La mia intenzione non era quella. Per me è un disco profondamente ottimista.

Processional, il pezzo assieme a James Iha, di cosa parla? Un ritorno a casa?
Ha più che altro a che fare con il fatto che non puoi tornare a casa. Che il ritorno esiste nella tua mente solo come un’idea mistica, romantica. È come quando torni dopo molti anni nella tua vecchia scuola, nella tua vecchia casa e… tutto sembra diverso. Perché? Perché tu sei cambiato, ma non i tuoi ricordi: eri piccolo, ricordavi un edificio che ti faceva paura e ora ne trovi uno minuscolo. È una canzone che ha a che fare con i ricordi…

Hai 50 anni e per festeggiarti a marzo scorso hai fatto una lista delle tue 50 canzoni preferite. Cosa ne è del progetto di fare un disco di cover?
Ho abbandonato quell’idea onestamente. Sono quelle cose che nascono sui rimasugli di quello che io chiamo “il mio inesauribile sentimentalismo” di cui dovrei liberarmi. La nostalgia non va mai bene. E poi la gente vuole le cose nuove, se non gliele dai, tornano a ciò che conoscono, che va bene, li capisco eh, ma il vero desiderio è trovare cose nuovissime. Non gli basta la semi-novità reimpacchettata.

Ogilala sei tu, la tua chitarra, il tuo piano, poco altro, e James Iha. Siete dunque di nuovo amici? Visto che hai riallacciato i rapporti anche con la prima bassista D’Arcy Wretzky, dobbiamo aspettarci un ritorno anche degli Smashing Pumpkins originari?
Sì, che dire, con James siamo stati come fratelli per tanto tempo e oggi siamo finalmente in grado di riparare alcune fratture e ricominciare ad essere tali. Una famiglia è una cosa bellissima, perché è qualcosa che può durare per sempre. Vedremo il prossimo anno.

Hai detto che Ogilala nasce con l’intento di fare qualcosa che piaccia prima di tutto a te senza pensare alla discografia o alle radio. Ma è importante oggi venire trasmesso dalle radio?
No, sfortunatamente molte cose sono cambiate. Venti anni fa il panorama musicale era molto diverso. Oggi l’unica cosa che esiste è il brand. Il marchio è più importante dei contenuti, in musica, al cinema, ovunque. E così c’è stato il brand dei Pumpkins, il brand di Billy Corgan… Il marchio è più importante della canzone, il che è terribile, ma è il mondo in cui viviamo.

All’inizio del grande successo degli Smashing Pumpkins eri conscio che stavi facendo qualcosa di completamente diverso dai tuoi coetanei, i vari Nirvana o Red Hot Chili Peppers?
Sì, anche se venivamo continuamente paragonati ad altri che non ci piacevano. Forse per questo abbiamo spinto ancora di più in avanti per distinguerci…

Hai mai pensato che con la musica avresti potuto cambiare il mondo?
Forse al tempo l’ho pensato, ma vedo che non è cambiato proprio niente. Credo sia un problema che si ripete: ogni generazione ha le sue barriere da superare, le sue battaglie. Ogni generazione ha la propria storia, la propria musica, i propri nemici da combattere, la propria voglia distruttiva. E allo stesso tempo ogni generazione ripete la medesima storia delle precedenti: combattere i propri padri, uscire dalla strada maestra… E dopo 10-15 anni ne arriva un’altra e mostra la sua nuova strada e tutte le canzoni, gli artisti di riferimento della generazione passata diventano irrilevanti. L’importante è, invecchiando, non diventare nostalgici.

Sei in tour in America solo chitarra e voce, a quando l’Europa?
Per ora non è previsto nessuno show europeo perché pare che i promoter non siano interessati. L’ultima volta che ho suonato a Roma con gli Smashing Pumpkins vendemmo qualcosa come ottomila biglietti, e non è una bella cosa. Non lo capisco il vostro mercato. In America suonerò uno show diviso in due parti, la prima dedicata ad Ogilala e la seconda a vecchie cose degli Smashing Pumpkins, in acustico. Almeno una canzone per ogni periodo della mia vita musicale: Gish, Siamese Dream, Mellon Collie e così via. Non per forza in maniera cronologica, ma presentando gruppi di canzoni accompagnate da una storia.

Una volta hai descritto la tua generazione, e assieme tutta quella del grunge, come “pigra e annoiata”. Oggi che la tua generazione è adulta, cinquantenne, come la giudichi?
È difficile da dire. La mia opinione è che la nostra sia una generazione perduta. Perché la grande promessa, la visione degli anni Novanta, non si è mai realizzata. Per di più negli anni Novanta abbiamo perso tantissime persone, e nessuno oggi può sapere quali storie queste persone avrebbero potuto vivere.

 

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 760

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