The Black Angels

Sì, viaggiare

Evangelizzatori psych di un culto partito proprio da Austin, i Black Angels tornano con il loro quarto lavoro in studio, "Indico Meadow". Registrato dalle parti di El Paso, l’album è un ritorno alle atmosfere texane. Aggressive, sinistre. Nel solco della tradizione.
Black Angels

Quella dei Black Angels non è “solo” musica, ma una missione per conto della psichedelia. Autore di alcuni dei migliori album di rock’n’roll in chiave psych degli ultimi anni, il quartetto – ex quintetto – di Austin è come se avesse una funzione culturale nella divulgazione di questo (non) genere. Se l’irresistibilità nuggetsiana di Phosphene Dream ha contribuito ad ampliare la base di adepti (“Ma nessuno dei nostri dischi ci avrebbe resi famosi senza il lavoro che facciamo dal vivo, essere costantemente in tour è fondamentale”), Alex Maas e soci sono portatori consapevoli di una way of life, della psichedelia come esperienza collettiva, come attitudine mentale. E non è tanto una questione di aiutini chimici (“Conosco gente che si droga parecchio, ma fa comunque pessima psichedelia”), quanto di radici. Immerso nelle prove per il South By South West e per il tour che ne seguirà (“In Europa saremo in autunno”), la voce dei Black Angels più che “promuovere” Indigo Meadow ama parlare di psichedelia e delle sue espressioni: non ultima l’Austin Psych Fest, uno dei festival più interessanti del mondo.

 

Quella evocata dal titolo del nuovo album è un’immagine molto suggestiva. Cosa significa, per voi?

In Texas c’è un fiore chiamato Bluebonnet, e se in primavera giri per lo Stato in macchina ti trovi circondato da questi prati completamente blu. È l’immagine del mio Paese che ho sempre in mente quando sono in tour. Il termine “blue” può avere vari significati, come “triste”, ma per me, anche grazie a questa immagine, ha una connotazione positiva. Phoshene Dream era stato registrato a Los Angeles e dentro ci sentivi il sole californiano. Indigo Meadow è stato inciso tutto in Texas, nel deserto. È un disco più avventuroso e pericoloso, del precedente, profondamente texano e pregno dell’atmosfera che si respira da queste parti.

 

Il primo singolo, Don’t Play With Guns, ha riferimenti affatto casuali.

I pezzi dei Black Angels sono pieni di agganci alla società, specie quella americana. È tipico, nella popular music: pensa ai Beatles, che facevano canzoni per i ragazzini con miliardi di doppi sensi, dalle droghe alla politica. L’America è manipolata da piccoli gruppi di persone che detengono il potere e condizionano la mentalità della gente. Il testo di Don’t Play With Guns, scritta pochi giorni prima della sparatoria di Aurora in Colorado, parla di una donna che ha il totale controllo psicologico su un uomo. Lei rappresenta i poteri forti americani – il governo o i produttori di armi – e lui i cittadini. Nella vita civile ci sono delle regole di convivenza da rispettare. Don’t Play With Guns è una metafora di questo concetto.

 

Negli ultimi anni molti gruppi psych sono emersi – talvolta anche con un po’ di hype – da scene underground sparse per il mondo. Come interpreti il fenomeno?

La risposta è semplice: tutto è ciclico. E c’è una risposta più complessa, legata al potere di Internet, che ha educato le persone a essere “ricercatori” attivi di musica, e con estrema facilità. Per dire, poco fa ero al computer che ascoltavo musica psichedelica turca dei Sixties; a volte resto ipnotizzato da robe psych della Malesia, o da certo folk stortissimo del Vietnam: fino a qualche anno fa, attingere comodamente a queste fonti era impensabile. C’è da aggiungere che l’arte è sempre stata un riflesso della società, e in un’era di grandi incertezze spingere i confini sonori oltre le solite frontiere, cercare una fuga attraverso la mente in contrasto con le regole che ci impongono dall’alto, può essere una via di sopravvivenza. Ma il Web è il fattore principale, perché amplifica la portata degli eventi, ed è la prima volta che assistiamo a questo tipo di rivoluzione. La psichedelia, come attitudine, è sempre esistita: chi ama questo genere, di solito, è un ascoltatore intelligente, che cerca nuova musica, nuove informazioni e Internet – con le sue chance di viaggiare nel tempo e nello spazio – rende le combinazioni infinite. Sono convinto che la psichedelia del futuro sarà un ibrido con le influenze della world music, del “folk” di Africa, Asia o Australia, dove ormai da anni c’è una scena psych attivissima. Con gli anni, l’accezione di psichedelia si sta espandendo: dall’elettronica al krautrock, tutto ciò che provoca mind traveling, che ha un approccio futuristico alla materia sonora, può essere psichedelia.

 

Un ipotetico tour psichedelico, oggi, non potrebbe non passare per Frisco, Perth e Reykjavik. Ma, altrettanto, non potrebbe che partire da Austin…

C’è una questione aperta sul fatto che lo psych-rock sia nato ad Austin con i 13th Floor Elevators. Loro furono i primi a definirsi con quel termine e, subito dopo, in quest’area, sono nate altre grandi band come Red Crayola e Moving Sidewalks; anche se credo che la psichedelia come attitudine arrivi da molto più lontano… dai tempi delle caverne! Il fatto che ancora oggi Austin sia una culla della psichedelia è dovuto alla sua storia musicale, ma anche alla politica, per tradizione estremamente conservatrice, alla quale i giovani hanno sempre reagito con questa sorta di “escapist art movement”. Un’attitudine che c’era nei 60 e che, ultimamente, si è consolidata con l’Austin Psych Fest.

 

Proprio qui ti volevo!

Il festival è alla sesta edizione, si svolge ad aprile ed è nato per dare voce a questo fermento locale “escapista-psichedelico”. È incredibile quanto sia cresciuto: oggi nel pubblico ci sono persone da tutto il mondo, dalla Thailandia all’Europa, e la line-up mette insieme alcune delle migliori band psichedeliche in circolazione. È un festival figlio della scena di Austin dei Sixties, quella dei tempi della Vulcan Gas Company (storica venue psych di Austin, NdR).  Abbiamo realizzato che non c’era un buon festival che celebrasse nello specifico questa musica. Oggi l’Austin Psych Fest è un’esperienza culturale, una panoramica piuttosto esaustiva su un genere. È in espansione proprio come la psichedelia. Dai Silver Apples a quattro sessantenni turchi che suonano il banjo fino ai Massive Attack, è tutta psichedelia: il punto fermo di questa musica è che sia un mezzo per farsi un viaggio.

 

Come vi sentite nei panni degli eredi dei 13th Floor Elevators?

Siamo dei loro grandissimi fan e non saremo mai paragonabili al gruppo di Roky Erickson. Il parallelismo nasce perché siamo di Austin, ma l’influenza degli Elevators è inestimabile: hai presente i gorgheggi di Janis Joplin? Quelli arrivano direttamente dagli esperimenti di Roky Erickson! Che poi il nostro suono sia molto più Sixties di altri è dovuto alla strumentazione. Dalle chitarre, ai pedali fino alle tastiere, tutto viene da lì.

 

Siete l’unica band attiva nel roster dalla storica Blue Horizon. Come è nata la collaborazione?

Per caso: avevamo Phosphene Dream, ma nessuno che lo pubblicasse. Siamo entrati in contatto, tramite il nostro manager, con Richard Gottehrer (autore e produttore, NdR) che nel 2010 voleva riattivare l’etichetta, insieme a Seymour Stein. Si sono ritrovati tra le mani Phosphene Dream che suonava Sixties come gli anni d’oro della label, e si sono convinti. Ci è andata di lusso, anche perché essendo il solo gruppo in attività a pubblicare per loro riceviamo un sacco di attenzioni! Ci sentiamo fortunatissimi. Onorati.

 

Pubblicato sul Mucchio 705

 

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