Bobby Joe Long’s Friendship Party

L'arte del disagio

A Roma è nato un collettivo, 03:33, da cui a sua volta è nato gruppo misterioso del quale vale la pena parlare in maniera più approfondita. Viva la "coattowave", per una Capitale che si muove tra farsa, incubo e allucinazione.
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La città di Roma sta vivendo, anche suo malgrado, un periodo in cui la sua centralità nelle cronache nazionali non ha rivali: dall’ottima stagione calcistica delle due principali squadre cittadine all’addio di Francesco Totti (un punto su cui torneremo), dall’attenzione privilegiata riservata all’amministrazione 5Stelle ai disagi riguardanti spazzatura e mezzi pubblici. La scena musicale (che più ci interessa) ha giocato nel frattempo un ruolo importantissimo nella definizione di quel nuovo pop italiano che, dai soliti circuiti indie, è arrivato con i vari Cani, Calcutta e Thegiornalisti a una nuova dimensione mainstream. Negli ultimi anni a Roma ha iniziato però ad aggirarsi anche un nuovo collettivo artistico, che ha la propria sede in zona Ponte Mammolo e che ha scelto di esprimersi anche attraverso la musica, 03:33: nasce così la Bobby Joe Long’s Friendship Party, che ne è una costola.

Il disco d’esordio arriva ad aprile 2016, si intitola Roma Est ed è un capolavoro di scansioni wave e atmosfere carpenteriane: nelle liriche (spesso declamate in un ibrido tra dialetto romanesco e italiano colto) appaiono e scompaiono serial killer, poeti, vip e personaggi di Stephen King, descrivendo una serie di quartieri distorti e forse per questo iper reali.

Dodici mesi dopo, il seguito Bundytismo, ConcettiSostanzeMeanstream perfeziona la ricetta, mostrando un inedito lato pop e contemporaneamente esasperando quello più elettronico, visionario e industriale: nel numero 755 del Mucchio trovate la recensione dell’album (che, nelle intenzioni degli autori, avrebbe dovuto chiudere l’esperienza sonora dellOscura Combo Romana), mentre adesso approfondiamo alcuni dei temi principale con il misterioso frontman della band, che per comodità chiameremo Henry Bowers (come uno dei comprimari del romanzo It).

Innanzitutto, vorrei capire direttamente da voi com’è nato il collettivo 03:33 e poi la Bobby Joe Long’s Friendship Party: come si sono sviluppati questi progetti, quali sono le loro linee guide e in quale maniera si relazionano tra loro?
È tutto un flusso, che parte dal progetto artistico 03:33 (a fini ancora non del tutto definiti, come amo dire io che l’ho fondato). Cerco di spiegare meglio. Noi facciamo capo a un luogo che abbiamo riscattato, nel corso degli anni, dal degrado e dall’abbandono attraverso l’autofinanziamento, chiamato 03:33 Basement Roma Est. All’inizio, anni fa, si poneva come semplice atelier/laboratorio. Fino a quando non ho deciso di fondare appunto il progetto 03:33 per far diventare questo spazio qualcosa di più. L’idea è quella di abbracciare tutte le arti, producendo e ospitando artisti come abbiamo fatto quest’anno. 03:33 è l’idea di una libertà totale espressiva con l’intento di non porsi paranoie, ma lasciarsi andare. L’Oscura Combo Romana aka Bobby Joe Long’s Friendship Party è una conseguenza diretta, inevitabile, delle interazioni, delle mostre/quadri/etc., di tutto quello scaturito durante il percorso di 03:33. Non ci sono linee guida vere e proprie, tranne quella di fare arte a Roma Est e volere bene solo a Raffaella Carrà, che poi è il nostro motto. Credo nell’arte come cosa positiva, mi lascio influenzare dai trip del momento, ma non sto lì troppo a pianificare: i BJLFP neanche dovevano esistere, ma doveva esistere soltanto una canzone, in un video osceno dove si diceva Sesso coi morti in una bara piena de topi.

Quando parli di uno “spazio riscattato”, intendi che avete alle spalle anche un passato di occupazioni?
Anni fa abbiamo solamente svuotato uno spazio che era una discarica con l’intento di farci arte e rendere fruibile a chiunque l’arte stessa. E direi che ci siamo riusciti. Abbiamo un cineclub e  quest’anno abbiamo ospitato i live di Tying Tiffany, Pankow, Andrea Chimenti, Xeno & Oaklander, Soft Riot e anche spettacoli teatrali. Siamo solo gente che si sentiva sprecata e disagiata a chiacchierare al bar e che ha sempre fatto arte. Arte disagiata, discutibile ma arte. Volevamo cambiare il paesaggio circostante e offrigli un qualcosa in più. Nient’altro. Abbiamo un indirizzo e puoi trovare tutto sulle nostre pagine social.

Il tuo/vostro background non è propriamente musicale: qual è stata la scintilla che invece ti ha spinto a imbarcarti in questa esperienza?
Io neanche ci volevo arrivare alla musica, nel senso che, sì, la conosco, perché è da quando ho tredici anni che ogni giorno ci sono ore e ore di musica nel mio quotidiano. Io credo nel linguaggio, scrivo bene a detta di altri (adesso per esempio sto lavorando a un racconto) e pure le nostre mostre sono sempre accompagnate da testi/inni. Come ti dicevo prima, in questo flusso 03:33, mi è capitata l’opportunità di fare un pezzo accompagnato da un video: era un momento di basso particolare, così mi è venuto fuori quel pezzo molto lo-fi che è Sesso coi morti in una bara piena de topi. Il pezzo ci è piaciuto, da lì è nato il primo EP, la gente ha risposto, ce l’ha fatta prendere bene e via con l’album Roma Est che la critica ha amato da subito. E oggi il secondo album: c’è pure una grande esigenza di ululare alla nostra maniera che noi esistiamo, con i nostri particolarismi. Sai, questo si può dire, c’è una unicità nell’Oscura Combo Romana che non trovi altrove e credo non si possa proprio ricalcare. Io ho poi le fissa degli anni 80 e le sonorità devono richiamare quel periodo lì.

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Hai appena toccato due argomenti che ritengo centrali nella vostra avventura: l’unicità e gli anni 80. Voi siete romani e non sono certo il primo che finisce a domandarvi de I Cani, Calcutta e compagnia cantanto: nello specifico, c’è forse una volontà antagonista nei confronti di una scena che secondo me ha beneficiato della sua locazione geografica oltre il dovuto? Lo chiedo perché mi pare che la vostra proposta abbia pochi riferimenti e sia appunto abbastanza singolare (mi vengono in mente Massimo Volume e Offlaga Disco Pax per i testi spesso declamati/recitati, ma musicalmente siete più wave oriented). Quindi ti chiedo anche se avvertite una qualche parentale con band italiane dagli anni 80 a oggi, dai Diaframma ai Luminal per fare due nomi esemplari.
Tutto ciò che è anni Ottanta io ce l’ho in circolo ed emerge anche contro la mia volontà nei pezzi. Il discorso attuale capitolino ho cominciato a indagarlo lo scorso anno quando me lo tiravano addosso. Vivo in un mondo tutto mio fatto di Double Dare dei Bauhaus e di Mickey Rourke che piange davanti a De Niro col vestito della festa. E carbonara, la carbonara ricorre sempre. Battute a parte, l’antagonismo c’è ed è evidente, ma non è voluto o cercato. È semplice, la cosa: per la prima volta si sono declamate/cantate cose in una certa maniera, da un luogo freddo e inospitale. L’unica contingenza è che siamo usciti fuori quando questi autori che citi sono sotto i riflettori. Casualità. O forse per una sorta di chissà quale strana forza cosmica la coattowave deve esistere proprio in questo momento. Adesso.

Entriamo nell’aspetto più musicale: se il vostro primo album era un monolite oscuro e un manifesto programmatico, il nuovo mi pare decisamente più sfaccettato. È un lavoro eclettico e sfuggente: ha un inizio quasi smaccatamente pop (pure nelle citazioni, Johnny Marr ed Eva Riccobono), ma già dalla quarta traccia, quella interamente strumentale, prende una piega assurda, fatta di proto-dance e cavalcate electro-industrial. Ha avuto una genesi molto differente dal suo predecessore? Era nelle vostre intenzioni realizzare un disco quasi bipolare?
Ahah, io sono bipolare in effetti! Il primo album è stato registrato alla “come viene, viene” e forse pure per questo ha il suo fascino. Stavolta volevamo lavorare in maniera migliore, pur avendo sempre dei limiti tecnici. Detto questo, i BJLFP sono un’espressione sincera di quello che sono/siamo, perciò essendo io una persona che avrebbe tanto da argomentare, gli spunti non mancano. Il debutto (e nessuno di noi, all’epoca, pensava che ci sarebbe stato un seguito) doveva essere un manifesto che prima o poi qualcuno avrebbe scoperto. Era più una nostra esigenza. Qui invece, visto che la nostra storia ha preso una certa piega, si è deciso di dargli tutt’altro aspetto. Anche perché gli anni 80 sono ricchi di input e il lato divertente della faccenda è sperimentare nuove soluzioni. Per i testi utilizzo del vissuto personale mischiato ai trip del momento, letture, passioni, ma sempre con un linguaggio per nulla forzato, perché mi esprimo come declamo nei brani. Di conseguenza, ne scaturisce un prodotto sempre originale. Odio ripetermi. E poi quel sottotitolo lì, ConcettiSostanzeMeanstream, pone l’accento sul fatto che anche questo è un concept e il fil rouge che lega i pezzi è una totale differenza nella visione della vita da quello che gira a più alti livelli, ma pure a livelli meno alti.

Se i vostri testi sono sempre abbastanza espliciti, in Soko’s Socks rimane tutto più enigmatico. Non credo sia una scelta involontaria e questo suo essere così ambiguo e obliquo, finisce per rendere il brano decisamente centrale.
Quella canzone rappresenta la canzone d’amore dei BJLFP. È l’unica canzone d’amore fatta fino ad adesso. Naturalmente è un amore impossibile, inarrivabile e di conseguenza causa questo senso di vuoto che è in linea con tutto quello che cantiamo. Io ero incapace di amare fino a quando non sono incappato in Soko (Stéphanie Sokolinski, cantante, attrice e modella francese) e appunto perché sono sincero ho scritto questa canzone. Poi, certo, essendo non scegliamo i fiori come elemento su cui costruire il testo bensì socks (cioè i calzini) e tutto diviene più morboso invece che felice o gioioso. È un mantra ossessivo: io sento l’irrefrenabile pulsione di rubare i calzini a Soko per poi respirarli di nascosto e subito dopo accade qualcosa di bellissimo, come i ricordi d’infanzia andati perduti che tornano a galla, le suggestioni, la rinnovata fiducia verso l’avvenire, le canzoni e i film tristissimi e spiazzanti che vengono capovolti nel lieto fine. Non lo so, magari domani mi fidanzo e scrivo una canzone d’amore ortodossa, che parli di quel pomeriggio lì, alla caffetteria quando fuori pioveva. Ma oggi sono così e questa è l’unica forma d’amore che conosco verso una persona che neanche conosco. Un dramma, no?

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Avete presentato la vostra musica come “coattowave”, quindi mi pare naturale chiedervi qualcosa sulla synthwave: un genere di nicchia, sebbene con un pubblico sempre maggiore anche in Italia, ma che per il suo essere quasi revival (anche se distopico, quasi cyberpunk) ancora non riesce a trovare i suoi spazi nei soliti canali indie o mainstream. Sentite di avere qualcosa in comune con questa scena o semplicemente c’è una comunione di interessi e nulla più?
La synthwave ci piace, ma l’Oscura Combo Romana fa tutt’altro, nel senso che nella “coattowave” ci trovi tantissimi elementi, tra cui, sì, influenze synthwave, ma anche Califano. Credo tra l’altro che tutti gli amanti del genere ci guardino con diffidenza, proprio perché vedono nell’OCR qualcosa di dissacrante e sopra le righe. Questa è la mia sensazione. Anche perché adesso cominciamo ad avere qualche fan e un’idea ormai me la sono fatta di chi ci segue: ti stupirò, ma ci sono persone che stanno in fissa con l'”indie pop mainstream”, cultori della buona musica a tutto tondo o ancora gente che sta in fissa con il punk/post-punk, ma in quelle nicchie lì se ci ascoltano non lo danno a vedere, come quando si va a mignotte insomma.

Questo vostro essere sopra le righe evita anche il rischio di essere scambiati per del mero revival Eighties, no?
Assolutamente, nessuno lo ha mai fatto e credo nessuno mai lo farà. Proprio per quell’originalità di cui parlavamo prima. Prendi Tarantino, per esempio: si ispira a tutto un certo tipo di cinema, ma lo fa con il suo linguaggio e nessuno può scambiarlo per mero revival. È lo stesso principio.

Restiamo un attimo sull’essere sopra le righe. La musica e la cultura italiana si sono mosse spesso su territori di sinistra, almeno a parole: invece voi, proprio con le parole, non avete alcun timore di osare e prendere posizioni scomode (penso per esempio ai “troppi cinesi” di uno dei brani del primo disco o al catalogo di ex fidanzate elencato in Bundytismo, scandaloso in epoca di femminicidi e pari opportunità). In parte è sicuramente un’eredità della wave più dark (penso ai richiami fascisti dei Joy Division), in parte una sana voglia di esagerare e colpire; non avete mai temuto però che questo potesse in qualche modo inimicarvi parte della critica o del pubblico? O ancora restringere le possibilità di suonare in giro?
Io penso che l’arte, la libertà di fare arte debba essere libera da paranoie, altrimenti poi ne consegue il tedio. Così facevano tutti negli anni Ottanta (o almeno nella prima metà) e infatti hanno cambiato il costume del mondo intero. Ancora oggi Joy Division, New Order, Bauhaus, Sex Pistols, Siouxsie Sioux, Death In June, David Bowie rimangono insuperati. Se di notte tu accendi la TV, vedi le repliche delle trasmissioni di trent’anni fa dove i Decibel cantavano canzoni  che oggi si direbbero alquanto eccessive. Oppure Jo Squillo che zampettava Violentami sul metrò? È una tristezza vedere che trent’anni fa c’erano una libertà e una leggerezza che poi si sono perse. È per questo che faccio arte a Roma Est, per esprimermi come meglio credo e in una forma che fa pure ridere, perché se addirittura un passaggio come “troppi cinesi” in un testo di sbrocco come quello di Worship Siouxsie Sioux viene visto debordante, allora qui stiamo davvero a pezzi secondo me. Io credo che i BJLFP siano un prodotto intelligente. Non mi interessa andare a suonare in giro perché non faccio il musicista di mestiere. Non faccio roba per la massa, dunque non me ne importa nulla di come prenderebbe il pezzo la mia vicina di casa se l’ascoltasse. Io credo che quello che facciamo sia arte e l’arte deve essere libera di esprimersi, anche se poi c’è stato un incremento della suscettibilità della gente in generale. Anzi, l’arte è anche ricordare, suggerire alla gente che forse ci siamo involuti.

Inizialmente Bundytismo era stato annunciato come il capitolo conclusivo della discografia dei BJLFP: siete ancora di quell’idea o confermate l’impressione che siate tutt’altro che intenzionati a fermarvi?
Non so sinceramente quello che si farà. È tutto un po’ strano coi BJLFP: c’è gente mainstream a cui piacciamo. Nel giro di un anno sono usciti due dischi che hanno raccolto critiche entusiastiche. Eppure siamo nell’autoproduzione e di conseguenza tutto dipende dal mio umore, dagli impegni. Insomma, è tutto incerto. Però ci divertiamo molto con questo progetto. Per l’estate faremo uscire un pezzo che è un remake&remodel liberamente ispirato a Summer Of Love dei Current 93 con l’idea del tormentone estivo per i fan dei BJLFP, vediamo se piace. Il pezzo si chiamerà Cieli Tersi a Sampolicarpo (che sarebbe San Policarpo), poi vedremo, perché oggi vorrei fare un terzo album, ma domani non so come mi prende. E poi prima o poi qualche live per divertirsi va fatto. Sarebbe fico.

Finora non avete avuto alcun trascorso live? Non avete portato in giro il primo disco per nulla?
Per nulla proprio. Siamo l’unico caso in cui ci sarebbero date retribuite e invece non facciamo live. Si lega al discorso di prima: abbiamo già mille impegni e ci teniamo comunque a tutto quello che facciamo, di conseguenza bisogna trovare il tempo per preparare bene i pezzi e ancora non riusciamo a ritagliarci il tempo adeguato.

Il pezzo che chiude Bundytismo si intitola Totti. Cosa vuol dire essere romani per i BJLFP? Cosa rappresenta Totti per voi?
Essere romani vuol dire tutto per i BJLFP. Come diceva sempre Fellini: se vuoi fare qualcosa di buono devi parlare di te stesso, di quello che sei e vedi. E Totti credo per ogni romanista sia qualcosa di importante, una presenza costante, un tassello in più che si va a inserire tra la carbonara e Caligola. Per me poi è qualcosa di importante perché ci sono praticamente cresciuto e, come una cosa mistica, nei momenti più orribili della mia vita lui faceva le sue giocate migliori. Sai, quando uno triste e agitato per trovare il sonno pensa alle donne. Io penso alle donne e se non trovo sonno allora ricorro a Totti quando al Meazza ha fatto quello che ha fatto. Totti funziona meglio, ma come coi film di Fellini va preso col contagocce altrimenti hai paura di sciupare la magia.

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