Brönsøn

Il rock è uno stato mentale

È una nuova band al primo album con "Qui nel baratro tutto bene", ma è anche un ritorno. È l’unione rock di quattro elementi, ma è anche la voce di Lara Martelli. Con la quale conversiamo.
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Innanzitutto, come nascono i Brönsøn? La sezione ritmica è la stessa già all’opera nel tuo album Orchidea porpora del 2002, ovvero Pierfrancesco Aliotta e Vieri Baiocchi, alla quale si aggiunge adesso Giorgio Maria Condemi. Come vi siete, quindi, (ri)trovati?
Sai, negli ultimi anni avevo sperimentato altre vie: la scelta di cantare in inglese, le sonorità elettroniche… Io e Pierfrancesco ci eravamo parecchio isolati, in due ci bastavamo in un certo senso… Ma avevo una voglia pazzesca di fare qualcosa di potente. Da anni Vieri, che in quel periodo girava con gli Operaja Criminale e lavorava appunto con Giorgio, mi diceva che aveva in mente di rimettere insieme la band… Quindi ha chiamato tutti in occasione del mio compleanno, una festa durata due giorni dove siamo usciti in ginocchio peraltro!, mi ha guardato negli occhi e ha esclamato: “Piccola, ho già tutto in mente, anche il nome, tu non ti preoccupare”. Io ho solo risposto: “OK, l’importante però è che comandi io”.

 

Qui nel baratro tutto bene sembra proprio ricollegarsi a Orchidea porpora, archiviata la canzone elettronica in inglese di Cerridwen del 2007, che tuttavia era stato un esperimento riuscito. C’è una continuità?
Penso che senza Cerridwen ora non avrebbe potuto esserci Qui nel baratro tutto bene. Ho avuto bisogno di anni di decompressione dopo Orchidea porpora: quando un disco riesce in modo magico, è difficile rimettersi a scrivere perché tutto quello che esce è solo un pallido barlume di una bellezza precedente della quale sei stato testimone. Con Cerridwen mi sono gettata completamente nel vuoto, ma l’atterraggio è risultato morbido: le mie radici nordiche mi hanno aiutato in questo senso, avevo evidentemente anche quel tipo di seme lì… Tutto ciò è però abbastanza rappresentativo della mia infanzia, il dualismo è componente fondamentale della mia storia: mamma straniera papà italiano, jazz da una parte rock dall’altra, due religioni differenti in casa, due mondi fusi l’uno nell’altro con risultati molto interessanti e fruttuosi. Bello, no? E invece per molti il mio cambiamento è frutto di confusione. Per me, invece, non esiste verità senza sperimentazione.

 

Ecco, da solista a frontwoman di una band: cosa cambia e in quale contesto ti trovi meglio?
Entrambe le situazioni necessitano di una forte personalità e idee ben chiare. Nel primo caso magari ti trovi a discutere solo con una persona, nel secondo caso sono quattro teste – anche calde, direi… – a dover trovare una via di comunicazione unica. Credo tuttavia che con l’età si migliori, le idee è bello difenderle ma anche metterle in discussione. Stò già lavorando al mio prossimo album da solista ma non posso più immaginare il mio futuro senza questa band che mi ricorda ogni giorno chi sono e da dove vengo, senza dovermi per forza preoccupare di dove sto andando…

 

Ciò che emerge prepotentemente dall’ascolto del disco è l’urgenza rock, un’attitudine che forse oggi è andata in parte persa – non a caso avete dato adito all’improvvisazione e le sonorità si riallacciano agli anni 70 e al crossover dei 90, per quanto ci siano episodi particolari come Les Amants, Provincia, Rec&Play e vere e proprie ballate, quindi sotto al muro elettrico vi sia anche una certa eterogeneità. Però, insomma, dovendo tirare le fila del discorso, il rock resta la passione più grande?
Sì, assolutamente, ci sono cose viscerali. Rimangono attaccate a te o fanno parte del tuo DNA: sarò sempre una ragazza rock’n’roll. Lo sono sempre stata, anche nello stile di vita. È uno stato mentale, che ti permette in alcuni momenti della tua vita di agire con coraggio, di superare paure e limiti, di non fermarti anche quando tutto sembra perduto… Mia madre dice sempre che è il “sisu”, la forza d’animo che contraddistingue i finlandesi… Direi che l’unione dei due elementi è una bomba. Ma in me c’è anche una componente tenera e ipersensibile. Lo puoi avvertire ascoltando Inverno o Contare, che per me è la canzone che più fedelmente parla della mia persona.

 

Nel comunicato stampa citate come ispirazioni anche Jack White e i QOTSA di Josh Homme, fra le ultime rockstar contemporanee. Quali artisti, non necessariamente solo stranieri, hanno a tuo avviso segnato/rinnovato il rock dell’ultimo decennio?
Rinnovare il rock è un compito piuttosto arduo quando si è più o meno detto o fatto tutto, soprattutto dopo che lo hanno fatto i Beatles trent’anni prima. Comunque, i Radiohead secondo me possono vantare questa caratteristica e, in un mondo a parte, anche Damon Albarn lo ha saputo fare. PJ Harvey è andata in un altra direzione, ed è come Nick Cave: entrambi non hanno bisogno di altro che di se stessi per essere incredibilmente rock in ogni cosa che fanno. Straordinari. Degli italiani? I Verdena continuano a evolvere, chissà dove andranno. L’importante è averli, questi magnifici ragazzi.

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 Il titolo Qui nel baratro tutto bene è di impatto e riflette un lavoro in generale abbastanza cupo, ma che in questa cupezza sembra trovare una sua dimensione luminosa. Cosa significa di preciso per te?
Sai, quando ci siamo ritrovati a lavorare insieme eravamo lo specchio preciso di una generazione da certi punti di vista disastrata: i trentacinquenni di oggi, senza molti punti fermi, circondati da un sistema che li considera outsider e del quale quindi non fanno parte.. Cicatrici che non si rimarginano, sogni che non si realizzano, chimere. E poi la vita normale che prende il suo corso: figli, lavori, fare i conti con se stessi, tirare le prime somme. Il baratro è la situazione culturale, per alcuni versi senza speranza, che sentiamo di vivere oggi, circondati da una società che ci rappresenta pochissimo, da un sistema che ci mastica e inghiotte e che trasforma in merda quello che una volta era oro. La vittoria su questo baratro è riunirsi con entusiasmo adolescenziale in una sala prove, improvvisare per qualche giorno e tirare fuori un disco. Senza obiettivi, se non quello di mantenere intatta la sua autenticità, i suoi difetti, tutto.

 

Come dicevamo, sei tornata a scrivere testi in italiano: come hai lavorato stavolta? Oggi molti tentano la carta dell’inglese, anche per proporsi all’estero. Tornando a quegli anni 90 che tanto hanno significato per il rock (in) italiano, credi sia tuttora importante cercare di esprimersi nella nostra lingua? Il ricambio generazionale, salvo rare eccezioni, non mi sembra in tal senso sia granché avvenuto.
Ho scritto in un modo a me nuovo o, meglio, ho fatto come quando mi cimento con le poesie: di getto, improvvisando, forse come fanno i rapper. Abbiamo premuto il tasto “REC” e abbiamo lasciato che tutto fluisse in modo libero, quindi è come se a parlare fosse il mio inconscio. Credo di aver trovato un linguaggio differente da Orchidea porpora, che effettivamente era sempre basato su poesie scritte nel tempo: più diretto, meno ermetico. È importante comunicare nella propria lingua, se non altro perché per esprimere concetti di profondità e importanza notevoli bisogna avere una grande padronanza delle parole. Tuttavia, è importante riuscire a percorrere anche la strada dell’inglese, perché non è una lingua a fare la differenza bensì la capacità di comprensione e ascolto vero che il pubblico ha. E in questo gli inglesi non si battono!

 

Domanda banale: la tua voce è sempre potente ed espressiva. Quanto ti è mancato cantare in questi anni?
Non ho mai smesso di cantare, ho portato avanti diversi progetti di musica elettronica, ma cantare in questo modo, quello sì che mi è mancato. È stato come riprendermi per mano dopo tanti anni. Ti posso dire una cosa? Il motivo che mi ha spinto a fare dischi ogni tot anni è che ogni volta che li faccio rimango nauseata da ciò che vedo: le cose non cambiano, le modalità di promulgazione del tuo lavoro sono le stesse, le difficoltà che incontri… Tutto è molto, molto difficile. A volte preferisci ricordare che il mondo è anche altro, e per me è camminare a piedi nudi nell’erba. Non voglio dimenticarlo,non voglio smettere di cantare veramente perché sono disgustata dal music business. Io, tutto sommato, preferisco essere felice.

 

Foto di Danilo Giungato

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