Bruno Belissimo

Il party del musicista italo-canadese entra nel vivo con il secondo album “Ghetto Falsetto”, all’insegna della disco music più calda, policroma e divertente in circolazione.
Bruno Belissimo_intervista

Bruno Belissimo, ex Low Frequency Club, non è il “solito” producer elettronico. Con Ghetto Falsetto – composto di getto, in seguito al furto del computer contenente altro materiale andato irrimediabilmente perso, e marchiato da La Tempesta – non soltanto lo ribadisce, dopo il già godibilissimo esordio omonimo del 2016, bensì raggiunge la quadratura di un cerchio perfetto, quello di una disco music moderna e al tempo stesso vintage, fatta di texture sintetiche di livello in tutto e per tutto internazionale ma anche di strumenti suonati, a partire dall’inseparabile basso super funky che imbraccia anche durante i suoi trascinanti spettacoli dal vivo.

Negli undici brani in scaletta, sempre caratterizzati da un buonumore che si abbina spesso e volentieri a un irresistibile immaginario da B movie, vi può capitare di surfare su onde house tra i coriandoli newyorkesi degli Hercules & Love Affair e gli influssi scandinavi di Todd Terje, incontrare sax imperiosamente sontuosi e riff di possenti chitarre elettriche che non vanno propriamente per il sottile, avanzare tanto sulla sabbia dell’italo-disco quanto in una rinfrescante vegetazione di ritmi esotici, cadere in uno stato caliente di balearic trance o in un surreale cosmic trip, salire alla rocambolesca guida di vetture sci-fi nel tentativo di fuggire dai morti viventi come nelle migliori pellicole di genere (e relative colonne sonore). Quanto di più cool potete fantasticare di ballare in pista, al di là di ogni coordinata geografica, lo trovate qui, in questa belissima isola nu-disco. Chiediamo lumi sulla giusta rotta di navigazione al comandante italo-canadese.

Spostiamoci in vari posti, su e giù negli anni, per ricostruire la Bruno-filosofia. Da quanto tempo risiedi ormai in Italia? Cosa più ti manca del Canada? Un tuo vecchio brano si intitolava From Canada To Paradise
Il pezzo si chiamava From Canada To Paradise proprio perché io voglio vivere qui, in Italia… ho trovato il mio posto e non mi muovo più. Certamente i miei anni di “pellegrinaggio“ e la possibilità di vivere all’estero hanno cambiato la mia visione delle cose. Mi sento un cittadino del mondo anche se vivo a Bologna, che non è certo una metropoli ma è sempre di più “mi barrio” e questo mi fa vivere felicemente, aspetto fondamentale per il mio modo di scrivere musica.

A Toronto hai studiato contrabbasso e composizione al Conservatorio: quando si è innescata la miccia della passione per l’elettronica?
Nasco bassista e per un bel po’, da giovanissimo, non ho fatto altro che studiare lo strumento, suonando soprattutto la musica di cui mi sono innamorato fin da subito: il funk, la Motown, la black music in generale. Credo che l’interesse verso la musica elettronica sia scattato ai tempi dei Low Frequency Club grazie a Marco Caldera (collaboratore fisso del trio, tra le cui fila militava anche il fratello gemello di Bruno, NdR), che fu il primo tra noi a produrre dischi e a smanettare con le tastiere, e a Mario Conte, con il quale abbiamo lavorato per la produzione del secondo album della band, West Coast (del 2010, NdR). 
Noi eravamo dei neofiti con synth e cose affini – pensa che Marco e Mario mi soprannominavano “Monolith”, perché paragonavano la mia destrezza con la tecnologia al gorilla di 2001: Odissea nello spazio! – ma vedere Mario lavorare sui nostri pezzi con tutte quelle macchine mi ha aperto un mondo! 
Da quel momento in poi ho cercato di combinare la mia natura di bassista con quella di wannabe produttore, cercando di creare un mio stile, un mio suono. Ed ora eccomi qui, capace di sostenere una conversazione nerdy su tastiere ed expander… Tutto merito loro!

Con i Low Frequency Club hai appunto pubblicato due album ufficiali, dal funk a un punk-funk sempre più influenzato da luci strobo DFA: cosa ti porti dietro di quell’esperienza? E come è nato di preciso il progetto Bruno Belissimo?
Beh, quelli con i Low Frequency Club sono stati anni di vita molto intensi, una gavetta che consiglio a chiunque di fare: suonare ovunque fa bene, prepara e rende sicuri dei propri mezzi. 
Bruno nasce in Canada, dopo un inverno lunghissimo che aveva stremato un po’ tutti. Avevo voglia d’estate, così ho cominciato a scrivere musica positiva e allegra, musica sulla quale mi sarei immaginato a ballare in spiaggia o a bordo di qualche piscina… Mi pare fosse marzo del 2014, scrissi due pezzi, Ethiopia/Galaxy, e capii che quello era ciò che volevo fare.

In Ghetto Falsetto si spazia da La Pampa Austral, scritta in Cile, a Boloña Baleárica, che reimmagina la città in cui vivi. Quali sono quindi le città indispensabili nella Bruno-map?
Beh, Toronto, Bologna, Santiago del Cile e il lago di Garda sono i miei macromondi. Boloña Balearica è nata durante l’estate bolognese che, se qualcuno non sa di cosa stia parlando, è quanto di più vicino all’Inferno per quanto riguarda le temperature e l’umidità. Ho chiuso gli occhi, mentre grondavo di sudore, e ho immaginato Bologna con il mare, le spiagge, il vento, i gabbiani… proprio come se fosse una piccola cittadina delle Baleari. È un omaggio alla Bologna che suda, che io adoro: mi sembra di stare in Messico.

Rispetto all’omonimo esordio sulla lunga distanza del 2016, Ghetto Falsetto suona ancora più rotondo nei suoni, multicolor e multiculturale: come vedi i due dischi se paragonati tra loro?
Multiculturale mi piace! Il primo album era un tuffo nel vuoto, soprattutto perche non avevo mai scritto un disco completamente da solo. Sono comunque contento di quel lavoro perché rispecchia davvero quel mio strano periodo in cui mi sono trasferito a Bologna, nel 2016. Ghetto Falsetto è stato realizzato con la stessa attitudine ma 150 concerti dopo! I quali, senza dubbio, mi hanno aiutato a capire ancora di piu chi sono. 
Grazie a questa maggiore consapevolezza sono riuscito a inserire sempre più elementi e influenze, seppur compattando il suono. Sento di aver aggiunto nuove parole al mio lessico, mantenendo ad ogni modo intatto il mio modo di comunicare.

Come scegli gli eccentrici personaggi raffigurati sulle tue copertine? Sono come cittadini del Bruno-mondo?
Bruno va in fissa per delle parole, delle immagini, delle espressioni e cerco quindi di farle mie trasformandole in canzoni o copertine, come in questo caso. La foto che ho messo su quella di Ghetto Falsetto è di Matteo Tres Bones: me l’ha mostrata per caso un’amica su Instagram e sono impazzito.
 Il giorno dopo, ho scritto a Matteo chiedendogli lo scatto. 
Come era già successo per la cover del mio primo disco, con certe immagini è amore a prima vista: non c’è bisogno di pensarci neanche un secondo…

I beat elettronici e le nuance balearic rendono il tutto molto attuale, se non addirittura di tendenza, ma nei tuoi pezzi ci sono quei rimandi funk, oppure all’italo-disco o a volte alle soundtrack di genere che danno la sensazione di galleggiare in una bolla sonora al di là del tempo e dello spazio. Come ti poni tra passato e presente?
Senti questa: vorrei essere un po’ Caronte ma con la DeLorean. Nel senso che vorrei traghettare la gente (viva) da una sponda all’altra, dal passato al presente, dal vinile a Spotify (ride, NdR). Penso sia molto chiaro quale sia il mondo sonoro da cui attingo, ma lo è altrettanto il fatto che la mia musica non suona esattamente come quella alla quale mi ispiro. Non ha senso emulare un suono e uno stile che è un classico senza tempo. Per mia indole cerco sempre di rielaborare tutto ciò che ho assimilato e di riprodurlo nella maniera piu personale e naturale possibile. Ritengo che un artista o un produttore debba mirare a essere riconoscibile e che il miglior omaggio alla musica del cuore non sia copiarla bensì perpetuarla adattandola ai tempi che corrono.

1_Bruno2018_©Erminando_Aliaj_bassa

Foto di Erminando Aliaj

Sono ormai vari anni che la scena elettronica italiana sta producendo ottimi nomi, capaci di imporsi anche all’estero. Ti senti appartenente a questa nuova ondata? Ci sono colleghi che stimi? Tu, in generale, ti differenzi per un’(auto)ironia che non va mai a discapito della musica stessa e che sembra un po’ in controtendenza rispetto agli approcci più cupi o cerebrali…
C’è stata una grande ondata di creatività in questo Paese, che ha portato tanti artisti a fare della musica di altissimo livello. Io spero di essere considerato uno tra questi, certo. Cerco di fare le cose al meglio e di ritagliami il mio spazio, sia in Italia sia all’estero. Mi fa piacere sentirti dire che la mia ironia non va mai a discapito della musica stessa: è un punto fondamentale del mio pensiero, per questo l’album si chiama Ghetto Falsetto, un’
espressione che ho coniato proprio per rivendicare la bellezza dell’ironia e la stupidità dell’autocelebrazione.

Oltre all’ironia, c’è il coraggio di non etichettare il divertimento come una priorità di serie B, in questo forse affine a uno come Populous: quali sono i dischi più divertenti nella Bruno-discografia, quelli che sono stati formativi nel farti ballare o a tua volta comporre musica?
Io faccio musica per far divertire in primis me stesso. In questi ultimi anni mi pare di aver capito che, se io mi diverto, la gente che mi sta ascoltando si diverte con me.
 E questo è proprio ciò che mi fa dire: missione compiuta! Voglio essere un break per la gente, Bruno è la Fiesta (della Kinder) a metà mattina insomma… 
Nella mia discografia c’è roba molto varia: da Todd Terje ovviamente a Patrick Cawley, dal bassista MonoNeon a Tony Esposito, Touch Sensitive, Meshell Ndegeocello, Sufjan Stevens e una valanga di altri artisti anche non dediti al ballo. Sono uno di quelle persone che non riesce ad ascoltare musica e fare qualcos’altro contemporaneamente, al massimo camminare. Presto molta attenzione all’ascolto e tendo a contestualizzare la musica che sto ascoltando con il luogo in cui mi trovo. Per questo non mi capita spesso di ascoltare musica dance in cuffia. Preferisco farlo nei luoghi adatti, al buio, con poche luci e un bell’impianto audio.

Tuo padre possedeva un video-noleggio e hai trascorso parte dell’infanzia guardando pellicole sci-fi di culto. Un pezzo come Horror Tropical, geniale nel miscelare due immaginari agli antipodi, si riferisce espressamente agli zombie movie e mi fa pensare anche alle colonne sonore di Carpenter… Qual è la Bruno-filmografia?
Horror Tropical è stato scritto sulle immagini di Zombi 2, perché per qualche motivo mi ero fissato con l’idea dell’horror ambientato su isole in mezzo a palme e acqua cristallina.
 Ho sempre desiderato scrivere la colonna sonora di quel film! Ne ho anche fatto un montaggio apposta per la canzone, ma ovviamente non posso farlo uscire come video altrimenti il buon Lucio (Fulci, non c’è bisogno di specificarlo, NdR) si risveglia e mi denuncia. Il che sarebbe un onore ma lasciamo perdere…

A proposito di cinema e colonne sonore, ci racconti qualcosa in più del tuo studio FUTURO?
FUTURO è il nome con cui ho firmato dei lavori di sound design e colonne sonore negli ultimi anni. Ho fatto un bel po’ di cose: cortometraggi, documentari, video mapping… anche un ologramma!

Cambiamo tipo di visioni. In Soft Porn ospiti Foxy Galore al microfono, in quella che si avvicina più a un episodio pop rispetto alle altre tracce in scaletta: il formato-canzone è qualcosa che potrebbe interessarti esplorare maggiormente in futuro?
Credo di sì… Soft Porn è stato il primo esperimento e direi che è uscito fuori alla grande. A ogni lavoro ultimato, per me è come se si aprisse un nuovo ciclo: non mi piace ripetermi, per cui cerco sempre di evolvermi e di sicuro proverò a inserire un elemento come la voce nella mia musica. Non voglio che sia un passaggio forzato, ma sento che sta crescendo in me la curiosità.

I tuoi live show, dove ti trasformi in un one man show tra macchinari e basso, sono super trascinanti: quando hai capito che avresti voluto stare da solo sul palco e che avresti potuto gestire la situazione anche all’atto pratico? Sarà così anche per il prossimo tour?
Non l’ho mai capito, ho solo iniziato a farlo perché andare in giro per conto mio mi sembrava l’opzione piu semplice. In realtà, si è rivelata l’opzione per certi versi più difficile perchè non ero mai stato da solo su un palco! Fortunatamente ho iniziato a suonare subito tanto e c’è voluto poco tempo per abituarmi alla mia nuova veste di one man band. Questa estate sarò ancora in solitaria: il live è tutto nuovo ma on stage ci sarò soltanto io. Mi piacerebbe però avere una band, mi sa che succederà presto…

 

DAL VIVO
08-06-2018 Delft (Olanda) – IFOT
15-06-2018 Formigine (MO) – Moninga Festival
17-06-2018 Molfetta (BA) – MAT
21-07- 2018 Vialfrè (TO) – Apolide Festival
27-07-2018 Delft (The Netherland) – Student Festival Lustrum DSC
24-08-2018 Luxembourg (Luxembourg) – Les Rotondes
30-08-2018 Treviso – Home Festival

 

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