Carla Bozulich

Un cavallo chiamato canzone

È l'eroina dell'avanguardia rock newyorkese, ma al momento è più che altro un'artista apolide, che ama il nostro paese e eindividua nella musica "l'unico centro di gravità". Il terzo disco a suo nome si chiama "Boy" ed è straordinario.
Carla Bozulich
Cinque date in Italia. La nostra intervista

Avere a che fare con lei, tanto stravagante quanto ricettiva allo scambio umano, è come misurarsi con gli aspetti più iconici del rock di rottura e spalancare al contempo infinite porte espressive. Insofferente al vincolo della deadline a breve termine, Carla Bozulich risponde alle domande spargendo indizi con sarcasmo iconoclasta e rara generosità, la stessa che riversa nelle sue numerose interazioni sonore: “La vita è breve, Elena. Chiedimi qualsiasi cosa”.

Hai definito Boy come il tuo “disco pop”, anche perché i brani sono più concisi del solito, ma si tratta sempre di pop alla tua maniera, cioè irregolare, arty, disturbante. Come hai sviluppato il desiderio di essere più comunicativa preservando comunque tutte le tue peculiarità?
Realizzare un album di canzoni era la cosa più deviante che potessi pensare: per me è la meno scontata, per molti dei miei fan potrebbe essere la più minacciosa. Un paio di anni fa ricevetti il parere di Massimo Pupillo (Zu, Ardecore, NdR), che rispetto molto e fa del noise e dell’improvvisazione fantastici. Venne a vedere Evangelista a Parigi e mi disse: “Devi fare un disco di canzoni. La tua voce ha bisogno di essere ascoltata”. Non era la prima volta che qualcuno me lo suggeriva. Elliott Smith, per esempio, era abbastanza irremovibile su questo punto. Bene, quel momento è arrivato.

In Boy ci sono sia synth, sample e loop sia la viola o il duduk, e in questa miscela di sonorità moderne e tradizionali trovo analogie con gli ultimi Nick Cave & The Bad Seeds. Per salvare il punk rock è necessario guardare simultaneamente al futuro e al passato?
È divertente… La prima volta che ho sentito Nick Cave & The Bad Seeds ho pensato “Fuck yeah!”. E poi ho pensato: “Bene, si è ammorbidito… È perfetto per il campionamento!”. Certamente non campionerei mai i suoni di un meraviglioso musicista torcendoli e schiacciandoli e missandoli con le urla in slow-motion di un cavallo e facendone loop impressionanti da inserire in una marcetta da discoteca hardcore, mai. Quindi, non dobbiamo essere troppo religiosi riguardo alla storia del suono. Non è il modo in cui la ricordiamo. Non è mai accaduto. È morta prima ancora di essere nata. Sta lavorando dalle 9 alle 5 in un’agenzia di viaggi in fallimento. Non sprechiamo tempo venerandola.

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Cosa è per te, nel 2014, la vera attitudine rock?
Sto cominciando a capire soltanto adesso che è musica anche la Top40 (classifica dei bestseller americani, quindi legata al pop commerciale, NdR). Perlopiù, è perché alcuni dei miei amici stanno avendo successo in quel giro e vorrei fare come loro, e con quello spirito. Credo che la vera attitudine rock sia essere impenitenti su ciò che si desidera. Se vuoi del denaro, raddrizza, normalizza la tua merda. Pensavo ai soldi quando ho fatto questo album? Volevo indirizzarli sul mio conto personale e pagare la mia band? Fuck yeah. Avere delle regole è un altro tipo di stimolazione… E così, mi sono divertita con un disco di canzoni! Ma, sai, non mi sono mai preoccupata di essere troppo pop perché ci sono suoni differenti che mi seducono e presto mi sono ritrovata nella profondità delle loro spire, appiccicose
e nervosamente liquamose. Adoro semplicemente fare dei puzzle di suono. Forse il denaro dovrà aspettare. Hahaha…

La voce e di conseguenza i testi sono stavolta in primo piano.
Ho condotto un esperimento lasciando la batteria e la voce a guidare gran parte dell’album. Anche perché mi sarebbe piaciuto avere Joe Baiza dei Saccharine Trust a suonare la chitarra ed ero affranta di non esserci riuscita.

Hai curato in prima persona tutti gli aspetti del disco, assieme a John Eichenseer. Come funziona l’alchimia fra voi?
Lui bilancia perfettamente la mia natura heavy e complicata, ma rispetta appieno il mio processo. Sa come rendere il risultato potente, non battaglia con l’ego e questo rende il suo uso degli strumenti più interessante. È molto curioso su come funzionano le cose, dalla teoria musicale alla riparazione di un vecchio clavinet. È buffo.

L’unico altro musicista presente è appunto Andrea Belfi alla batteria, e in una traccia c’è un sample di una registrazione svolta con i toscani Topsy The Great. Perché li hai scelti?
Ripulisco la mia mente per ascoltare ogni impulso attentatore e avere fiducia che l’idea più cazzona sarà quella che mi farà sentire ricca. Per esempio, quando a Pistoia abbiamo provato con i Topsy The Great per un festival al quale collaboravamo. Mesi dopo, a Berlino, io e John abbiamo composto una traccia, Deeper Than The Well. Mancava qualcosa, me n’ero accorta. Ho scavato dalla nostra valigia una registrazione amatoriale su nastro di quelle prove. L’ho alzata di volume, l’ho rallentata. L’ho tagliata a pezzi e ora come ora è il miglior elemento della canzone, oltre alle parti dedicate al dare di testa e mandare a puttane l’intero mondo. Mi sento normale quando incido e mixo e perdo me stessa nella musica dal vivo, che sia mia o di altra gente. Sono qui per fare questo.

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Il tuo flirt con l’Italia è in costante ascesa: ricordiamo la produzione per l’album dei Blue Willa, l’amore per i Father Murphy, il contributo all’ultimo lavoro degli OvO… Come sono percepite simili band da un modello internazionale quale sei tu?
Vorrei prendere ogni singolo italiano e fargli capire che non c’è nessun posto al mondo, se non forse New Orleans, dove la gente che fa questo mestiere non ha bisogno di altra gente “cool” o inserita per accreditare il proprio lavoro, sentirsi incoraggiato o essere coinvolto in qualcosa di nuovo. E, sì, hai appena nominato tre dei migliori progetti al mondo!

Ascoltando le tue nuove canzoni, ho immaginato una connessione con il sacro furore poetico della prima Patti Smith, anche se ormai fai scuola per conto tuo, e lo stesso artwork che hai disegnato per Boy mi ha fatto pensare a Horses.
Hai riflettuto parecchio, Elena! Haha. Patti Smith: ricordo la sua voce, la sua musica… Oh, mio Dio, spero la gente possa tuttora ricevere uno shock come quello. Rock and roll. Quella fottuta roba è rock and roll. Sporco, spiazzante rumore melodico assolutamente senza precedenti che raggiunge il tuo cuore teenager e lo pompa verso un nuovo futuro, dove tu stesso potresti avere un posto. Lei non si scusa. Lei distrugge e tu puoi ricostruire. A me sembrava che spazzasse via la discriminazione e l’idea di essere una brava ragazza scopabile. La spazzò via.

Con il tuo disco e quello della Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, Constellation ha iniziato alla grande il nuovo anno. Che rapporto hai con l’etichetta?
Constellation è supersignificativa. È come se loro mi avessero, anche se cado all’indietro.
Condividiamo un intenso interesse per l’arte, la politica e l’etica. È un po’ difficile spiegare quanto la famiglia e la lealtà significhino per me. Quando mi invitarono a pubblicare Evangelista, mi sono sentita finalmente adottata.

Ecco, che differenze ci sono tra gli album firmati Carla Bozulich ed Evangelista?
Beh, Red Headed Stranger l’avevo fatto da sola e poi con Alan Sparhawk dei Low e con Nels Cline e vari batteristi e bassisti, eccetera… Willie Nelson ha anche cantato in alcuni brani. Era davvero meglio uscisse con il mio nome. Evangelista è stato incredibile da realizzare. La mia mente ronzava e graffiava e andava in cortocircuito come una creatura selvaggia, bagnata fradicia in una piccola gabbia in mezzo a una tempesta di fulmini. Ero terrificata e furiosa e addolorata per la perdita dei miei amici che stavano scontando anni di effetti contundenti dell’AIDS e delle droghe nelle scene punk e gay che bazzicavo a Los Angeles. Te lo dico non per fare colpo e rendere questa intervista più intrigante ma perché non dovremmo vergognarci: ero distrutta dal peso della mia storia e dalle sostanze chimiche che alteravano la mia mente. Efrim (Menuck, NdR), Jessica, Nadia, Thierry, Becky, Sophie, Nels e Shahzad mi hanno trascinato e io ho maledetto quei pezzi e ho detto loro cosa volevo fare e a volte loro mi indicavano un registratore a nastro vecchio di cinquant’anni ed Efrim mi dava semplicemente uno Shure SM57 e diceva “Rimani lì per terra, ragazza. Sto avvolgendo il nastro”. Ho ucciso su quel disco. L’abbiamo fatto tutti. È una cosa fottutamente
vera ogni secondo, quel disco.

Con il senno di poi, per giocare, mi regaleresti un flash per rappresentare ciascuno dei tuoi vecchi progetti? Ethyl Meatplow; The Geraldine Fibbers; Scarnella.
Sesso; la città in lontananza che si avvicina; speranza.

Ho letto che il songwriting di Boy rispecchia un’esistenza in perenne viaggio, e del resto non dimentichiamo che tu sei sempre quella che in precedenza ha intitolato un album Hello, Voyager. Come riesci a coniugare il viaggio fisico, da un luogo a un altro, e quello mentale che alimenta la creatività?
La mia musica è venuta fuori dalla prospettiva di una persona impegnata in tour estremi da quando aveva ventuno anni, e negli ultimi otto ho viaggiato anche quando non suonavo. Scrivo da quegli occhi e da quelle orecchie. Porto con me un piccolo “studio” nello zaino. È l’unica modalità che conosco e anche qui, in una delle città più grandi del mondo, New Orleans, ho voglia di muovermi. Sono stata qui due mesi, un’eternità. Quando una volta ho visto esibirsi un gruppo di Tuvan throat singers (cantori della musica popolare di Tuva, NdR), il loro traduttore ha spiegato che vivono nelle campagne della Mongolia molto distanti gli uni dagli altri e dalle ragazze, in modo che tutto ciò che fanno o scrivono riguarda il loro cavallo. Loro non pensano all’inclusione del cavallo, ma sono come lui. E in ogni canzone d’amore galoppano…

DAL VIVO

22 maggio, Young Jazz Festival,, Foligno (PG), Chiostro Rione Ammanniti
23 maggio, Folk Aurora, Ex-Cinema Aurora, Livorno
24 maggio, Blah Blah, Torino
25 maggio, The Wild Bunch Festival, Santarcangelo di Romagna (RN),
12 giugno, Nosilenz Festival, Brescia

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