Carlot-ta

Il suono della montagna

Giunta al secondo album con l'incantevole "Songs Of Mountain Stream", Carlotta Sillano ci racconta di paesaggi alpini, alberi che cadono nella foresta, sonorità senza luogo né tempo, poesia e panorama discografico italiano. La sua visione è forte. Seguitela.
Carlot-ta
Il suono della montagna

L’incontro tra forma-canzone di area pop folk e sonorità elettroniche, come a dire tra classicità e presente: come sei arrivata a elaborare questo connubio?
Non ho una scrittura particolarmente percussiva. Suono il pianoforte e per me è la mano sinistra a fornire un impulso ritmico. Quando si tratta di immaginare e poi inserire una parte percussiva nelle mie canzoni, tendo però a pensare a suoni elettronici, minimali. L’idea di utilizzare campionamenti acustici per creare drum kit mi sembrava particolarmente adatta, almeno per questo disco.

Ascoltando l’album, ho pensato a livello di affinità, sarà perché si tratta in entrambi i casi di songwriter/pianiste, ad artiste attuali come Soap&Skin e Agnes Obel. Cosa pensi di loro e quali ascolti ti porti recentemente dietro?
Amo molto Soap&Skin, un po’ meno Agnes Obel. Della prima per esempio apprezzo molto l’uso di un’elettronica sporca e invasiva su un pianoforte a coda cupo e austero. Non ascolto molta musica a dire il vero e faccio una grande difficoltà a esplorare l’infinita proposta musicale contemporanea. Questa possibilità così ampia di scelta mi dà anzi un po’ fastidio e non trovo questa democrazia musicale molto meritocratica. Tendo a concentrarmi su pochissime cose, che mi piacciono molto. Su tutti, negli ultimi anni, Marissa Nadler, Julia Holter e gli Austra. Andando un po’ indietro nel tempo, durante la scrittura e produzione del disco ho ascoltato molto anche un disco magnifico di folk song inglesi interpretate da Alfred e Mark Deller, due controtenori. E poi ho riscoperto i canti degli Alpini, alcuni sono davvero commoventi.

Raccontaci la storia produttiva di Songs Of Mountain Stream, partita con Max Casacci e portata a compimento con Rob Ellis. Due figure, sulla carta, agli antipodi.
Non vorrei incappare in errori diplomatici. La produzione del disco è stata completamente curata da Rob Ellis. Prima di arrivare a lui ho avuto modo di confrontarmi con altri produttori e addetti ai lavori. Tra questi Max Casacci, cui sono debitrice di una soluzione “tecnica” importantissima. Quando gli ho raccontato del tema e dell’ambientazione dell’album, mi ha suggerito di utilizzare suoni ambientali registrati in montagna per le parti percussive. Mi è sembrata un’idea perfetta.

L’ispirazione dell’album proviene appunto dalle Alpi, da paesaggi perlopiù montani. Che rapporto hai con questi luoghi?
Vivo a Vercelli, terra di risaie dove la pianura domina, anzi sostiene il paesaggio. A coronare questo territorio ci sono però le Alpi occidentali, che si mostrano totalmente dai piedi alle cime. Sono legata in particolare a un’area alpina, la Valsesia, dove ho trascorso molte estati quando ero bambina e dove torno appena ne ho l’occasione. I paesaggi, i paesi, la gente di questi luoghi sono capaci di fornirmi immagini di grande bellezza, che non riesco a trovare altrove. Il disco racconta di questi posti, di quello che rimane quando torno a casa e li guardo da lontano.

Proprio da questi luoghi derivano gli ingegnosi field recording che contraddistinguono, e straniscono, il disco. È stato divertente collezionarli?
Moltissimo, direi la fase più bella della produzione dell’album. Non avevo mai fatto esperimenti simili; le possibilità sono infinite e i risultati sorprendenti. Oltre a registrare torrenti che scorrono, pietre che ci cadono dentro, rami spezzati, vecchie campane, ho chiesto ad alcuni amici taglialegna di poterli seguire e registrare; credo che ancora oggi si chiedano esattamente il perché. C’è un famoso indovinello filosofico che dice: se un albero nella foresta cade e non c’è nessuno ad ascoltare, fa davvero rumore? Non so darvi una risposta, ma nel disco ce ne sono una decina. Poi abbiamo registrato gli animali, nelle fattorie e negli alpeggi, inutile dire che sia stato divertente.

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La breve Waldeinsamkeit, posta immagino non a caso in chiusura, rappresenta sin dal titolo l’appagante sensazione di trovarsi nei boschi in solitudine. Che parallelo c’è per te fra musica e natura?
Waldeinsamkeit è un termine coniato da un poeta romantico, Emerson, che racconta in una poesia omonima cosa prova a stare da solo nel bosco, cosa vede, cosa sente. Mi è sembrato un titolo giusto per questo breve brano che chiude il disco. Non so se si tratti di una sensazione appagante, forse, per me è più misteriosa, affascinante ma che intimorisce perché forte e sorprendente. Il brano, che cita anche Baudelaire, parla di foreste che spaventano come cattedrali e ruggiscono come organi. E poi parla di un suono fuori controllo che è come una montagna che cade. Ogni suono che ho registrato e percepito, per quanto piccolo e insignificante, se ascoltato bene può avere questa forza.

Sarebbe bello poter ascoltare queste canzoni eseguite in ambienti affini.
Certo, sarebbe straordinario poter suonare queste canzoni nei luoghi che le hanno ispirate. Non solo la Valsesia, ovviamente. Anche perché è vero che da lì arrivano le immagini, ma non esistono luoghi reali nel disco, né un tempo reale. Mi piacerebbe moltissimo poter affrontare durante l’estate un tour in posti di montagna in cui presento le mie canzoni a chi la montagna la vive per davvero e a chi la vede da lontano, come me.

Come ti approcci invece ai testi, da sempre per te ricchi di riferimenti poetici e in questo caso anche di figure particolari? Quanto essi si piegano alla musica, o viceversa?
Tendo a partire sempre da un’idea melodica o armonica. I testi sono per me un livello successivo, sia nella scrittura, sia nell’ascolto. Il linguaggio musicale è quello che deve risultare immediatamente comunicativo, il testo deve corrispondergli, ma a un ascolto più approfondito, in un secondo tempo. Credo che la canzone italiana non permetta quasi mai questa gerarchia…

Come si fa, nel 2014, in Italia, a far crescere ed emergere un talento, come il tuo, che non sceglie le vie più facile per esprimersi, sia nella ricercatezza della musica sia nella scelta della lingua inglese? Come hai gestito eventuali proposte da ambienti mainstream e come nasce invece l’etichetta indipendente Brumaio Sounds?
Oddio, non saprei e non vorrei essere io a giudicare il mio percorso. Posso solo raccontarlo. Quando ho registrato il primo album, è stato tutto sorprendente e molto bello. Io nemmeno avevo mai pensato di realizzare un disco. Avevo registrato delle canzoni in camera, le ho messe su MySpace, poi Gianmaria Ciabattari di Anna the Granny le ha ascoltate, è partito da Firenze, si è presentato a casa mia a Vercelli e mi ha chiesto se volessi fare un disco. Facevo ancora il liceo e gli ho detto di sì, senza sapere minimamente cosa significasse. Abbiamo lavorato un anno e nel frattempo ho iniziato a suonare come Carlot-ta, mi hanno invitata al Premio Tenco e poi il disco è uscito. Siamo stati contenti del risultato e dopo una lunga promozione era giunto il momento di registrarne uno nuovo. Tutti mi hanno consigliato di scrivere in italiano, questo mi avrebbe permesso di arrivare a case discografiche più grandi e di tentare una via decisamente più mainstream, anche perché Make Me A Picture Of The Sun aveva riscosso attenzione non solo e non prevalentemente nella scena indipendente; stava un po’ nel mezzo. Ho forse avuto una sola proposta concreta, ma diverse etichette mi hanno chiesto di ascoltare del materiale cantato in italiano. Io non avevo brani in italiano e non ne ho voluto sapere. Per questo ho cambiato tutto e ho chiesto a Rob Ellis di produrre l’album. Brumaio è un simbolo, il mio colpo di stato personale.

Sono rimasta colpita dal video di Basiliscus: come sono andate le sue riprese?
Il video è stato girato a Civiasco, il mio luogo preferito. Il regista è Riccardo Bianco e ci siamo conosciuti proprio lì quando avevamo quattro anni. Il bosco e il ruscello sono gli stessi che si vedono nell’artwork fotografico di Songs Of Mountain Stream, gli stessi di cui ho registrato i suoni. La chiesa si trova in una frazione bellissima ed è sempre chiusa, ma ho un’amica che ci abita di fronte e ne ha le chiavi. La scelta della location e la giornata di riprese non sono state difficili, né ho mai avuto dubbi. Nell’ultima immagine del video invece si scorge un posto per me incredibile, si chiama Alpe Sacchi e da lì si vede tutta la pianura, fino a Milano. Insomma, da lassù è tutto al contrario.

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