Cat Power

Dal vivo a Milano e Roma

Cat Power torna dopo una lunga assenza e in maniera inaspettata, con un album pieno di commistioni. Per l’occasione fa tutto da sola: canta, suona, produce. E scrive i testi meno tormentati di sempre, che rischiano di essere i più importanti della sua carriera.
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698Si è tagliata i capelli da sola, dice, tre giorni dopo la fine di una lunga relazione. Non gliel’ho chiesto; forse ci teneva a sottolineare che il taglio di capelli, come tutto quello che riguarda Sun, è una cosa che ha gestito per conto suo. Chan Marshall è vestita di nero, la pelle perde scaglie di abbronzatura, i suoi stivaletti da deserto non hanno niente a che fare con Milano. È – come immaginavo – gentile e interrotta. Smarrisce la sequenza delle frasi, ritorna ossessivamente su dei particolari, fa gesti elettrici con le dita inanellate d’argento, gesti da sciamana. C’è una sola immagine che può descriverla, e l’ha usata Bukowski trent’anni fa: “Era come uno spirito incastrato in una forma che però non riusciva a contenerlo”. Probabilmente è il motivo per cui negli anni si è costruita la fama di artista difficile da intervistare, come se le sue stranezze fossero fumo negli occhi.
Non c’è un solo minuto, durante la nostra conversazione, in cui sospetto che Cat Power sia un bluff. Il suo spirito trabocca, la sua intimità può essere imbarazzante. Ma, a modo suo, è una donna straordinariamente consapevole del suo lavoro.

C’è il rischio che i fan reagiscano a Sun come hanno fatto quelli del tuo amato Bob Dylan dopo la svolta elettrica al Newport Folk Festival. Il disco è molto diverso dai suoi predecessori, per via della patina elettronica e dei suoni stratificati. Secondo me ci sono due modi per ottenere questo risultato: o eri estremamente in controllo e consapevole, oppure è un incidente.
Tutto quello che ho scritto nella mia vita è stato un incidente. Ho composto i testi quattro anni fa, quando mi sono trasferita a Los Angeles con il mio ex compagno. Li ho fatti sentire a un amico che mi ha detto “Sono così deprimenti, Chan”. Così ho smesso di andare in studio a lavorare e ho lasciato perdere il piano e la chitarra; ogni tanto mettevo mano alla batteria, ma ero fuori contesto. Gli amici erano convinti di aiutarmi, mi dicevano “Ti serve un produttore, qualcuno che riesca a procurarti i musicisti che vuoi”. Ma io non volevo un produttore, né una band o un manager. Non importava quanto fossi smarrita.

Poco male. Scrivere, nella maggior parte dei casi, è non aver alcun posto in cui andare.
Sì, ma intanto ero rimasta senza soldi. Considerato come stavo, nessuno mi avrebbe dato un anticipo per il disco, così ho incassato tutti i risparmi (sai, quello che metti da parte nel caso dovessi perdere tutti i denti) e ho affittato un posto vicino alle montagne. I vicini con i cavalli, due cani, una quercia in giardino: è un buon posto in cui lavorare. Sentivo la mancanza dei miei musicisti, del modo in cui riuscivano a dare corpo e calore alle canzoni, così li ho invitati da me per provare i pezzi nuovi ma li hanno stravolti. C’era qualcosa di molto sbagliato in questo: è vero, non avevo minimamente idea di dove stessi andando a parare, ma sapevo che non potevo continuare a fare gli stessi dischi. A quel punto ho affittato un piccolo studio di registrazione a South Beach e ho lavorato per conto mio. Metti la chitarra, togli la chitarra, aggiungi il basso, lavora separatamente sugli strumenti, provaci ancora. Sai, alcune canzoni sono davvero datate. Silent Machine l’ho scritta quando avevo venticinque anni (ora ne ha quaranta, NdR).

Non era difficile da capire.
Davvero?

Lascia stare la base à la Jack White, è quando dici “She loves you so hard / the one person to have you cannot”. In Sun sei più preoccupata a essere saggia che a lanciare stilettate sentimentali. Quindi somiglia a una cosa che avrebbe detto la vecchia Chan Marshall.
Già (quest’osservazione la fa sorridere, NdR). E poi è arrivato Philippe Zdar e ha mixato tutto. Fine della storia.

Mi chiedo se hai scritto l’album con un desiderio di riscatto. Per dimostrare a critica e pubblico che, ovunque fossi finita, non è che dovessi restarci per sempre.
Non credo che le persone volessero attaccarmi per cattiveria, ma in circolazione c’era un atteggiamento giudicante. Della serie “Sono troppi anni che non fai un disco”. Come se significasse qualcosa.

Le interruzioni hanno un loro fascino, vedi Patti Smith quando si è ritirata nei sobborghi. Anche tu, a fine anni Novanta, hai lasciato perdere per un po’.
Ho mollato due volte nella mia vita. Ma a fine anni Novanta (quando viveva in una fattoria in South Carolina poco prima che uscisse Moon Pix, NdR), non stavo lasciando andare per davvero. Scrivevo tutto il tempo, conducevo una vita molto domestica. Per la prima volta ero riuscita a ottenere un po’ di stabilità. Sono sempre stata sballottolata da una parte all’altra, ho vissuto con mia nonna fino a quando avevo quattro anni, poi non ho fatto altro che cambiare casa. Negli ultimi quattro anni sono stata sempre nello stesso posto, una circostanza assolutamente senza precedenti. È il periodo in cui ho vissuto col mio compagno prima che la relazione finisse; ho imparato ad avere una famiglia, a crescere una ragazzina, per scoprire poi che mi piaceva.

È impressionante notare il numero di volte in cui dici “it’s my way”, “my own”, “it’s mine”. Se la componente self power non stupisce più di tanto dato che la si trova anche in altri dischi, il tono da madre/sciamana è una novità. Prima il trucchetto era che tu cantavi le tue miserie e noi ci immedesimavamo, eravamo sullo stesso piano. Invece adesso è come se assumessi una posizione onnisciente, distante. Non a caso nel disco parli spesso di persone lontane dalla tua età.
Prendi la canzone Nothing But Time, dove canta Iggy Pop. Il mio ex compagno ha una figlia di quindici anni, ma quando l’ho conosciuta era ancora piccola. Mettici cinque figliocci, una dozzina di nipoti e capirai che sono sempre stata circondata da bambini, sono cresciuta in mezzo a fratelli e fratellastri. Non che mi prendessi cura di loro, ma ero abituata ad averli attorno. Per farla breve, la bambina stava avendo problemi a scuola; così ho scritto Nothing But Time per tirarla su di morale, ma l’ho scritta anche e soprattutto per me, perché dicendole alcune cose di fatto mi stavo incoraggiando da sola. Al tempo era infatuata di Ziggy Stardust. Hai presente quando scopri Ziggy Stardust per la prima volta? Hai presente quello che significa? A maggior ragione in un periodo così difficile della crescita. Così ho chiesto a Iggy Pop e David Bowie di collaborare al pezzo, ma Bowie ha rifiutato.

Nel pezzo Iggy Pop ha un tono da nonno, è irresistibile.
È vero! In Nothing But Time è proprio un nonno.

Ci vuole fegato a usare una frase stucchevole come “puoi diventare il tuo supereroe, il tuo mondo sta appena iniziando”. Ad ascoltarla viene pudore, nel rock come altrove è molto più semplice dare credito al cinismo. È più fico.
È stucchevole, vero? Lo so che è stucchevole (si morde le labbra, NdR).

Ciò non toglie che sia anche bella. Ora, per dimostrare che in Sun ci sono anche momenti cinici, parlami del verso “Scegliere i Black Flag era come scegliere una razza”.
Quando ero adolescente ero sempre fuori squadra, una fuoricasta. Gli insegnanti volevano che fossimo consapevoli della nostra gioventù; se sei giovane devi anche sembrarlo, ma in giro c’erano dozzine di tribù diverse, di lupi che si spostavano in branco e si detestavano a vicenda. Io me la cavavo peggio degli altri perché ero la ragazza nuova in città. Sto parlando degli anni Ottanta, quindi mi sono toccati Michael Jackson e Madonna. Lei un po’ mi piaceva, era sfrontata, lasciva. Ero in cerca di una comunità, di qualcuno che non desse credito alle pressioni sociali, ai media, alla civilizzazione in disfacimento. Gli adulti cercano di convincerti del contrario, di far valere il principio di autorità, ma si fottano. Hai una voce, usala. Lo dico anche nel disco; è un’affermazione umanista, universale.

Il 2011 è stato un anno strano, tra Occupy e rivolte varie. Possibile che tu ne sia stata influenzata?
Ti riferisci a Ruin? No, ho iniziato a scriverla tanti anni fa. Parla di come fossi sempre convinta di essere nel posto sbagliato, credevo fosse l’Arabia Saudita e invece erano gli Emirati Arabi. Ero sicura di essere andata a Soweto, poi tornavo a casa, cercavo su Google e scoprivo che si trattava di un’altra township. I posti erano tutti uguali. Ruin è una raccolta di viaggio, il risultato di centinaia di conversazioni di strada, tra barboni e tassisti.

Devo essere stata tratta in inganno dal verso “Che stiamo facendo, siamo seduti su delle rovine”. È abbastanza pertinente ai nostri tempi.
Quella frase risale ai miei vent’anni, era una canzoncina da backstage, una battuta che canticchiavo sul bus. Quando ho fatto sentire Ruin al mio vecchio tour manager si è messo a ridere, ha detto: “Chan, non posso credere che hai composto una canzone a partire da quella fesseria”. Ma c’è una premessa visuale: immagina un gorilla che scende dalla montagna e si guarda attorno prendendo atto della civilizzazione allo stato attuale. Tanto da chiedersi: chi è il capo adesso?

Ci sono sempre state controversie sui tuoi live. Tralasciando le ragioni personali dietro alcuni comportamenti, ho sempre pensato che l’imperfezione sul palco fosse una questione di stile per te, la tua vera misura. Tanto che quando ti proponi di fare il contrario i risultati sono oscillanti. Il tour di Jukebox era un po’ laccato.
Non mi sono mai divertita tanto in vita mia, invece! Mi ha ricordato quando ero ragazzina negli spogliatoi di ginnastica, mi vergognavo di spogliarmi davanti alle altre perché ero sempre l’ultima arrivata. Così mi cambiavo da sola e nel frattempo canticchiavo, finché le mie compagne nere mi hanno scoperto. Tra una classe e l’altra o prima delle lezioni di ginnastica mi circondavano e mi dicevano “Ma allora questa sa cantare! Falla di nuovo”, e io andavo avanti col mio Otis Redding.

Sun è un disco spiazzante, forse l’unica canzone davvero familiare (oltre a essere la più malinconica) è Manhattan. È stato un posto importante per te?
Parla di alcune persone che tanti anni fa scavavano nell’immondizia e trovavano dei vestiti in condizioni decenti; di ragazze che si tuffavano nella spazzatura per riemergere con un paio di scarpe perfettamente utilizzabili e adesso sono stiliste d’avanguardia. Manhattan è su quell’atteggiamento, quando lavoravo in un bar dove la birra andava a un dollaro ed ero circondata da persone che volevano diventare scrittori, registi, fotografi, mentre io servivo ai tavoli e componevo canzoni. Quella New York era superattiva, tutti dovevano lavorare per mangiare, molti sono diventati eroinomani, alcuni sono morti. Era tutta gente evasa da posti di merda, da posti con una mentalità di merda. Mi ero sempre sentita un’aliena finché non sono arrivata in una città in cui tutti lo erano. La procedura costante di Manhattan, la sua sequenza perfetta, la perseveranza di restare a galla. Era irreale, lo so: servire i tavoli fino alle due, con tutti che andavano sotto e i soldi che finivano. Ci precipitavamo tutti lì perché la storia ci aveva insegnato che era l’unico posto in cui andare. Nel testo mi riferisco a una lei: è la Statua della Libertà. Che ha gli occhi corrosi, perché la libertà è cieca.

A proposito di questo: durante una presentazione di Just Kids un paio di anni fa, Patti Smith ha detto una cosa fondamentale. Rivolgendosi ai ragazzi che vogliono farsi strada ha dichiarato: “Non venite a New York, questa città vi è stata sottratta. Andate a Poughkeepsie, andate altrove. Quella città non esiste più”.
Non a caso tutti quelli che conosco sono scappati a Los Angeles. Costa meno, puoi convivere in case grandi e spaziose, niente che somigli a una trappola per topi. Potersela cavare senza tanti mezzi ha ancora una sua importanza. Patti è fantastica, vero? Anni fa mi trovavo con lei, volevo dirle alcune cose, dirle quello che aveva significato per me… Ma poi non le ho detto niente.

Non a caso un autore così newyorkese come Tom Wolfe ha deciso di ambientare il suo prossimo romanzo, Back To Blood, a Miami. Sostiene che se vuoi imparare qualcosa sugli States oggi è lì che devi andare. So che vivi da quelle parti.
Sai cos’è Miami? È Manhattan dopo una guerra nucleare. C’è un libro di Denis Johnson del 1985 intitolato Fiskadoro – l’ho dovuto cominciare diverse volte prima di riuscire a portarlo a termine – che rientra in questo discorso. Mi ha fatto pensare a come sarebbe Manhattan dopo una guerra nucleare, Miami è la città più simile a un eventuale risultato. Mi sono spostata lì perché ci vive la mia migliore amica dai tempi di liceo; all’epoca non avevo nessun posto in cui stabilire una base, ero libera di andare ovunque.

Nell’album dici anche che non c’è niente di male nell’aiutare i forti.
Sono sempre stata vista come una donna forte. Bene, non voglio esserlo. Voglio essere gentile, femminile, fragile; voglio essere portata in giro, sostenuta. Dire a qualcuno che è forte è solo una scusa, un modo per cavarsela.

Parlando di giovani, chi c’è di interessante lì fuori?
Mi piace molto Kurt Vile. E poi The Goats and The Occasional Others, sono prodotti dallo stesso tizio che segue Dead Man’s Bones, la band di Ryan Gosling. Sono una banda di skateboarder, le canzoni hanno quei titoli tipo Luh Dat Shit.

In Peace And Love sembra quasi che rappi.
Adoro l’hip hop (rappa un pezzo della canzone, NdR). In quel pezzo ho dovuto rallentare la chitarra – alla fine sembra che ci sia un chorus – perché non riuscivo a starci dietro con la voce. Mi piacerebbe far cantare Sun a Mary J. Blige, secondo me verrebbe benissimo. Quando sono uscita dall’ospedale nel 2006 (dove si era ricoverata per liberarsi da una dipendenza dall’alcol, NdR), non ho fatto che ascoltare il suo The Breakthrough. È un disco intimo e personale. Jay Z invece sarebbe perfetto per Peace And Love. Ricordo di aver visto una videointervista in cui lui e Mary J. Blige non sono che ragazzi, mi ha fatto tenerezza.

Che mi dici di lui?
È dannatamente intelligente, ha una capacità di controllo spaventosa. Il potenziale era chiaro sin dagli esordi: in quel video non fa che parlare di Biggie Smalls, lo adorava. È incredibile come certe figure siano irremovibili. Pensa a Tupac nella scena californiana, è ancora molto presente, è ancora necessario. I Public Enemy sono necessari, i N.W.A. sono necessari: perché hanno attivato dei discorsi che persistono. Jay Z mi piace perché è un artista che si mette in
una posizione di ascolto, esprime consapevolezza. La consapevolezza è un aspetto che valuto molto. E poi è un sopravvissuto.

È così che ti senti anche tu?
Nella vita ti capitano alcune cose. Puoi ignorarle, rimuoverle, non trarne alcuna lezione. Ci sono persone che vivono in uno stato di negazione costante e cercano solo di tirare a campare. E poi ci sono persone che vorrebbero essere così, che vorrebbero saper rimuovere, ma non ce la faranno mai, e allora devono cambiare strategia. Se riesci a farcela di giorno in giorno, a dirti che la realtà non potrà farti male più di tanto – un po’, ma non più di tanto – se riesci a tenere sotto controllo quei fattori che rischiano di annullare la giornata successiva e quella dopo ancora, se riesci a elaborare le informazioni dannose, a neutralizzarle prima che ti facciano fuori, se riesci a fare delle scelte. Ecco, allora smetti di essere una sopravvissuta, e diventi solo una persona che cerca di imparare. Ieri ho incontrato un giornalista tedesco di rientro dal Kenya, sta scrivendo un libro sui gorilla di montagna che a quanto pare hanno smesso di scendere a valle. Beh, lo capisco. Se fossi un gorilla perché dovrei aver voglia di scendere? Perché dovrei aver voglia di mescolarmi agli uomini? Quando ero piccola vivevo vicino a un centro di ricerca ad Atlanta. Ogni estate chiedevo di poter lavorare lì – il gorilla è sempre stato il mio animale preferito – ma dato che ero inutile agli scopi del centro mi limitavo a trascorrere giornate intere davanti alla gabbia perché mi si avvicinassero. Volevo impressionare il capo, essere accettata nel gruppo. Per attirare l’attenzione di un gorilla devi presentarti a testa bassa, in segno di sottomissione; quando ci sono riuscita per la prima volta ero piena di gratitudine. L’animale se ne stava lì. E io, io volevo solo essere riconosciuta.

C’è una cosa che Chan Marshall ripeterà spesso a chiunque le passi accanto per portarle un caffè o ricordarle che il tempo della conversazione è scaduto. Chiederà “Are you mad at me now?(sei arrabbiato con me?). Prima di salutarci le domando se è la battuta del momento. Guardando altrove mi risponde a voce bassa, quasi impercettibile, che è una frase che ripete sin da quando era piccola. Questo dettaglio racconta molte più cose di quanto potrà mai fare qualsiasi intervista.
Il temperamento artistico è imperdonabile in una persona senza talento. Sun, che è un disco estremamente vitale e luminoso, dimostra solo che di talento lei semmai ne ha troppo, con il prezzo che ne consegue. L’abbiamo vista strisciare sul palco, perdere il controllo, perdere un’idea di sé; l’abbiamo vista esporsi come nessun’altra, ripulirsi, annoiarci, devastarci, e l’abbiamo sempre perdonata. Nessuno è arrabbiato, probabilmente neanche lei.

Bentornata Cat Power: il tuo mondo sta appena iniziando.

Pubblicato sul Mucchio 698

DAL VIVO

07 LUGLIO 2013    MILANO  –  CARROPONTE – LOST WEEKEND
Scott Matthew opening act
www.carroponte.org
via Granelli 1
20099 Sesto San Giovanni (MI)
porte 20:00
inizio  21:30

ingresso: 18 euro + d.p.
prevendite su:
www.ticketone.it call center 892 101
www.vivaticket.it
www.ticket.it call cemter 02 54 271
www.mailticket.it call center 199 446271

08 LUGLIO 2013    ROMA  –  AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA
Scott Matthew opening act
ore 20,00

ingresso: 23 euro
prevendite su:
www.listicket.it

 

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