C+C=Maxigross

Il folk-rock che fa rumore

Tobia Poltronieri, voce e chitarra dei C+C=Maxigross, risponde alle nostre domande a poche ore dalla partecipazione al Primavera Festival. L'occasione per riparlare di uno dei migliori esordi (ben poco) italiani dello scorso anno, "Ruvain".
C+C=Maxigross
Dai monti della Lessinia al Primavera Festival

Ruvain significa “rumoreggiare”, ma il vostro esordio dell’anno scorso si rifà più al pop-rock acustico, al folk psichedelico con sfumature barrettiane. Dichiarate di fare riferimento a band degli anni 60/70, quindi a un suono vintage con relative sonorità analogiche, ma vengono in mente anche i Fleet Foxes o i Grizzly Bear per via delle soluzioni corali. Come avete stabilito il vostro stile?
È stato tutto naturale, in quanto siamo amici da sempre, e prima di definire il progetto C+C=Maxigross abbiamo passato così tanto tempo assieme ascoltando dischi, suonando e componendo che non c’è stata una vera e propria scelta. Sicuramente molte atmosfere che ci hanno ispirato e che ci fanno stare bene provengono dagli anni 60/70. Quando ci dicono che ricordiamo band come Fleet Foxes e Grizzly Bear (che amiamo, per carità), ci viene da specificare che in realtà ascoltiamo soprattutto gli artisti che hanno ispirato anche loro: Beach Boys, Zombies e CSN&Y, per dire i primi che ci vengono in mente.

Ruvain è appunto una parola in Cimbro. Ecco, come vi è venuto in mente di miscelare questa antica lingua morta della Lessinia e l’italiano, sopratutto l’inglese e a tratti lo spagnolo?
Siamo sempre stati affascinati da questi aspetti magici e poco conosciuti delle nostre montagne, che sono le prealpi della Lessinia, e che frequentiamo praticamente solo noi locals in quanto non sono zone molto turistiche. Il Cimbro è una lingua ormai quasi morta che nasce dalla unione dei dialetti locali con le lingue che hanno portato le popolazioni germaniche che scesero nel Medioevo. Per quanto non sia una lingua che parliamo, abbiamo voluto omaggiarla e utilizzarla per giocare su questo frangente unico, che alla fine è quello che cerchiamo di fare con la musica: unire classicismo folk e rock con la nostra personalità.

L’utilizzo di tutte queste lingue conferma tra l’altro una sorta di pluralità espressa dal fatto che ciascun componente del gruppo compone, canta e suona più strumenti. Come vi siete trovati e come riuscite a coordinarvi? Quali alchimie ci sono al momento attuale nella line up?
La coralità compositiva e strutturale è fondamentale per i C+C=Maxigross. In primis per la varietà che si può ottenere e per stufarsi il meno possibile. Scrivere tutti assieme in maniera sempre diversa, jammando o lavorando su idee venute fuori casualmente va di pari passo con la scrittura più standard di pezzi complicati o ben strutturati. Non ci precludiamo nessun metodo. Semplicemente abbiamo sempre ascoltato band caratterizzate dalla composizione e dal contributo di più persone: Beach Boys, Beatles, CSN&Y, The Band e Os Mutantes, tra i tanti. Le alchimie e la line up cambiano come cambiano le relazioni. Alla fine suonare in una band è come vivere una relazione tra due persone, solo che si è in cinque, quindi è decisamente più difficile. Abbiamo cambiato la formazione storica lo scorso dicembre, Carlotta – batterista dagli esordi – e Mattia – il polistrumentista – hanno proseguito per la loro strada. Adesso il nucleo originario – io, Filippo e Francesco – prosegue con due altri amici, Niccolò e Stefano, e le collaborazioni non mancano: da Phill Reynolds a Martin Hagfors (musicista norvegese degli Home Groan, degli HGH assieme allo storico batterista dei Motorpsycho Hakon Gebhardt e molto altro). Abbiamo concepito sin da subito i C+C come un progetto collettivo, dalla musica a tutti gli aspetti che ruotano attorno come grafiche, video e chi più ne ha ne metta. Cerchiamo di coinvolgere sempre il più possibile chi lavora e si diverte con noi!

Avete persino fondato una vostra etichetta, la Vaggimal. Da cosa è partita questa avventura nell’avventura?
Cinque anni fa ci siamo trovati con un disco appena registrato, l’ep d’esordio dei Klein Blue, dove suonavamo io e Carlotta, e abbiamo pensato che la cosa migliore da fare fosse crearci un’etichetta personale piuttosto che perdere tempo per cercare qualcuno che credesse in noi più di quanto noi crediamo in noi stessi. Inoltre Francesco, tastierista dei C+C, stava studiando per diventare fonico, quindi avevamo già anche l’idea di creare uno studio di registrazione per le nostre produzioni. Così dopo il secondo ep pubblicato – degli Spagetti Bolonnaise, progetto di brass pop con membri di Fake P e My Awesome Mixtape – è arrivato il primo ep dei Maxigross, Singar, che ci ha fatto conoscere in tutta Italia. Ora siamo alla sesta pubblicazione, che non è tanto in un lustro di attività, ma è inevitabile con la nostra maniera di lavorare: seguire il 100% del lavoro, non tanto per manie di controllo ma per caratterizzare il più possibile le nostre uscite che cerchiamo di rendere uniche. Come l’ultimo disco che abbiamo prodotto, Doman l’è festa della Contrada Lorì, interamente in dialetto veronese e suonato totalmente acustico in presa diretta. Ora la nostra sfida è portare la musica cantata in un dialetto così poco conosciuto e amato in giro per l’Italia. Crediamo che la loro musica sia meravigliosa e possa andare oltre ogni confine linguistico.

L’ambiente circostante sembra assumere molta importanza e la natura non a caso è evocata spesso nel vostro immaginario. Di solito si tende a fuggire da certi contesti, volti a una sorta di più o meno felice virata urbana, oppure al contrario a rafforzare il legame con le proprie radici, come pare sia appunto avvenuto nel vostro caso. Come descrivereste i vostri luoghi, e il legame con essi?
La Lessinia e le nostre montagne per noi significano tranquillità, relax, infanzia passata con la famiglia, magia e purezza. Poter creare musica ispirata da questi luoghi è meraviglioso. Registrare un disco in presa diretta, in una stanza con una vetrata che da su una vallata verde e rigogliosa, vale più di qualsiasi super studio ultratecnologico nelle grandi metropoli. De gustibus ovviamente. Però tutti i gruppi che sono venuti a registrare da noi hanno concordato che questa atmosfera fa la differenza!

Dalle radici al viaggio: avete già suonato all’estero, persino negli Stati Uniti, e siete nella line up del Primavera Festival. Quali differenze avete riscontrato sinora nel proporvi all’esterno e all’interno dei nostri confini? Quali aspettative avete?
Senza essere esterofili, è indubbio che un progetto come il nostro sia più indicato per l’estero, per il fatto che non cantiamo principalmente in italiano. Basti pensare alla scena musicale italiana sin dalla sua esistenza: non esistono precedenti di artisti che cantano in inglese e hanno un seguito almeno alla pari di quelli che cantano in italiano. Così è se vi pare. Perciò puntiamo molto all’estero dove nei festival – i più grandi dove siamo stati sono CMJ di NY, Reeperbahn di Amburgo, Eurosonic di Groningen – e nei tour che abbiamo fatto la risposta è sempre stata molto buona, con punte di grande soddisfazione quando la gente non capisce di che nazionalità siamo: in quei casi vuol dire che la musica ha prevalso e la missione è più che compiuta!

Foto credits: Blagojevic/Vianello

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