Cesare Basile

La forza della volontà

Il songwriter siciliano continua il suo interessante percorso musicale con un nuovo disco, "Tu prenditi l'amore che vuoi e non chiederlo più". Ne abbiamo parlato con lui tra crescita, coerenza, confronti e polemiche.
Cesare Basile
La forza della volontà

Da quando sei tornato a vivere in Sicilia, la tua musica suona decisamente più folk.
Sì, ma non credo sia una questione tecnica, bensì di attitudini. Forse è un percorso che avevo intrapreso da prima, se ci pensi anche Gran calavera elettrica era un disco intriso di folk. La scelta di ritornare in Sicilia ha sicuramente generato in me curiosità su percorsi musicali e artistici che sono legati a un luogo fisico d’appartenenza, un luogo composto di rocce, di legno, di materiali. Si sente questo nella mia musica. Per me è stata una liberazione artistica, andare a trovare nel nocciolo delle cose (perché è dal nocciolo che parte la musica folk) e poi vedere come questo tipo di approccio poteva eliminarsi ancora una volta.

Anche il fatto di cantare in dialetto è una liberazione artistica o è qualcosa che ti viene più semplice perché ora parli più in dialetto che in italiano?
C’è stato anche un lavoro sulla lingua che non è stato fine a se stesso, né, allo stesso tempo, è stato un lavoro archeologico. Mi interessava riprendere un concetto che mi permettesse di essere ancora più libero rispetto alla forma-canzone codificata dal rock.
Non credo sia una questione legata alla mia quotidianità linguistica. Il dialetto è per me un valore aggiunto, una ricchezza artistica. Nel caso del siciliano, questo è ancora più pertinente perché storicamente è una lingua di poesia.

Trovo che questo album abbia qualcosa, oltre che di folk, di circense.
Circense o bandistico, in qualche maniera. Credo che derivi dal fatto che il lavoro in studio è stato affrontato in questo modo, senza un’eccessiva programmazione. È tutto legato alla coralità, all’improvvisazione, si raccontano le storie tutti insieme, non in maniera individuale, da singolo musicista. Questa scelta è stata probabilmente determinata dal caso, dal ritrovarsi con poco tempo, dall’ascoltare e suonare che, secondo me, rende tutto più creativo. Probabilmente l’aspetto circense e bandistico viene fuori da questo. Non era una direzione ragionata a tavolino. Come spesso accade nei miei dischi, le sonorità sono determinate dalle condizioni in cui mi trovo a lavorare.

Cesare?
Dimmi.

Questo titolo non mi piace.
Allora la prossima volta ti chiamo, così ne scegliamo uno insieme. Uno che ti piaccia. Perché non ti piace?

Perché lo trovo pieno di rabbia e rassegnazione.
Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più è sottrarsi a un meccanismo di elemosina a cui siamo abituati. L’elemosina sul posto di lavoro, elemosina nelle relazioni, elemosina nel nostro vivere sociale. Prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più significa prenditi l’amore che ti spetta, prenditi quello di cui tu hai bisogno e non aspettare che qualcuno ti permetta di farlo. La rabbia. Come si fa a non essere arrabbiati oggi? C’è la rabbia estetica fina a se stessa e c’è una rabbia che è una leva per la propria crescita. Non credo che ci sia rassegnazione in questo titolo. Anche se la canzone omonima ha uno sguardo spietato e rabbioso su una realtà che nello specifico è siciliana, ma, come sempre, è solo una scusa per parlare di una situazione al momento universale. La vedo come una sottile riflessione. Io credo che prendersi quello di cui si ha bisogno sia un gesto positivo, attivo e, soprattutto, un atto di volontà. Non ci vedo una componente remissiva.

Ora mi è più chiaro. È anche un invito a essere meno voraci e meno egoisti, un po’ più rispettosi.
Rispettosi di se stessi. Il rispetto è oggi denominato come una forma di ossequio nei confronti dell’autorità. Credo che il rispetto vada maturato nei confronti di noi stessi innanzitutto.

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Foto di Corrado Lorenzo Vasquez e Maddalena Migliore

 

C’è questa cosa di cui vorrei parlare con te. Nelle note di presentazione del disco spieghi la tua difficoltà nel presentare qualcosa che è già pronto. Siamo nell’era digitale in cui qualcosa inizia a vivere proprio quando la consegni agli altri.
Le canzoni possono essere cambiate continuamente da chi le ascolta. Confrontarsi è soprattutto trovare negli altri le cose che a te sono sfuggite nella scrittura della canzone, delle cose che gli altri avvertono e percepiscono in un testo, nella storia. Cose a cui magari tu non avevi pensato. È la ricchezza che viene dall’ascolto. Una persona che ascolta una mia canzone può farmi ragionare su un punto di vista che ha avvertito e io non avevo preso in considerazione. Quello che intendevo nella presentazione è che per me è difficile aggiungere parole alle parole che già ho usato per raccontare una storia.

Anni fa discutevamo sulle donne che canti. Hai sempre avuto un determinato sguardo sulle figure femminili. Come sta cambiando negli anni?
Non so se è cambiato. Ricordo che quando ne discutemmo ti dissi che parlavo delle donne agli uomini. Gli uomini tendono a ignorare le donne. Non mi interessa narrare delle donne alle donne: le donne sanno benissimo di cosa si parla quando si parla di loro, gli uomini invece non se ne rendono conto. Era chiaramente il punto di vista di un uomo e continua a esserlo. Probabilmente quello che è cambiato è che attraverso le mie parole, che sono le parole di un uomo, cerco di far parlare loro. Cerco di far raccontare le donne.

Cosa ti dicono le donne di quello che tu dici di loro?
…nulla. Alcune vogliono spaccarmi la faccia, ma non per quello che scrivo nelle mie canzoni (sorride, Ndr).

L’anno scorso hai rifiutato il Premio Tenco per il miglior album in dialetto.
Il Premio Tenco aveva organizzato insieme al Teatro Valle Occupato di Roma una sorta di anteprima delle premiazioni che si sarebbero tenute a Bari. Contemporaneamente scoppiò questa polemica molto forte fra la SIAE – nella persona di Gino Paoli e nel direttore Gaetano Blandini – verso i teatri occupati che tacciarono di essere ladri, abusivi ed evasori. Di fronte a questa polemica il Tenco annullò l’iniziativa al Teatro Valle perché preferiva non schierarsi e non alzare i toni. Io – che faccio parte dell’assemblea del Teatro Occupato di Catania da tre anni e che ho trovato le accuse molto precise e gratuite – l’ho ritenuta una posizione debole, penso che si siano comportati da vigliacchi, ho rivendicato la mia appartenenza al mondo dei teatri occupati e mi sono rifiutato di ritirare un premio. Non volevo essere premiato da chi non ha la forza di schierarsi da una o dall’altra parte.

Rifiutare un premio così importante ti è dispiaciuto?
Certo che mi è dispiaciuto! Ci sono delle cose che possiamo fare e altre che non possiamo fare. Chiaramente quando le facciamo prendiamo una posizione. Sono assolutamente convinto che in questo momento storico è importantissimo prendere delle posizioni, anche a costo di gratificazioni personali che rimangono a un artista. Sicuramente il Premio Tenco è una di queste. Credo che un artista debba – non dico essere coerente perché non mi piace la parola – non fare il doppio gioco con se stesso. Questa è una cosa importantissima per me.

Le canzoni di questo disco non sono tutelate dalla SIAE.
È il sunto di un percorso e un ragionamento che faccio da anni sul diritto d’autore, su cosa rappresenta oggi, su come è amministrato. È un discorso non semplice, è complesso. Però credo che da qualche parte bisogna partire.
La SIAE, come strumento in sé, è obsoleto. È diventato un incubatore di privilegi. Sinceramente non mi interessa che le mie canzoni vengano tutelate da un simile organismo. Non so come potrebbe diventare o cosa potrebbe prendere il posto della SIAE. Non so neanche se oggi sia ancora il caso di continuare a parlare di diritto d’autore, almeno non nei termini in cui siamo abituati a parlarne. È un sistema superato che serve solo a gestire privilegi e questo non mi piace. Credo che se ci si rende conto che qualcosa non sta funzionando più, anzi funziona esattamente all’opposto del motivo per cui è stato creato, è il caso di sottrarsi. Ripeto, è un discorso lungo e credo che debba essere affrontato dai diversi soggetti coinvolti. Ti parlo degli autori, degli interpreti, di chi fa teatro, di chi fa cinema. Però è un argomento su cui si preferisce glissare. È una discussione che dovrebbe coinvolgere più persone possibili per capire cosa può essere oggi il diritto d’autore e come questo diritto d’autore debba generare guadagni, profitti, come debba essere tutelato. Bisogna interrogarsi su questo.

 

IN TOUR

25 MARZO @ TEATRO COPPOLA Teatro dei Cittadini-Catania

26 MARZO @ RETRONOUVEU-Messina

27 MARZO @ CINEMA  PALAZZO-Roma

28 MARZO @ TEATRO LEOPARDI San Ginesio-Macerata

29 MARZO @ CASA DEL POPOLO di Settignano (Firenze)

03 APRILE @ AUDITORIUM RADIO POPOLARE-Milano

04 APRILE @ TEATRO BLOSER-Genova

09 APRILE @ TPO-Bologna

10 APRILE @ OHIBO’-Milano

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