Cacavas & Abbiati

Diavoli nascosti

Due artisti a cavallo fra quattro paesi e due continenti si rinchiudono in un casolare della campagna pavese. Con l’obiettivo, attraverso suoni e parole, di mettere a nudo le proprie anime, lontanissime e al tempo stesso legate a doppio filo. Storia di un amore musicale e dei demoni che lo tormentano.
Chris Cavacas & Edward Abbiati
Diavoli nascosti

Non ricordo la data, ma ricordo tutto il resto della serata in cui vidi i Lowlands dal vivo; fu a Spazio Musica, santuario della musica indipendente nei vicoli del centro storico di Pavia. Tra una birra e l’altra, il frontman Ed Abbiati, pavese e inglese in parti uguali, fu un terremoto di intensità, passione e sudore: rock e folk col cuore in mano. Non sono l’unico ad averlo sentito. “È scattata così la connessione, grazie a un suo concerto che resterà senza dubbio fra i dieci migliori che abbia visto: mi ha travolto, era un fottuto treno in piena velocità”, conferma una voce roca e piena di entusiasmo, con un forte accento west coast. Chi parla, attraverso la fibra ottica, è il californiano Chris Cacavas, musicista di vecchio pelo, per anni alle tastiere dei Green On Red, poi collaboratore di nomi celebri dell’alt rock e del folk, da Steve Wynn ai Giant Sand, ritrovatosi oggi improbabilmente a vivere nella Germania meridionale. Dagli speaker del mio computer arriva anche la voce, più giovane e più pacata, dell’oggetto del suo amore artistico: con Ed e Chris parliamo di Me And The Devil, un album a quattro mani che i due hanno fortemente voluto. Quanto fortemente? Fino a registrarlo in un casolare sperduto, con due musicisti sbarcati dall’altro capo dell’oceano solo per questo.

Cacavas Abbiati
© Renato Cifarelli

Come siete arrivati a fare un album insieme? Dopo il racconto di Chris sul concerto dei Lowlands, me lo vedo come John Belushi nei Blues Brothers che grida “Ho visto la band!”.
EA:
La conoscenza risale alle fasi finali della lavorazione del primo album dei Lowlands, The Last Call del 2008. Un’amica si offrì di mettermi in contatto con questo musicista americano di grande esperienza, Chris, per rifare il mix di un pezzo che non andava. Lo chiamai con un po’ di faccia tosta… e lui ha finito per mixare anche il secondo album dei Lowlands, Gypsy Child.
CC: La prima connessione è attraverso la musica. Fin dall’inizio ho amato quel che Ed fa, come autore e come performer. La connessione spirituale poi si è spinta oltre la musica, è come se avessi scoperto un fratello italiano di cui non sapevo. Quando un giorno mi ha scritto per propormi di fare musica insieme, non ci ho pensato due volte, ho detto “Let’s do it!”.

E come avete lavorato?
EA:
Ho invitato Chris a Pavia, ma non pensavo da subito di arrivare a un album. L’unica regola era che nessuno dei due avrebbe scritto una nota o parola prima di trovarci; avremmo improvvisato. Io non avevo neanche mai composto con altri, sono abituato a lavorare da solo, ma le canzoni sono nate in modo spontaneo, scrivevamo e registravamo subito sul mio iPhone per non dimenticare nulla (queste “demo” sono finite in un bonus disc allegato ad alcune copie dell’album, NdR), passavamo al pezzo seguente. Un piccolo miracolo.

C’è stata una qualche forma di divisione dei ruoli?
CC:
Io forse ho contribuito di più sul piano musicale, affidandomi più a Ed sul piano dei testi e delle immagini. A lui veniva naturale tirare fuori le parole dall’etere, da un’idea che ti passa per la testa.
EA: Mi può capitare di essere pigro (ride, NdR), ma lavorare con Chris mi ha spinto “gentilmente” a fare uno sforzo in più. Ricordo quanto mi ha accennato il ritornello di Hay Into Gold, che per me è una canzone speciale: ero commosso e il testo è venuto di conseguenza. È stato come misurarmi con un peso massimo, cosa che io non mi sento di essere.
CC: Oddio, poveri noi, ci facciamo le sviolinate a vicenda (altre risate, NdR)… Ma insomma è stato veramente un lavoro comune e uno scambio.

Parliamo dello “studio di registrazione”, cioè della cascina, che è uno degli aspetti unici dell’album non solo per la stranezza del luogo, ma per come ha influito sul risultato finale, no?
EA:
È un casolare a Torre d’Isola, vicino a Bereguardo. Il suono che cercavamo era primordiale, non costruito. Siamo partiti senza tante discussioni, ci siamo detti “let it bleed”… Abbiamo registrato dal vivo, i pochi overdub di lap steel sono stati presi direttamente dagli speaker… È lo studio più rumoroso in cui abbia mai lavorato! Ma ha dato il risultato ideale.
CC: Non era un ambiente isolato, asettico, ma un rudere di cent’anni fa, polveroso, maleodorante, topi morti, merda di piccione, eccetera. Una stanza unica, enorme. C’è anima in quel posto. Non avremmo potuto trovare quel sound altrove. È stato fantastico, ne siamo orgogliosi ma… never again! Per consolare il mio sound engineer, che dalla Germania ha impacchettato mixing board, monitor, microfoni, ampli e il resto e ha sistemato tutto nella cascina, gli ho detto alla fine “hey dude, questo sì che è un field recording! Abbiamo fatto la Storia!”.

Con voi c’erano anche Mike Brenner (Marah, Magnolia Electric Co.) al basso e lap steel e Winston Watson (Giant Sand, Bob Dylan) alla batteria.
CC:
Diamo merito a “Slo Mo”, a Mike, che ha avuto delle idee di produzione davvero fiche: un input discreto ma fondamentale, ha messo la firma su questo disco. Winston l’ho conosciuto ai tempi dei Giant Sand, poi l’ho perso di vista fino al ’94, anno in cui il mio agente mi propone una data a Bonn, dicendo: “Dovresti aprire per Bob Dylan”. Gli dico: “Are you fucking kidding me?” Sono corso a comprarmi una chitarra nuova per l’occasione. Mesi dopo a Bonn sono al soundcheck e chi spunta sul palco? Il vecchio Winston, che non vedo dai tempi dell’Arizona. Gli chiedo cosa ci fa, e lui: “Suono con Bob”. “Mavaffanculo!”, gli dico. E lui: “E che altro ci farei?”. Morale, abbiamo ripreso i contatti….
EA: E arriviamo al nostro album. Fine agosto, Pavia: fra afa e zanzare, si discute della sezione ritmica. Chris mi fa: “Conosco un tizio, tale Winston Watson”; a me viene in mente che quando vidi Dylan dal vivo la prima volta, il batterista si chiamava così. Sfodero ancora una volta la mia proverbiale faccia di merda: “Quel Winston Watson? Cool, perché non lo chiami?
CC: E io l’ho fatto. E lasciami aggiungere una cosa, spero non dispiaccia a Winston se lo dico. Quando gli ho chiesto qual era il suo onorario, lui mi ha risposto con un email che diceva semplicemente: “Ci sto”. Di altro non si è mai parlato.

E alla fine?
CC:
Abbiamo lavorato con due musicisti veri, che hanno partecipato con entusiasmo a un’impresa auto-finanziata, auto-prodotta, auto-tutto, DIY nel senso pieno del termine. E ne siamo tutti fottutamente orgogliosi.
EA: Hanno attraversato l’Atlantico solo per fare un disco con noi, e hanno detto “Thanks, see ya”. Fantastico.

Quest’album suona davvero “scuro”, denso, nel suono e nei testi. Da dove viene il mood?
CC:
È emerso da solo, come se un trauma, un caos di fondo si fosse aperto la strada per venire in superficie. Ma per me è stato anche qualcosa di più positivo, una forza distruttrice che prelude a una rinascita. In mezzo a quest’Apocalisse per me c’è una luce… che non è necessariamente quella del treno che ti viene contro dall’altro lato del tunnel.
EA: Non c’è niente di artificiale, non c’è un concept pensato a tavolino, quel che senti è onesto. Senza entrare in dettagli, abbiamo scritto l’album in un periodo che non era eccezionale per nessuno dei due… un periodo in cui camminavamo a testa un po’ bassa, per varie ragioni. È stato come vomitare fuori quel che abbiamo dentro…

Cacavas Abbiati
© Renato Cifarelli

E se vi chiedessi chi sono i vostri diavoli personali?
CC:
Da dove inizio? Ci brindo sopra! Seriamente, ho combattuto con la depressione per anni. Oggi ne riconosco i segnali, li prendo come un allarme per fare qualcosa. Quel mood pesante, quel buco nero, in genere viene da ferite del passato o da paure per il futuro. Io cerco di combatterle restando mentalmente nel “qui e ora”, dove passato e futuro non contano. Mi succederà di nuovo, lo so, posso essere il tipo che si autodistrugge su passato e futuro… ma cerco di imparare dall’esperienza. La depressione può essere un cazzo di diavolo… ma in questi giorni mi diverto molto di più.
EA: Per me il buco nero più grosso sono sempre io stesso. Sono sempre in guerra con me stesso o con le varie persone dentro di me, il che non è il modo più facile per andare avanti… ma ci provo, a prendermi più alla leggera.

L’immagine del diavolo non è certo nuova nella musica rock… che fu chiamata “la musica del diavolo” fin dall’inizio, del resto. Non avete paura del cliché?
EA:
Tutto è iniziato con la canzone Me And The Devil, che a sua volta è iniziata con la musica. Ci ha schiuso questo immaginario di strade sterrate, di deserto, di vesciche sotto i piedi… per qualche ragione si è materializzata l’immagine di Gesù, in quel deserto, alle prese con il Diavolo, con la Tentazione… a un certo punto sono diventati il Gesù e il Diavolo di un Tarantino o di un Sergio Leone, avvinti in una frenetica lotta personale, fisica, dura. Un’immagine violenta. Alla fine la canzone dice: “Che tu sia là fuori nel deserto o ficcato nel letto, il diavolo ti viaggerà accanto fino alla morte”. Questa lotta violenta si risolve nel corpo a corpo con un diavolo che sta dentro di te. Questa è la nostra idea.

Suona come un album fortemente personale…
EA:
Non c’era l’idea che lo fosse, ma lo è diventato… Abbiamo capito che non c’era un altro modo di farlo.
CC: Non è che ci siamo seduti per scrivere le nostre memorie insieme (ride, NdR), ma sì, c’è molto cuore in queste canzoni.

Avete in programma delle date live?
EA:
Al momento siamo sommersi d’impegni… Chris è presissimo e io con i Lowlands ho in programma l’uscita di un nuovo album a ottobre, Love Etc., e prima di Natale di un live unplugged registrato a Milano.

Chris, a proposito di impegni e fatti vostri, permettimi una domanda che non c’entra niente: come sei finito a vivere a Karlsruhe, nel sud della Germania?
CC:
Ho incontrato mia moglie nel ’94… Fanno vent’anni che vivo qui. A un certo punto fai una scelta, no? Non sono più nell’età in cui tutto è usa e getta (ride, NdR)! In cui ti dici “scalerò ogni fottuta montagna che incontro”… non so se capisci la metafora! Ecco, ora sono qui perché ne vale la pena. A proposito, scusa ma devo tornare dai miei ospiti, che mia moglie si sta sciroppando da sola in salotto da due ore…

Recensione sul Mucchio 720

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