Colin Stetson and Sarah Neufeld

Musica contro lo scorrere del tempo

Tra i migliori strumentisti della loro generazione, lui al sassofono e lei al violino, i musicisti di Montreal hanno unito le forze per l'album "Never Were The Way She Was". Due fuoriclasse, un capolavoro e una lunga conversazione a tre.
Colin Stetson and Sarah Neufeld
Musica contro lo scorrere del tempo

Dal 2012 avevate già suonato assieme dal vivo, oltre ad aver collaborato alla colonna sonora di Blue Caprice con Shahzad Ismaily, ma quando avete pensato a un album in duo?
CS: Probabilmente lo scorso gennaio. Avevamo degli show solistici a New York e Sarah mi ha coinvolto nel suo, così ci siamo divertiti e abbiamo scritto la prima traccia, The Sun Roars Into View.
SN: Negli anni abbiamo avuto molte idee buffe: “Facciamo insieme un disco R&B”, “No, facciamone uno noise”, “No no, facciamo una cosa da pop band!”. Al di là delle fantasie, quel che è avvenuto è una combinazione più organica dei nostri progetti in proprio. Nessun R&B.
CS: Magari la prossima volta!

 

Avete testato il materiale live e registrato senza sovraincisioni. Come avete combinato spontaneità e precisione?
SN: Parliamo linguaggi simili e troviamo una connessione. Spendiamo parecchio tempo insieme nella vita, ma abbiamo uno stile analogo anche verso gli strumenti e la composizione, sia da soli sia in due. Ci può essere uno spunto che viene fuori dalla mente o dall’improvvisazione e lo elaboriamo dal vivo, semplicemente. È come fare una scultura: la crei, la rompi, la ripeti… Ci chiudiamo in una stanza e suoniamo per ore.
CS: La creazione è stata una miscela esatta dei nostri metri solistici. Ci sono pochi brani che hanno richiesto più tempo per essere aggiustati, ma il resto è venuto fuori improvvisamente in modo lucido, scritto più o meno in un giorno. È come avere qualcuno che può capire e predire i tuoi movimenti, come può fare Sarah, vicino a me da tanti anni.

 

La tecnica si abbina alla capacità di colpire emotivamente.
SN: Ci vogliamo connettere alla gente.
CS: Non facciamo musica per vanità, per noi stessi.
SN: Ascolto un sacco di roba strana e ostica, ma trovo bello anche quando puoi relazionarti a qualcosa e restarne emozionato.

 

L’obbiettivo era una somma o un risultato inedito? Insomma, 1 più 1 fa 2 o 3?
SN: Credo sia un 3.
CS: Stavolta siamo dalle parti di un 30!
SN: Oh, dai!
CS: Prima di realizzarlo non vedevo questo disco come una reale possibilità, ma so che entrambi cerchiamo di ottenere più dei singoli strumenti. L’interazione ha prodotto un suono esponenziale anziché la raffigurazione di due musicisti. La somma della nostra unione è ben più dell’unione di noi due, in un certo senso.

 

Mi sembra che la prima metà del disco sia più luminosa, forse perché si apre con The Sun Roars Into View, e la seconda, da With The Dark Hug Of Time, maggiormente cupa.
SN: È vero, la seconda parte è molto dark. Quando fai un disco, lasci che prenda forma con un ordine che deve funzionare nel complesso.
CS: Immagino abbia a che fare con la composizione: la prima traccia in scaletta è la prima che, appunto, abbiamo scritto. Non poteva andare altrimenti. Ci sono elementi sui quali possiamo muoverci attorno, ma la maggior parte segue un’idea narrativa. Gli episodi più frenetici, gioviali e innocenti sono sul primo lato, i più profondi sul secondo. Ne deriva una sensazione di crescita, di esperienza.

 

Ecco, il titolo Never Were The Way She Was si riferisce a un immaginario narrativo, alla vita di una ragazza. Parlatemene.
CS: Quando abbiamo fatto il primo brano, abbiamo pensato che il focus del disco dovesse riguardare le prospettive individuali sul tempo e i passaggi del tempo stesso, che a volte viene manipolato. Come metafora, abbiamo usato la storia di una ragazza che non invecchia come le altre persone bensì invecchia come gli alberi e le montagne, cioè molto lentamente. Cresce, vede passare varie generazioni ma conserva gli stessi bisogni, speranze, desideri, debolezze. È un esame delle prospettive che lei ha sul mondo e che il resto del mondo ha su di lei.

 

The Rest Of Us è definito il cuore dell’album, con ritmo incalzante, frammentato, moderno. Proprio questa modernità stranisce in quanto abbinata a un’atmosfera romanticamente primordiale, quasi gotica, a tratti spettrale, persino nella copertina.
CS: Questo episodio in particolare, come suggerisce il titolo, rappresenta tutte le persone che vanno e vengono nel corso della nostra esistenza. Rappresenta il continuum umano. Il pezzo fluisce, quindi, come scorrono brevi e ben distinte le vite di ciascuno. Cercavamo di trasmettere tutto ciò con una struttura più moderna. È stato composto specificatamente per essere energico, è il momento dell’acqua che arriva all’orlo.
SN: C’è una logica narrativa, sì, ma volevamo anche questi suoni. È l’ultimo pezzo che abbiamo scritto, l’ultimo pezzo del puzzle perché il disco ne aveva bisogno.

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Negli anni avete interagito con gente come Ben Frost, Nils Frahm o Tim Hecker, nel ruolo di produttori. In un cerchio fra tradizione e avanguardia, la musica strumentale può partire dalla classica e arrivare all’elettronica?
SN: Sono stata sempre invischiata nell’elettronica – da quando, circa a fine anni 80, scoprii i dischi ambient di Aphex Twin – che almeno su di me ha esercitato un’influenza compositiva maggiore rispetto a qualsiasi altro tipo di musica. Oltre ad Aphex Twin, ci sono poi autori elettronici contemporanei che considero delle risorse, ma più che di generi si tratta solo di musica, che sia classica o post-rock.
CS: È un cerchio immenso. Una delle ragioni per cui in tarda adolescenza ho cominciato a suonare il sassofono era che volevo andare in una direzione peculia-re, quando ascoltavo parecchio Squarepusher, Aphex Twin e un disco specifico di Nobukazu Takemura, Scope: se c’è una traccia che mi ha segnato, è proprio Icefall, tratta da quest’ultimo. Molta della mia sperimentazione al sassofono deriva dall’emulazione di suoni appartenenti ad altri strumenti e musicisti. E l’elettronica è una delle chiavi.

 

Come avete sviluppato i vostri personalissimi approcci ai rispettivi strumenti?
CS: È un fatto di tanti anni di studi, di studi personali.In gioventù suonavo principalmente un repertorio classico, ma anche improvvisazione free e un po’ di rock. Dopo l’università ho scoperto una moltitudine di stili, ma sin da teenager ho sempre sondato le possibilità con il sassofono. Un viaggio quotidiano di applicazione ed esplorazione.
SN: Ho un approccio simile, anche se non mi esercito quanto lui! Da bambina ho avviato un percorso classico ma qualcosa non andava e ho capito di preferire l’improvvisazione. Quando ero adolescente mi sono persino spostata alla chitarra e al microfono in alcune band. Poi sono tornata al violino perché è il mio strumento: ho una connessione intima con esso e un’abilità nell’esprimervi la mia voce individuale. Al college ho incontrato dei musicisti e abbiamo formato un progetto di post-rock strumentale, Bell Orchestre: siamo cresciuti insieme. Il cammino solistico mi ha aiutato a scoprire chi sono ed essere sempre più me stessa.

 

Constellation Records pubblica tutti i vostri dischi: come vi rapportate all’etichetta e quali, fra quelli in catalogo, sono i titoli che preferite?
CS: Sono molto legato all’etichetta, una famiglia. Lavoriamo insieme proprio perché abbiamo una visione comune sulla musica e sul mondo. Tornando indietro alla fine degli anni 90, quando vivevo a San Francisco, vidi i GY!BE per la prima volta e poco dopo uscì Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven: fu una grossa faccenda. Aggiungerei COIN COIN Chapter 2 di Matana Roberts, che trovo fenomenale.
SN: Sono stata coinvolta dai dischi di Polmo Polpo (moniker di Sandro Perri, NdR), The Science Of Breath e Like Hearts Swelling del 2002/2003, che forse sono pubblicazioni più piccole ma ascolto tuttora.
CS: Potremmo continuare a lungo, perché lì c’è molta musica da ammirare e conoscere.

 

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DUE DI DUE
Colin Stetson, affermatosi al sax basso e tenore, ha apportato innovazioni con tecniche come respirazione circolare, microfoni a contatto con il corpo e lo strumento, vocalizzi nell’ancia. La sua trilogia New History Warfare, uscita tra 2007 e 2013, è stata acclamata grazie al suo mix di avanguardia, jazz, classica contemporanea, elettronica, noise, black metal: “Sì, è stato un crescendo. Ogni volume si costruisce sulle mie fondamenta concrete, fisiche e tecniche, dell’epoca. C’è un progresso nella composizione, nella maggior facilità di registrazione, nell’abilità di isolare e definire i suoni del sassofono, nel controllo degli strumenti, nella produzione. Ciò che preferisco di questi tre album è che documentano un viaggio personale e l’obiettivo era che si reggessero narrativamente in un unico arco, sebbene funzionino anche da soli e ciascun brano abbia un senso. Ci sono vari gradi di lettura, ne sono felice”. Nel 2012 Colin ha cofirmato un disco, Stones, con Mats Gustafsson, probabilmente l’altro grande nome contemporaneo ai fiati nel panorama mondiale: “Ci avevano invitati al Vancouver International Jazz Festival e ci chiesero di fare un duo di improvvisazione. Accettammo, ci incontrammo dieci minuti prima di suonare e registrammo lo show. È un documento del nostro primo incontro, ma abbiamo piani per dei live e delle nuove incisioni di studio”. Senza contare, nel corso degli anni, tutte le altre collaborazioni, dall’amico Bon Iver per proseguire con Arcade Fire, Tom Waits, Feist, TV On The Radio o gli italiani STEARICA.

Chi invece con gli Arcade Fire ha instaurato una vera e propria partnership, sin dal debutto Funeral del 2004, è Sarah Neufeld, impegnata nei primi anni Zero anche nell’ensemble Bell Orchestre e occasionalmente ai servigi di The Luyas, Esmerine e Little Scream. Il suo lavoro da solista, inaugurato nel 2011, è poi confluito nel sorprendente esordio Hero Brother del 2013, all’insegna di un minimalismo ispirato a Bela Bartok, Steve Reich, Arthur Russell e Iva Bittová nel coadiuvare sonorità elettroacustiche, musica da camera, indie rock, avant-folk e ambient: “Hero Brother è stato importante, perché penso fosse importante una dichiarazione onesta e cruda, che ero ispirata di realizzare al violino. Negli ultimi anni ero stata molto occupata con gli Arcade Fire, ma cercavo tempo per immaginare e sviluppare cosa volessi fare. Nel 2014, durante i concerti di supporto a Reflektor, ho pensato sarebbe stato interessante fare un secondo disco, oltre al disco in duo. Tutto è stato veloce e ambizioso. Sto finendo adesso di mixare il mio nuovo album, totalmente differente dal precedente. È un ottimo momento, anche Colin è rientrato in zona creativa. Adesso andremo in tour insieme e la stessa cosa succederà a lui, che lavorerà ad altro mentre io rimarrò da sola. È abbastanza scioccante!”.

IN ITALIA
6 NOVEMBRE – FIRENZE, SALA VANNI

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