Cristiano Godano

A tutti mancano gli anni 90. Tutti li citano. Li omaggiano. In Italia la scena rock di quel decennio fu unica. E irripetibile?
CRISTIANO GODANO - Italrock anni 90

Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre (n. 759) abbiamo approfondito il disco La mia generazione di Mauro Ermanno Giovanardi dedicato al rock italico anni 90. In questo spazio volevamo sapere la tua. Dunque i 90, la scena: cosa rivendichi e cosa rinneghi di quel tempo?
La cosa secondo me più preziosa e rimarchevole di quel periodo fu il numero di persone che di colpo parevano interessate a un certo tipo di rock, non mainstream, per semplicità di esposizione. Sembrava stesse per cambiare il dna del popolo italico nei riguardi di una certa cultura musicale. Ma tale condizione entusiasmante non è durata, e non penso che sia stato a causa dei musicisti: ci siamo dati molto da fare per crescere e essere all’altezza della situazione e delle responsabilità, e gli attestati di stima che vari musicisti stranieri ci hanno attribuito collaborando e suonando con noi, lo stanno a dimostrare (e non penso solo ai Marlene ovviamente). Fu una moda, dal mio punto di vista: come in fondo fu il grunge, da cui originò tutta questa frenesia. È dunque ciò che rinnego, eventualmente. Il che implica che non c’è qualcosa in particolare che non rifarei, ben conscio dei vari errori e errorini commessi, ai quali guardo con tenerezza e non con gravoso rammarico.

A proposito di grunge, come a Seattle c’era un sound che vi accomunava? Un senso di appartenenza?
In tutta onestà non ho mai vissuto questa dimensione dell’appartenenza: abbiamo (purtroppo?) sempre avuto una tendenza solitaria e votata all’isolamento. Leali, non traditori, non opportunisti, non calcolatori, non imprenditori, non paraculi. Intellettualmente onestissimi fino a sconfinare nell’ingenuità. E solitari. (E non credo vi sia alcuno fra i nostri colleghi, quasi tutti o amici o conoscenti, che in cuor suo pensi il contrario). Avevamo, e abbiamo tuttora, il nostro suono e il nostro modo di comporre e di creare le armonie fra le chitarre, dissimile a quello di chiunque altro qui in Italia. Certo è che c’era una atmosfera galvanizzante che ci faceva tutti sentire protagonisti di una avventura inusitata di cui eravamo gli artefici: in tal senso si può parlare di un suono unico prodotto da una comunità di musicisti eccitati e speranzosi. E di appartenenza.

Comunità di musicisti, dicevi. I Marlene Kuntz furono lanciati dai C.S.I. durante il live “In quiete” del 1994. Oggi succederebbe? Oggi i vecchi supportano i giovani? Qualche scaramuccia tra le parti suggerirebbe il contrario. È guerra tra mondi?
A istinto mi sembra che si possa dire che è talmente tutto così diverso che non si pongono le premesse per situazioni di un certo tipo. Per quanto riguarda le scaramucce… non so a cosa alludi, ma sono pronto a pensare che qualcosa di vero ci possa essere. A volte ho infatti la sensazione che non sia certo la deferenza l’atteggiamento più diffuso da parte di alcuni giovani autori di un certo ambiente musicale (chiamiamolo indie, per capirci, anche se non sento nulla di accomunabile fra la nostra esperienza e quella attuale). Deferenza è un termine di un certo peso, certo, ma ritengo che noi e i gruppi della nostra generazione ancora in giro si sia fatto qualcosa di miracoloso e eroico, vista la nazione in cui viviamo. E non può non essere rispettato. Non ho interesse a sostenere che senza di noi, loro (i giovani autori) non ci sarebbero (nemmeno lo penso con convinzione), ma ho l’orgoglio di sottolineare quanto detto: miracoloso e eroico, e non saperlo riconoscere è da stupidi presuntuosi. Sottolineo anche che non sto generalizzando, perché conosco piacevolissime eccezioni nei nostri riguardi.

Internet arrivò forte tra i decenni 90 e 2000. Quanto e come ha mutato i connotati della vostra scena musicale, inteso come propagazione di concetti e musiche?
Premetto che quello che sto per dire prevede l’essere attratti dalla musica e dai suoi facitori, che contribuiscono a propagare il mito (difficile pensare alla nascita del rock e ignorare l’importanza iconografica della figura di Elvis Presley): se si è attratti dalla musica in quanto tale, a prescindere da chi la fa, le mie parole avranno sicuramente meno appeal (posto che ne possano avere). Non mi piace quello che è accaduto alla musica dopo il web (ma d’altronde è la tecnologia in se, che già con l’avvento del cd aveva creato una prima ferita importante): mi infastidisce la perdita di carisma, ad esempio. La gratuità l’ha resa dozzinale, l’ha svilita. Se un disco lo compri, prima di liquidarlo come una merda lo ascolti decine di volte, proprio perché lo hai pagato. E se proprio deciderai che è una merda, almeno lo avrai ascoltato molte volte, rendendo fra l’altro onore a chi lo ha creato. È evidente che nel web le cose stanno in un altro modo, e non si è certo invogliati dalla pazienza all’ascolto: ne sono il principale testimone diretto. Non so bene rintracciare la causa del circolo vizioso (che cosa ha generato che cosa), ma mi sembra palese che i dischi di oggi (ma preferisco dire le musiche di oggi, essendo il concetto di disco più che altro patetico), non durano nel nostro immaginario quanto duravano, direi, anche solo fino a una decina di anni fa. Non sedimentano più, non si fanno più mitici per le nostre emozioni come un tempo. È a causa del web? È a causa dei musicisti che non li sanno più fare come una volta? (In cuor mio non ho dubbi, in verità). E ancora: so bene che anche un tempo ci si aggiustava a registrare le cassette per non dover comprare tutti i dischi a cui eravamo interessati. Eppure tutto ci rimaneva un po’ di più nel cuore, e lo imparavamo meglio. Oggi la disponibilità gratuita di qualsiasi musica rende frenetici, e fa passare in fretta al successivo, senza far sedimentare nulla (come tutto ciò che riguarda il web e i suoi “articoli”), tutto impalpabile, privo di fisicità e del senso di possesso. Queste sono solo alcune possibili impressioni personali, costretto dalla brevità di esposizione, cose che ho avuto spesso occasione di dire, anche anni addietro. Voglio sottolineare: non sono contro la tecnologia. Sono a favore del concetto di progresso. Ma se mi chiedi cosa penso del web in relazione alla musica non posso che rispondere in un certo modo, ben conscio che le cose stanno così proprio perché il progresso umano prevede spostamenti altrove, la più parte in avanti, rispetto alle posizioni acquisite (quando uscirono i primi supporti di riproduzione della musica la più parte dei compositori della musica classica ne era inorridita). Tutto si assesterà in qualche nuova direzione e l’umanità si adeguerà. Certo, se il web fosse arrivato una ventina di anni dopo, per dire, io avrei avuto qualche preoccupazione in meno nel pensare al mio futuro.

Ultimamente sono tantissimi i tour che celebrano album classici anni 90. Vedi gli Afterhours con “Hai paura del buio?” ma anche voi con “Catartica” e “Il Vile”. Non sono mancate le critiche: per qualcuno queste tournée sono operazioni furbe. Come rispondi?
So bene di queste sciocche critiche. Eppure dovrebbe essere semplicissimo comprendere: dai dischi e dalle piattaforme noi musicisti ricaviamo briciole (se possibile individuare una entità più piccola delle briciole la si appioppi ai ricavati dalle piattaforme, giusto per smitizzare un po’ questa cosa delle vendite nel virtuale), e per vivere di musica ci serve suonare molto dal vivo. Ma l’Italia è piccola, e dopo un po’ l’hai girata tutta, coi suoi club, le sue piazze, i suoi spazi, e con te i tuoi colleghi che hanno le stesse esigenze e che insieme a te ingolfano con una offerta di musica sproporzionata la domanda correlata. Beati dunque i gruppi che hanno in repertorio dischi che la gente vuole riascoltare a distanza di anni: sono semplicemente occasioni di lavoro in una specifica annata. Peraltro è una cosa che fanno tutti nel mondo ormai, grossi o piccoli che siano: i malmostosi se ne facciano una ragione anziché abbaiare a vuoto.

La sensazione, però, è che la maggior parte apprezzi questi tour. Forse per nostalgia. E tu? Che rapporto hai col tempo che passa?
Sono purtroppo certo che il mio morale non prenderà troppo bene il dover affrontare decadenza e acciacchi vari: mi deprimerà abbastanza e non so se riuscirò a trovare quel tipo di consolazioni che fanno a volte dire a certi anziani ritenuti saggi a furor di popolo che la vecchiaia è bella. Ma chissà… In fondo ne saprò di più solo vivendola (e ovviamente arrivandoci).

Ok dai, allora chiudiamo con il futuro. Dove ti vedi tra dieci anni?
Posso solo dire cosa spero: di poter continuare ad avere un pubblico che voglia venirci a vedere ai concerti sostenendoci, e di avere il giusto carisma per stare sul palco con stile e rispettabilità. Fra dieci come fra vent’anni e anche qualcosina in più. Probabile che potrebbe essere l’unica chance di portare avanti la mia vita in modo dignitoso.

Pubblicato su Il Mucchio Selvaggio n. 760

 

 

 

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